L'estate peggiore

Racconto per il concorso "Premio Scheletri", 2015 - edizione 7

Era agosto e l’autostrada sarebbe stata intasata. Umberto aveva quindi deciso di seguire una strada provinciale, almeno fino al passo, e poi da lì procedere verso nord. Sua moglie aveva detto che andava bene, anche se avrebbero allungato un poco il tragitto. La macchina era piena: le valigie occupavano il bagagliaio e anche i posti dietro, costringendo il figlio di Umberto a reggersi con le mani agli schienali. Sua moglie, invece, teneva un frigo portatile tra le gambe e una borsa termica davanti a sé.
Salivano lungo tornanti che s’inerpicavano sul fianco della montagna. Incrociarono una macchina. Aveva preso la curva troppo stretta, ed era veloce.
«Cazzo!» imprecò Umberto. Sua moglie si aggrappò alla maniglia sopra al finestrino.
Umberto colpì il clacson in mezzo al volante, l’altra automobile sbandò verso il guardrail in uno stridore di freni, poi proseguì nella propria discesa.
«Non si dicono queste parole» disse suo figlio.
«Sono tutti impazziti» mormorò sua moglie.

Umberto guardò giù, verso la città, con l’autostrada che la tagliava in due e le macchine allineate, immobili come formiche morte. Immaginò che le case fossero vuote, che ormai fossero partiti tutti. Aveva preso la decisione giusta.
Il cartello stradale indicò che mancavano ancora due tornanti alla galleria. Dopo, Umberto lo sapeva, la strada sarebbe stata più comoda.
Un tornante. Ai margini della strada si estendevano pascoli in cui ruminavano solitarie mucche.
La galleria era lì, pronta a inghiottirli.
La strada era diritta, ora, con un furgone giallo che correva verso di loro, contromano. «Cazzo» sibilò Umberto. Strinse il volante. Il furgone si mosse in diagonale e così fece Umberto, cercando di evitarlo, mentre sua moglie urlava e poi il furgone colpì la macchina di striscio e Umberto perse il controllo e non poté fare nulla mentre si schiantava contro il piedritto della galleria e suo figlio volava tra lui e sua moglie e sfondava il vetro. Umberto si sentì strappare il respiro dalla cintura di sicurezza e poi fu buio.
Umberto aprì gli occhi e per un attimo sentì solo il dolore al torace, l’airbag sgonfio di fronte a sé. Il posto del passeggero era vuoto, la portiera aperta. Non poteva essere successo.
«Tesoro?» mormorò.
Umberto si trascinò fuori dalla macchina.
Alle sue spalle, il furgone era ribaltato sul ciglio della strada. Di fronte a lui, sua moglie, coperta di sangue, cullava tra le braccia il corpo del figlio. Suo figlio muoveva la mano, come per afferrare qualcosa, gorgogliava con il cranio sfondato e il cervello che colava sul cofano della macchina e sulle braccia di sua moglie. Lei teneva la testa troppo piegata all’indietro, la lingua che penzolava, quasi del tutto recisa, all’angolo della bocca, una clavicola bianca che spuntava dal collo.
Dal furgone provenne un grugnito, Umberto si voltò. Un uomo emerse dai rottami, gli intestini penzolanti ancora all’interno dell’abitacolo.
Umberto era rimasto solo.
Era estate quando i morti avevano iniziato a risvegliarsi.

Alessio Posar