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RISONANZA SCHUMANN

(Racconto per il concorso "300 Parole Per Un Incubo", 2008 - edizione 7)

 

u un risveglio confuso. Un emergere dalla pesante penombra sonnolenta del suo letto, guidato da un ronzio monotono e nervoso. Una vibrazione che lo riconduceva al mondo reale e gli scorreva muta sotto la pelle. Ogni pelo del suo corpo era ritto, come fosse intrappolato in una bolla d'elettricità statica. Era un rumore bianco che aveva assorbito ogni altro rumore e gli riempiva il cranio come una cassa di risonanza svuotata da ogni pensiero cosciente. Un rumore bianco divenuto solido nell'aria pesante della sua stanza, che lo riempiva sotto l'epidermide e giù per l'esofago, fino allo stomaco.
Si alzò di scatto appoggiandosi alla parete, disorientato, nel tentativo di arginare quella momentanea estraniazione, senza rendersi conto che la totalità della camera da letto vibrava posseduta dalla stessa frequenza. Respirò profondamente, premendosi le tempie e la fronte in maniera convulsa con i palmi delle mani, nel tentativo di scacciare quel suono dalla sua testa. E solo quando gli ultimi residui di sonno liberarono i suoi occhi, quando si rese conto di vibrare anch'egli all'unisono con ciò che lo circondava, vide quello che stava accadendo.
Migliaia di sottili lamine di luce bianca penetravano la finestra attraverso spiragli danzanti come lucciole impazzite. Tagliavano il buio proiettandosi sul pavimento e su ogni altra superficie in fasci rapidi e fugaci, brevemente riempiti da particolette di polvere in sospensione. Accecato dalla violenza della luce, delle ombre, stordito da spasmi stroboscopici, si avvicinò cauto, incredulo. Appoggiò tremante la mano sul vetro e solo allora comprese.
Non era la luce a muoversi, bensì il nero che la circondava. Un nero vivo, ribollente e vibrante, che fagocitava ogni cosa. L' incarnazione di una frequenza di morte, milioni di mosche ronzanti. Baal-Zebub.

Stefano Pradel