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L'APPARENZA INGANNA

 

l ragazzino correva lungo la stradina buia più velocemente che poteva. I due malintenzionati gli stavano dietro senza tregua. Non criminali, ma teppistelli che si divertivano a molestare gli incauti che si azzardavano a girare di notte in quel quartiere di nessuno dove abitavano. Dovevano avere all’incirca la sua stessa età, ma d’altronde la violenza tra ragazzini era una cosa comune da quelle parti. Correva cercando di tamponare con l’orlo della sua camicia il sangue che copioso gli fuoriusciva dalla ferita alla spalla infertagli da uno dei due teppisti alla fermata del bus con un coltello. Proprio nel punto dove non avrebbe dovuto. I due non fermavano la corsa per inseguirlo. Il ragazzino si guardò indietro; erano sempre più vicini, e lui era troppo debole per continuare quella folle corsa ancora per molto. Non voleva che loro lo raggiungessero e gli facessero del male, perché allora non avrebbe avuto scampo. Era uno di quei ragazzini gracilini e impacciati, sempre con un paio d’occhiali sul naso e vestiti fuori moda: la preda ideale degli scherzi crudeli dei suoi coetanei.
I due bulletti di quartiere l’avevano precedentemente inchiodato alla fermata del bus. Avevano probabilmente notato l’incapacità del giovane coetaneo di difendersi dai loro soprusi, e dunque vigliaccamente gli si erano avventati addosso. Il più giovane dei due, che sembrava essere quello che comandava, gli aveva rotto gli occhiali e il setto nasale con una piccola barra di piombo che portava in una tasca. Un colpo duro, che aveva costretto il ragazzino a cadere sulle ginocchia per il dolore. Poi quello più grosso gli aveva intimato di consegnare loro tutto ciò che aveva. Come se lui potesse possedere qualcosa di valore. Alla risposta negativa del ragazzo, l’energumeno si era infuriato e l’aveva colpito alla spalla con il coltello. Colpito al suo punto debole. Successivamente lui era riuscito a sgusciare via e a correre alla cieca lungo quella stradina. Pensò che avrebbe dovuto escogitare qualcosa di intelligente per evitare il peggio, e alla svelta. Ma pochi istanti dopo, uno dei due assalitori lo raggiunse con un calcio alla schiena che lo fece rovinare al suolo. Il ragazzino si appoggiò a terra sulle ginocchia, implorando con lo sguardo i due che lo avevano ormai in pugno. Quelli però avevano lo sguardo iniettato di sangue; non gli avrebbero perdonato quel suo inutile tentativo di fuga da loro, l’autorità indiscussa del quartiere. Ma mentre essi avanzavano, il ragazzino si guardò la spalla e notò con inquietudine che era successo. La ferita aperta aveva lasciato cadere il sensore inibitore che gli aveva impiantato il Dottore quattro anni prima. Il Dottore lo aveva avvisato delle trasformazioni che avrebbe subito nuovamente se lo avesse perso. Lui non voleva questo, ma successe. Proprio quando il più grosso dei due bulli già era sul punto di infliggergli un’altra coltellata, la trasformazione iniziò. Il suo corpo cominciò a crescere sempre di più e i suoi muscoli diventavano di un materiale duro come l’acciaio, mentre i suoi terribili nuovi denti diventavano sempre più affilati come rasoi. L’essere agguantò subito il piccolo bullo che lo fissava impietrito e gli staccò la testa di netto con un morso, poi si diresse inesorabilmente verso l’altro, che aveva cominciato a urlare dalla paura. Il ragazzino spavaldo che un tempo aveva voluto incutere terrore nei deboli ora aveva paura. L’essere cominciò a divorarlo a partire dalle gambe, molto lentamente. Non doveva essere un bel modo di andarsene. Dopo l’iniziale raptus omicida, all’essere riapparve un barlume di coscienza delle proprie azioni, e quindi subito cominciò a esplorare il viottolo in cerca del sensore. Il Dottore glielo riavrebbe installato. Nessuno poteva ipotizzare le vere origini di quel ragazzino apparentemente innocuo. Di come il Dottore gli avesse conferito quell’aspetto. Di come il Generale l’avesse usato per commettere le angherie più impensabili contro i suoi nemici. Prima che i suoi stessi uomini lo tradissero e l’uccidessero, il Generale doveva essere stato un tipo piuttosto furbo, oltre che crudele. Egli pensava che i nemici non avrebbero dato la minima importanza alla presenza di tale ragazzino tra i loro prigionieri, che però alla fine li avrebbe mutilati, seviziati e ammazzati senza pietà. Trovato il sensore poco lontano, ciò che era stato il ragazzino fuggì nell’ombra per recarsi dal Dottore. Aveva lasciato il cadavere decapitato dell’energumeno sulla strada, ma ad ogni modo pensò che il giorno dopo i notiziari avrebbero sicuramente giustificato la sua morte additando come responsabile una banda rivale. D’altronde, chi mai poteva sospettare di un ragazzino tanto insignificante come lui?

Vito Graziano

 

Mi chiamo Vito Graziano, 17 anni, e sono uno studente liceale di Napoli. Mi piacciono quasi tutti i generi letterari, l’horror in particolare. Per scrivere utilizzo sempre il nomignolo Vityok, con cui ero conosciuto quando vivevo in Russia.