L'ascensore

Racconto per il concorso "300 Parole Per Un Incubo", 2014 - edizione 13

La cartella recitava: donna, 26 anni, causa del decesso collasso multi-organo dovuta a infezione virale trasmessa tramite morso.
Jerry, portantino sovrappeso vagamente somigliante al Jerry Calà dei b movie all'italiana, leggeva: topa cosmica, curve al posto giusto, quarta di seno che premeva da sotto il lenzuolo bianco.
Si offrì volontario per portarla giù in obitorio, anche se aveva smontato da un turno tutt'altro che leggero. Non vedeva l'ora di stare solo con lei. Entrò in ascensore sbattendo con forza la barella sulla parete di fondo. Le porte si chiusero sul caos del pronto soccorso. Era dalla mattina presto che si susseguivano casi di aggressioni immotivate, deliri e comportamenti animaleschi da parte di persone che erano state a loro volta aggredite da pazzi morsicatori. La donna era una di quei casi, forse il più sfortunato, l'unica che aveva trovato una morte così repentina. Arrivata alle 8 di sera, dichiarata morta alle 23:50, poco prima che Jerry smontasse. Lui l'aveva comunque già notata. Seguiva il suo caso da lontano, rubando frammenti visivi di una coscia scoperta o della curva del seno sotto la camicetta. Ora, da morta, era tutta sua. La palpeggiava da sopra il telo bianco, l'ascensore fermo tra i piani.
Forse la "libidine coi fiocchi" gli offuscava i sensi, fatto sta che non vide i movimenti del telo ad altezza della bocca. La mascella andava su e giù con scatti secchi. Immerso tra i pensieri di quella donna così bella, che mai in vita sarebbe stata sua, quasi non si stupì della mano rigida e grigiastra, innervata di nero, che scostava il telo candido e lo afferrava per i capelli. I denti affondarono nella carne. Solo un urlo si udì dalla tromba dell'ascensore, che si andò a unire alla moltitudine di grida del pronto soccorso, dell'ospedale e del mondo fuori.

Simone Gentile