Discarica

Racconto per il concorso "Premio Scheletri", 2013 - edizione 5

Corro. Come un disperato. Artigli sempre più vicini graffiano l’asfalto. Mi getto nel fitto del bosco, sperando che gli alberi rallentino quel corpo massiccio. Inciampo, scivolo, cado nel fango e nella merda. I polmoni bruciano, ma non mi fermo. Rumore di rami spezzati, non demorde.
- Sull’atto di proprietà c’è la vostra firma, voi siete responsabile della cura di quella terra e su di voi ricadrà la sua vendetta! Il tanfo della vostra anima vi porterà all’inferno!
Aveva detto quella megera... stupidi ambientalisti del cazzo!
La terra finisce, rotolo lungo un dirupo e mi schianto contro un muro. La spalla è andata, ma non ho il coraggio di urlare. Poi la riconosco, non è un muro, è una delle cataste di rifiuti della discarica. La mia fortuna ed ora la mia condanna. Striscio nei liquami, cerco un riparo. Lui è in cima al dirupo, sento il suo cupo respiro mentre fiuta l’aria... è il suo boia, mandato per me.
Anni prima avevo accettato di affittare il mio terreno per creare una discarica. Mi ci era voluto poco per capire quello che vi veniva realmente sepolto, ma pagavano bene.
Trovo delle casse, mi nascondo lì dietro. Puzzo peggio di un cadavere putrefatto, ma niente a confronto del posto, non mi troverà. Sento i suoi passi, si aggira pesante tra le cataste d’immondizia. È vicino, forse dietro il legno marcio dei contenitori che mi nascondono. Sento il cuore battere come un martello, ma non riesco a fermarlo. Forse lo sente.

Qualcuno aveva fatto la spia, schiere di ambientalisti assediavano spesso i cancelli chiedendo indagini approfondite, chiedendomi spiegazioni. Quando dissi che non ero io il responsabile, quella donna si avvicinò con il suo monito. Maledetta strega!
Annusa le casse, sento il suo pelo che struscia sul legno. Mi premo il petto per calmare il battito. Fa che non lo senta, fa che non lo senta!
Era sbucato fuori dalla nebbia, illuminato da una minacciosa luna piena, una sagoma nera nel bianco latte dei vapori acquei. Enorme, un’utilitaria con quattro zampe, un folto pelo nero e una lunga coda che frustava l’aria. La cosa più orribile però, erano le due teste. E l’odio che traspariva dagli occhi incandescenti.
Ora siamo a pochi centimetri, ma non mi trova. Percepisco il suono gutturale che emette respirando. Non voglio morire, non ho fatto niente io. Lacrime scendono lungo le guance senza che riesca a trattenerle. Tremo mentre vedo la sua ombra, ma passa oltre e si allontana.
Mi aveva inseguito come una furia, aveva strappato pezzi di asfalto nel suo slancio verso di me, con un ululato raccapricciante. Avevo cominciato a correre senza neanche guardare dove andavo.
Attendo infiniti istanti. Sono salvo, l’ho fregato. Azzardo uno sguardo oltre le casse, la luna mi illumina il volto, nessuna traccia del mostro. Isterico, sorrido beffardo. Poi un vento caldo ed umido mi scivola sul collo, facendomi rizzare i peli. Il vento tra gli alberi sembra come una risata cristallina. Voltandomi, fisso quattro tizzoni ardenti d’odio. Urlo.

Fabio Maria Piacentini