IL BACIO DELLE BUONANOTTE
(Racconto per il concorso "Premio Scheletri",
2010 - edizione 2)
e diedi il bacio della buonanotte, speravo che cambiasse idea, ma niente;
così le morsi con dolcezza il labbro per eccitarla. Lei non disse nulla,
anzi la vidi quasi sogghignare nella penombra, però si ritrasse, si girò e
infilò il portone di casa sua. Accese la luce, prima di voltarsi.
«Ho le mie cose» disse.
Scossi le spalle e la guardai sconsolato salire le scale all’interno. Per un
po’ restai lì immaginando di vederla tornare indietro. Finché le luci si
spensero, allora montai in auto e tornai a casa sparato.
Ci misi venti minuti, un po’ perché non c’era traffico, ma soprattutto
perché ero incavolato: erano due settimane che non combinavo più niente.
Insomma entrai in casa furioso, ma mi calmai appena vibrò il cellulare che
avevo in tasca.
Era il numero del suo telefono fisso.
«Hai cambiato idea?» chiesi.
«Idea su cosa?» sentii. Era sua madre. «Cosa le hai fatto mangiare?»
«Perché?»
«Sta vomitando l’anima.»
Avevamo cenato in pizzeria. Lei aveva mangiato una margherita. Glielo dissi.
«Non puoi fare un salto?»
Guardai le ore: era passato mezzanotte. «Hai chiamato un medico?»
«Ti prego! Vieni.»
Ubbidii, in fondo non mi ero ancora spogliato. Uscii e montai di nuovo in
macchina, soltanto che appena mi fui seduto alla guida mi accorsi di non
vedere bene. Era tutto annebbiato e sentivo freddo. Un freddo assurdo e
fuori luogo visto il caldo di quella notte. Scoprii di avere anche qualcosa
di gonfio in bocca perché la lingua andava dove voleva.
In ogni caso avviai il motore. Ma il tragitto per arrivare da lei fu una
tortura. Riuscivo a malapena a sterzare con il volante. Ero assiderato e
dopo un po’ dovetti fermarmi sotto una piazzola illuminata. Avevo le mani
ghiacciate e qualcosa d’istintivo mi spinse a scendere dalla macchina e a
metterle sul cofano caldo. Mi ristabilii un poco ma nel frattempo vibrò
ancora il cellulare.
Era sempre sua madre. Piangeva. «Sta male.»
«Come?»
«Sanguina dalla bocca e dalle orecchie.»
«Arrivo... chiama il 118?»
Ripartii. Dedussi che doveva trattarsi dei funghi che avevamo mangiato sulla
pizza. Lei li aveva appena assaggiati, ma dovevano essere avvelenati. Con me
la faccenda era appena iniziata, ma era chiaro che mi stava accadendo lo
stesso.
Avrei fatto la stessa fine. Ormai non vedevo più nulla, se non delle macchie
chiare davanti agli occhi. Non volevo morire per un pugno di funghi andati a
male.
Comunque riuscii ad arrivare a casa sua. Mi trascinai a fatica sulle scale e
suonai alla porta. Aspettai che si aprisse e quando vidi sua madre per poco
non svenni.
Riuscii a distinguere solo un alone termico, ma ciò che più mi spaventò fu
il suo urlo. «Oh Dio! sei un serpente» gridò.
Scappai e d’istinto mi gettai dalle scale. Non riuscii più ad alzarmi in
piedi, ma non ero ferito. Strisciavo e capii che quello stupido avatar con
la foto di una vipera in cui mi ero immedesimato su Facebook si era preso
tutto. Mi ero trasformato e adesso non mi restò altro da fare che scendere
nelle fogne a cacciare i topi.
Ferruccio Gianola |