La vera

Racconto per il concorso "300 Parole Per Un Incubo", 2008 - edizione 7

"Lei ha il cancro" mi disse il luminare oncologo. E così andai a messa. Per chiedere perdono a Dio di essere sempre stato un gran bastardo. Genitori morti, niente moglie, niente figli. Nessun legame.
Era mercoledì. Appena entrato in chiesa, mi trovai nel bel mezzo di un esorcismo. Una bambina.
Si dimenava, urlava. Mi avvicinai incuriosito e mi chiesero di tenerle la testa. Altri tenevano braccia e gambe. All'ultimo "Amen" lei mi vomita addosso: chiodi, spilli, strane monete.
Scappai, terrorizzato. Una volta fuori mi accorsi di cosa mi si era infilato nella camicia. Un anello.
La prima reazione fu di buttarlo via, ma quel metallo levigato, quelle parole sconosciute incise all'interno mi rapirono...
Lo infilai sull'anulare.
Da allora tutto è cambiato.

Non ho più fame, non ho più sete. Il mio corpo è pervaso da un'energia potente. Non ho bisogno di dormire. Come se non bastasse non sputo più sangue. Addio, cancro fottuto!
Sarebbe tutto perfetto se non fosse per questo continuo desiderio di strappare. I denti mi sono cresciuti, sono più taglienti, più resistenti. Non posso oppormi. È il prezzo da pagare per vivere. Devo strappare la carne fino all'osso.
Il primo è stato un barbone. Quando ho finito, ho passato ore a piangere e sputare pezzi di costole e vertebre. La seconda, una donna, l'ho seguita fino a casa. Quando le ho sorriso non è riuscita nemmeno a urlare. Lei l'ho spolpata. Tutta.
Ho tentato di uccidermi, ma non posso.
Le ferite si rimarginano, il sangue non scorre ed è freddo.
La campanella suona. Stanno per uscire coi loro grembiuli e le cartelle colorate.
L'istinto è troppo forte. La tentazione troppo grande. Chissà com'è tenera la carne di un bambino. Essere un mostro e sapere di esserlo è orribile.
Ho messo l'anello all'anulare, e ho sposato il Demonio.

Gerardo Di Filippo