Bianco inferno

Racconto per il concorso "Premio Scheletri", 2014 - edizione 6

I proiettili mi rincorrono.
Mi infilo in un vicolo sudicio e di colpo tutto tace.
E’ come se fossi finito sotto una campana di vetro in grado di attutire tutto. Il rumore degli spari si affievolisce fino a cessare completamente.
La campana si appanna, come se qualcuno vi avesse alitato sopra. Smetto di provare paura e fatica. Mi accascio...
Non ho aperto gli occhi, ne sono sicuro, ma vedo!
E’ tutto bianco, un bianco puro e assoluto.
Non posso orientarmi, è come un limbo senza dimensione. Mi accorgo che il mio corpo non è qui. Sono fermo credo, eppure vedo tutto il nulla che c’è intorno a me, a trecentosessanta gradi.
Mi sento più consapevole di quanto non lo sia mai stato in tutta la mia vita.
Quel che è successo è ovvio: sono stato raggiunto da un proiettile e sono morto!
Questo è l’aldilà. E’ tutto bianco, la famosa luce in fondo al tunnel... Però io non ho visto nessun tunnel!
Mio Dio, sta succedendo qualcosa... C’è del movimento, lo percepisco. Non sono solo... Aiuto! Qualcuno mi sta toccando. Ma, tocca cosa?! Non ho più il corpo!
Delle mani afferrano lembi della mia essenza. Tirano, strappano...
Fa male! E’ un dolore psichico, ma tanto forte da farsi sentire anche sul piano fisico.
E’ come il dolore che ho provato quando ho perduto mio figlio in quell’agguato... Ma molto, molto più intenso. Elevato all’ennesima potenza. Ero certo che non fosse possibile provare dolore più grande!
Il mio bambino...
Ero io il bersaglio, ma quel giorno Giulio era con me.

Non resisterò a lungo, questa pena è insopportabile. Mi lacera e mi strazia, mi sta uccidendo! Però dovrei essere già morto...
Mi sento scosso da violenti spasmi e... sento una voce! Non viene da qui.
«Abbiamo il battito, ma non respira.»
E’ una donna quella che ha parlato. Tirami fuori di qui, coraggio. Metticela tutta.
«Forza ragazzo, ce la puoi fare.»
Sì, sì dolcezza. Andiamo, datti da fare.
Mi sento trascinato verso di lei ma, di contro, qualcosa mi ghermisce! Mi si avviluppa intorno come se fosse un rampicante infuso di vita propria. Non ha foglie, ma un numero indefinito di avide mani.
La mia essenza è in balia di volontà e forze altrui, al centro di una contesa alla quale non mi è dato partecipare.
«L’abbiamo perso di nuovo. Defibrillatore. Scarica!»
Mentre divento essenza di eteree convulsioni, l’eco di un’impalpabile domanda mi attraversa: Chi è che vuole trattenermi qui?

 

Sento una manina più piccola delle altre...
Non so quanto sia durata, ma la contesa ha avuto il suo vincitore.
«Non c’è più nulla da fare, dichiariamo il decesso» dice la donna.
Vengo risucchiato via. Lo sento, anche se in questa dimensione ogni luogo è nello stesso punto ed io sono sempre qui.
Vorrei piangere per sfogare il mio dolore, ma non ci riesco. Sono costretto a trattenerlo, a viverlo in tutta la sua brutalità.
E quella manina è rimasta sola. Si insinua in ciò che sono adesso e infierisce su di me provocandomi la peggiore delle sofferenze, perché adesso l’ho riconosciuta!
E’ la mano di mio figlio. Morto a causa mia.

Katia Di Martino