Fornitore unico

Mi sporsi al di là del tavolo, cercando di vedere se la situazione fosse ancora sotto controllo.
Tutto calmo e tranquillo. Decisi di riposare un po’ prima di mettermi all’opera.
Non è mai facile scrivere una lettera e per trovare l’occorrente di una certa qualità mi sarebbe servito tempo. Non ne avevo. Allora decisi di trovare un fornitore unico. Con una soluzione all inclusive, come va di moda dire oggi.
Di questi tempi, con tutta questa tecnologia, pochi capiscono che la vera arte, ancor prima dello scrivere, sta nella preparazione di una lettera. Ho dovuto scegliere con molta cura. Un rampante soggetto sulla trentina, sarebbe stato lui il mio fornitore unico.
Per prima cosa avevo bisogno di una penna. Non si era nemmeno dimenato più di tanto durante l’amputazione, anche se il narcotico aveva quasi smesso di fare effetto. L’omero era troppo spesso e lo scartai subito. Dovetti lavorare a lungo sull’ulna per rifinirla a dovere, dopo l’ebollizione. Alla fine ne ricavai uno stilo sagomato con una punta affilata e sottile.
Chissà, di certo il mio fornitore non si rendeva nemmeno conto del perché si trovasse nella mia cantina. Mentre scalfivo l’osso, se ne stava rannicchiato in un angolo: mi guardava e non capiva.

Avevo provveduto a disinfettare e bendare quel poco che restava dell’avambraccio, in modo tale che restasse in vita per un tempo sufficiente.
Poi era venuto il momento dell’inchiostro: non ne sarebbe servito più di tanto. Il prelievo durò meno di un quarto d’ora. Il sangue era denso e scuro. Finì imbustato direttamente nel freezer già regolato alla giusta temperatura necessaria per la conservazione. Fin qui tutto bene.
La fase più complicata arrivava adesso. Spostare un corpo non reattivo e abbastanza massiccio poteva rivelarsi più difficile del previsto. Invece, dopo aver liberato il più possible gli spazi attorno al grande tavolo rettangolare, riuscii a portare il mio fornitore sulla lastra di marmo che formava il piano di quel tavolo da lavoro improvvisato. Lui continuava a guardarmi, la bocca serrata dal nastro adesivo si contorceva in leggeri spasmi, mentre il moncone in corrispondenza della spalla destra aveva ripreso a sanguinare. Bloccai l’emorragia con del ghiaccio. Ormai doveva restare vivo ancora per poco.
Era il momento della scelta del supporto scrittorio, come lo definiva la diplomatica. Incisi con la lama sperando che il mio fornitore non si muovesse proprio in quel momento. Non lo fece. Controllai, ma non era svenuto. Gli occhi erano sempre lì, aperti e la mano sinistra chiusa a pugno sembrava stingersi sempre di più.
La pelle venne via in una forma rettangolare che avevo segnato precedentemente con un leggero taglio di cutter utile, assieme a due squadrette di plastica, per evidenziare bene il perimetro. Non ci furono movimenti. Solo gli occhi erano rimasti spalancati e le pupille dilatate in una smorfia ultima e definitiva. Controllai il polso. Il cuore non batteva più. Meglio così, avrei risparmiato ulteriore fatica.
L’importante e che avesse fatto il suo dovere da fornitore unico.
Tra poco avrei potuto iniziare a scrivere.

Steve Zanna

Nato a Manaus in Brasile nel 1982, ma residente da sempre a Torino, si occupa di pubbliche relazioni presso una Amministrazione statale. Si dedica da una decina di anni alla scrittura di racconti che coinvolgono sia la sfera più personale ed intima, sia tematiche legate alla montagna ed alla storia, sue grandi passioni. Recentemente si è avvicinato alla narrativa horror con il racconto lungo “Il patto” sempre ambientato tra le amate montagne piemontesi.