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LICAONI MARINI

 

a maestra Ludovica odia la lezione delle due. Ottenere l’attenzione di quelle pesti è difficile a qualunque ora del giorno, ma dopo pranzo i bambini sembrano tanti piccoli zombie, assonnati a causa della digestione. L’aria stantia dell’aula non aiuta. Impossibile spiegare la Rivoluzione francese in un ambiente così.
La maestra scrive Robespierre sulla lavagna nera e poi si volta a osservare la classe.
Guglielmo, in seconda fila, ha gli occhi che si chiudono. Lisa ridacchia con Angelica. Nicola guarda fuori dalla finestra. Tommaso disegna, il testone biondo piegato quasi a sfiorare il foglio di carta, le matite colorate sparse sul banco di legno. La maestra Ludovica non è sorpresa. Quel bambino è la sua croce. Sveglio, anche troppo; ma sempre distratto, perso nelle sue fantasticherie.
“Maximilien de Robespierre è stato uno dei protagonisti della Rivoluzione francese,” attacca la maestra, ma smette subito di parlare.
Tutti gli alunni lo notano e si fanno improvvisamente attenti. Tutti, tranne Tommaso. È troppo assorto nel suo piccolo mondo, per accorgersi di quello che lo circonda.
“Tommaso,” fa la maestra.
Tommaso alza finalmente il capo, sul faccino tondo un’espressione a metà tra l’imbarazzato e il colpevole.
“Cosa stai facendo?”
“Sto...” Si guarda attorno, quasi a cercare una via di fuga, un buco dove rintanarsi. Poi pare accettare il suo destino. “Sto disegnando.”
“Portami il disegno,” dice la maestra Ludovica.
Tommaso si alza, raggiunge la cattedra e porge il foglio alla maestra. Poi resta là, come in attesa di un giudizio. È bravo a disegnare, più degli altri bambini di dieci anni. Il disegno raffigura una persona che nuota in uno specchio d’acqua. Alla sua destra, forse in procinto di raggiungerlo, uno strano animale: una via di mezza tra un lupo e uno squalo, si direbbe.
L’uomo (o è una donna?) e l’acqua sono realizzati in maniera frettolosa, ma il lupo-squalo è tratteggiato con dovizia di particolari: occhi gialli con l’iride a fessura, pinna dorsale appuntita, una bocca da cui affiorano grandi denti triangolari. In basso a destra, il bambino ha scarabocchiato due parole, a mo’ di titolo.
La maestra le legge e inarca un sopracciglio: “Licaone marino?”
“Sì, è uguale a un licaone normale, solo che ha le pinne come i pesci e vive in mare.” Dalla fretta di spiegare Tommaso si mangia le parole. “Non in mare, cioè. In qualunque posto dove ci sia un po’ d’acqua. Fiumi. Pozzanghere. Sbuca fuori e attacca le persone. Sa, è carnivoro...”
“I licaoni marini non esistono.”
La frase della maestra è una sentenza spietata che dovrebbe far calare i titoli di coda su ogni accenno di protesta. Tommaso prova comunque a replicare: “Ma... io...”
“E poi questa non è l’ora di scienze. Stiamo studiando storia.”
“I licaoni marini esistono,” s’impunta il bambino.
“Che bugiardo,” salta su Federico, dall’ultima fila. È il bulletto della classe e adora quando la maestra sgrida gli altri alunni. “Sei un bugiardo.”
“Non è vero!”
“Bugiardo,” infierisce Federico. Il resto della classe si unisce a lui, con la cattiveria innocente che sanno avere solo i bambini. È una cantilena quasi ossessiva: “Bugiardo! Bugiardo! Bugiardo! Bugiardo!”
La maestra ristabilisce l’ordine con una manata sulla cattedra. “Basta così. Tommaso, torna al tuo posto. E per domani voglio che tu scriva cento volte I licaoni marini non esistono.”
Tommaso è sull’orlo delle lacrime. Torna al suo banco a testa bassa, non vuole vedere i sorrisi canzonatori sui volti dei compagni. “Stronzi,” pensa. È una parola che dice spesso suo fratello, che fa le superiori. Anche se non sa cosa voglia dire, lo fa sentire un po’ meglio.

 

***

 

La prima è Lisa. Corre leggiadra sul marciapiede, la mente già proiettata ai cartoni animati che la aspettano a casa. Non dà peso al gorgoglio che fa increspare l’acqua sporca nella pozzanghera alle sue spalle. E perché dovrebbe? È un rumore normalissimo.
È il brontolio che gli va dietro a non essere normale.
Lisa fa una piroetta, giusto in tempo per vedere due larghe orecchie pelose fare capolino dall’acqua marrone. Inizialmente pensa a un gattino annegato. Si avvicina, insieme orripilata e incuriosita, come quando in tv trasmettono un film dell’orrore. Il brontolio sale d’intensità.
Adesso la faccia curiosa di Lisa è a pochi centimetri dalla strana cosa nella pozzanghera. No, non è un gattino. Sembra più un cane. Ma che ci fa lì? Lisa ha dieci anni, non crede più a Babbo Natale da una vita ed è grande abbastanza da sapere che certe cose non possono succedere nella realtà.
O meglio, non dovrebbero succedere.
Lisa si svuota la vescica addosso nel preciso istante in cui i due occhi gialli, con l’iride a fessura, affiorano in superficie. È la bambina più minuta della classe, al licaone marino basta un morso per spolparle la faccia.

 

***

 

Alle otto di sera tocca alla maestra Ludovica. È a mollo nella vasca da bagno, e ripensa alla giornata appena finita. “Quei ragazzini mi faranno impazzire,” borbotta fra sé, e si lascia sprofondare fino alla bocca nell’acqua saponata.
Il licaone marino emerge con uno sciabordio, le fauci spalancate ricoperte di soffice schiuma. Azzanna una mammella e la recide con precisione chirurgica. Ludovica è stupefatta e non riesce a urlare. Non subito. Lo fa solo quando il muso della bestia inizia ad aprirsi un varco nella carne tenera del suo addome.

 

***

 

Guglielmo muore nel sonno. Non si accorge che dal bicchiere d’acqua posato sul comodino spunta un ciuffo di peli sporchi, seguito da un muso maculato, da un’intera testa e, non senza qualche difficoltà, da un corpo così assurdo da sfuggire a ogni legge naturale.
Il licaone marino si issa sul lettino e si posa sul petto di Guglielmo. Lentamente, quasi con la dolcezza di un amante, gli taglia la gola coi denti seghettati e comincia a banchettare.

 

***

 

Federico invece non riesce a dormire. Gli scappa da pisciare e va in bagno. A gambe larghe, alza la tavoletta e si prepara all’innaffiamento. Non fa in tempo a prendere la mira che le zanne di un licaone marino sbucano dal cesso e si chiudono come una tagliola attorno al suo pene, mozzandolo di netto. Federico crolla col culo a terra, incredulo. Il licaone scatta una seconda volta e azzanna l’aria, là dove pochi istanti prima stava la sua testa.
Federico si trascina verso la porta, il pene ridotto a un geyser di sangue. Il licaone gratta frenetico con le unghie sulla tavoletta del cesso nel tentativo di liberare il corpo, ma la pinna dorsale non vuol saperne di passare. Un ultimo strattone e ce la fa. Federico è sulla soglia, le chiavi strette nella mano tremante.
La bestia è sul tappeto adesso, e si lancia sulla preda. Disegna una corta parabola a mezz’aria, in un’orrenda parodia di un delfino. Federico riesce a chiudere la porta. Il licaone si schianta contro il solido legno. Si lascia scappare un ululato di dolore, o di rabbia. Federico chiude a chiave e mormora qualcosa, forse una preghiera. Anche i bulli si rivolgono a Dio, di tanto in tanto.
Si accascia contro la porta e chiude gli occhi. Nonostante l’inguine gli faccia male in maniera insopportabile, si gode i rumori che provengono dalle sue spalle: i ringhi, i guaiti, il raspare frenetico delle zampe sul legno.
Riapre gli occhi non appena si rende conto che i ringhi che sente non provengono dal bagno.
Sul parquet davanti a lui stanno due licaoni marini, le bocche aperte e bramose di assaggiare qualche parte di lui. Sono le ultime cose che vede.
Se solo avesse studiato di più saprebbe che i licaoni cacciano sempre in branco.

 

***

 

“Ventun bambini e una maestra trucidati! Dove cazzo siamo? Nel Bronx?”
Il commissario ha le vene del collo turgide e sputacchia mentre parla, ma il tenente non glielo fa notare. Non è il momento. Guarda le fotografie sulla scrivania del suo superiore. Resti sbocconcellati di bambini ripresi da ogni angolazione. Deve lottare per trattenere un conato di vomito.
“Ventidue morti,” riprende il commissario. Si passa le mani sudate sulla pelata, in un gesto di frustrazione che lo fa apparire più vecchio di vent’anni. “Fatti a pezzi nelle loro case. Una bambina, addirittura in strada. In pieno giorno. E nessuno ha visto o sentito niente. Cristo di un Dio, quale figlio di puttana potrebbe fare una cosa del genere?”
“Sono arrivati i risultati della Scientifica,” dice il tenente consultando una cartelletta. “Le ferite sui corpi sarebbero tracce di morsi e artigli. Un cane randagio, o un lupo forse...”
Il commissario lo stoppa con un’occhiata truce: “Non diciamo stronzate, tenente! Cosa devo dire alla stampa, che abbiamo a che fare con un cane randagio che passa attraverso inferriate e porte sprangate?”
Il tenente allarga le braccia, senza saper cosa dire. Ci vorrebbe un bambino con troppa immaginazione, un bambino che ha passato la sera precedente a scrivere cento volte I licaoni marini non esistono, per trovare una risposta.

Matteo Bigarella