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STANZA 106

 

a finestra dà sull’ingresso della clinica. Una serata con pochi passanti in strada, con l’occasionale transito delle ambulanze, sotto il cielo terso e pieno di stelle.
Marco si muove silenzioso nella penombra della stanza. In piedi scruta la moglie distesa a letto, attorniata dai macchinari, invasa dai tubi della respirazione. Le braccia sono coperte dagli aghi delle flebo. Suo fratello Sergio, seduto accanto alla cognata, la fissa col volto tirato. L’infermiera del turno di notte viene ogni tanto a controllare i tracciati dei macchinari, scuotendo la testa. Marco riesce quasi a sentire il debolissimo battito cardiaco del corpo disteso. Lente trascorrono le ore della sera, nel reparto di terapia intensiva, a scrutare la maschera di pallida cera che è il volto di Luisa. In corsia risuonano passi nervosi, pianti e lamenti.
Le tre del mattino. Suo fratello, scivolato nel dormiveglia, respira pesantemente. Luisa è sempre immobile sotto le lenzuola. Marco alza lo sguardo al soffitto. Un alone scuro, che non aveva notato prima, si allarga sull’intonaco. Cala dal soffitto, evanescente e gassoso, con la forma di una cappa di tenebra. Su di esso spicca un volto pallido, bianco dalla punta del naso affilato alla sommità della testa calva. Le cavità oculari e l’apertura della bocca sono finestre sul buio, abissi infiniti e spietati. Scende lentamente accanto al letto, mentre lo sguardo senza occhi si posa su di lui e sua moglie. Sergio, nel dormiveglia, rabbrividisce, come se nella stanza fosse calato un alito di ghiaccio.
Dalle falde del mantello si leva una mano candida e adunca, che si posa su quella della donna distesa. La lancetta dei secondi si muove lentissima sull’orologio da parete. Il cuore di Luisa rallenta i battiti. Si ferma. Il respiro le sfugge dalle labbra come un sottile refolo d’aria. Dall’altro lato del letto, Marco poggia anche lui una mano su quella della moglie. Lei torna a respirare piano. A fatica, il cuore riprende le sue debolissime pulsazioni.
La notte trascorre così, mentre le due figure si fissano con odio, da un capo all’altro del capezzale, finché il primo bagliore dell’alba rischiara la stanza d’ospedale. Una lama di luce ferisce la tenebra negli occhi dell’apparizione. Emettendo un ringhio ferino, balza sul soffitto, attraversandolo. Solo un alone di foschia nera resta come traccia della sua fuga.
Luisa apre gli occhi lentamente. Nella luce incerta vede l’altra figura del marito in piedi davanti a lei, con il viso pallido e serio. «Marco» mormora, «dove siamo?»
«Ciao, Luisa» dice Sergio, e lei nota il cognato seduto accanto.
«Sergio. Che posto è questo?»
Il cognato le prende la mano. «Sei in ospedale, Luisa.»
«Perché?»
Sergio esita. «Hai avuto un incidente. La vostra auto...»
«Da quanto tempo sono qui?»
«Da ieri mattina. Hai passato la notte. Sì, l’hai superata!» esclama lui sollevato, quasi in lacrime.
«Sei rimasto stanotte qui con Marco?»
«Marco...» Dice Sergio abbassando gli occhi.
«Cosa c’è»
«Mi dispiace, lui non ce l’ha fatta. Poco dopo il ricovero...»
Luisa sbatte gli occhi, incredula. «Non è possibile...» mormora, volgendo lo sguardo verso suo marito.
Ma nella stanza ormai lei è sola con suo cognato. Fino a un attimo prima vedeva Marco, ora c’è solo un leggero soffio di vento gelido che fugge via, facendo tremolare le lenzuola e carezzandole i capelli, nonostante la finestra chiusa.

Vincenzo Barone Lumaga