Il buco

Racconto per il concorso "300 Parole Per Un Incubo", 2016 - edizione 15

So benissimo che cos’è... in quel buco, in alto sul muro, un tempo era infilato il tubo della stufa a legna.
L’acqua che è entrata dal camino durante gli anni è colata giù per la parete scrostata, portandosi dietro la fuliggine. Era già così quando ero bambino. Quel buco orrendo, che ha insudiciato la parete di rivoli rinsecchiti di pece scura, mi paralizzava dalla paura.
... ma adesso sono grande...
Ricordo che non lo guardavo mai. Avevo paura che prendesse vita. Che cominciasse a vomitare di nuovo quella bile schifosa.
... come sta facendo adesso...
In realtà non riesco a capire se sta colando. Un semibuio livido impasta la stanza, e il cumulo di mobili accatastati là davanti non mi permette di avvicinarmi e vedere meglio. Ma forse neanche lo voglio.
Rivoli densi sembrano scendere lenti sopra quelli secchi, riflettendo tremolanti la luce serale che entra dalla finestrella in fondo e scomparendo dietro la vecchia madia.
Non dovevo venire qui. Ma la sua macchina è qui fuori da tre giorni e lui non si trova.
So benissimo che cos’ è.... E’ solo fuliggine rinsecchita!
E non sta colando!

Stupido che sono! Qui non c’è nessuno! Nessuno entra qui da anni e tutto è avvolto da ragnatele vecchie come la casa.
Però in quell’angolo niente ragnatele. Però sembra che coli.
Forse se lo chiamo mi risponde. Ma non voglio fare casino. Non sto più nemmeno sudando.
Forse dovrei cercare di sopra, ma i vecchi gradini sicuramente cigoleranno. E non posso fare casino.
L’ ho sempre saputo che prima o poi avrebbe ricominciato a colare e che non avrei dovuto esserci qualora fosse successo. Persino un bambino col pigiama lo sapeva. Sapevo che non dovevo guardare.
Adesso sembra quasi che gorgogli sommessamente. Ha aspettato per trent’anni che mi avvicinassi di nuovo.

Edoardo Barea