Non e' salutare scoparsi i morti

Racconto per il concorso "Premio Scheletri", 2014 - edizione 6

La luce al neon fa sembrare i suoi capelli ancora più chiari e le fa risaltare le scapole e la spina dorsale. Mi aggrappo alle ossa del suo bacino, sento la sua pelle morbida e vado avanti e indietro. Adoro il turno di notte. Ansimo un po’, mi piace un sacco stare dentro a questa ragazza. Ecco, ci siamo. La giro e le vengo sulle tette e sulla cicatrice a Y. Cioè, non è una cicatrice, è un taglio ricucito. Sarebbe un po’ strano cicatrizzare da morta e questo lo so anche io e non sono certo il primario.
Oh piccola, è stato una bomba, sei la migliore. È un peccato che non possiamo stare insieme di più. La bacio sulle labbra, poi prendo un fazzoletto. Le tolgo il rossetto che le ho messo prima, le pulisco il corpo. Non posso mica lasciarla così, come una troia qualunque.
Mi rimetto le mutande, i pantaloni, il camice. Infilo la boccetta di lubrificante in tasca. Alla ragazza do un’ultima strizzata di tetta, le metto a posto i capelli intorno al viso. Rimetto il corpo nella cella. Prendo dalla giacca il giornale che ho comprato questa mattina: è tempo per un caffè e per un po’ di lettura sul cesso.
Alla macchinetta aspetto, mi annuso le dita, sorrido, e poi raccolgo il resto. Magari mi prendo anche una merendina, sono spompato. Con il bicchiere di plastica in mano, guardo nel distributore a fianco. Ce n’è per tutti i gusti: cioccolata, panini, biscotti, brioches alla marmellata. Di notte, qui, tutto per me funziona come questo distributore: posso avere quello che voglio. L’importante è che non lo scopra nessuno.
Un ronzio. Quasi salto. Sono sempre un po’ paranoico, dopo una scopata. Poi mi rilasso: è solo l’impianto di refrigerazione che si avvia. Le merendine non devono andare a male, non devono iniziare a puzzare, proprio come i cadaveri.
«Sei tu quello che si scopa la mia ragazza?»
Ora salto, e urlo. Dovrei essere solo qui. E invece mi giro e c’è questo ragazzo che mi guarda, nudo e con qualcosa in mano che somiglia proprio a un bisturi, come quelli che ci sono nella sala delle autopsie.
Mi prende e mi sbatte contro il distributore, il caffè si rovescia, lascio cadere il giornale.
«Che cazzo fai?», gli urlo.
«Mi aveva detto che non era vero che si scopava un altro, che avrebbe preso le pillole con me se le avessi creduto. Stronza bugiarda...»
Mi tiene bloccato. Armeggia con i miei pantaloni.
«Ehi», faccio io. «Non sono di quel tipo.»
Ma lui non mi ascolta, mi abbassa le mutande. Sento la sua mano e la lama. Stringo gli occhi e mi mordo la lingua. La lama è fredda e sento il mio sangue caldo tra le gambe.
Grido.
Non riesco a liberarmi.
Perché sono solo?
Poi mi taglia la gola.
Mi lascia cadere e mentre muoio vedo quel pezzo di carne che era il mio cazzo. E la foto del ragazzo e della ragazza in prima pagina sul giornale e il titolo: “Vittime della gelosia: costringe la fidanzata al suicidio di coppia”.

Alessio Posar