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MUNCH

(Racconto per il concorso "300 Parole Per Un Incubo", 2008 - edizione 7)

 

ebolmente il giorno esalava gli ultimi respiri, le vie della Città Vecchia erano pressoché deserte: le porte e le finestre di quasi tutte le abitazioni sbarrate, cadaveri e immondizia ovunque. Di tanto in tanto incrociavo qualche cane, secco più di uno scheletro, intento a frugare fra le carcasse in cerca di cibo.
La peste consumava come una cancro tutto ciò che stava nel perimetro della città, chiunque era confinato fra queste mura non poteva far altro che aspettare impotente il proprio turno per scomparire. O molto peggio come scoprii quel dì.
Vagavo come ogni giorno senza una meta, preferivo camminare ed osservare i miei luoghi disfarsi a poco a poco piuttosto che aspettare la fine dentro casa come tutte le persone che ho amato e perso, avevo già visto troppi orrori e pensavo che nulla potesse più spaventarmi.
Superata l’ennesima pila di cadaveri mi ritrovai sul ponte che unisce il mio quartiere col porto e mi accorsi del sole che stancamente tramontava: il cielo si tinse di rosso sangue e pareva che sul fiordo nerazzurro e sulla città ci fossero lingue di fuoco in procinto di divorare ogni cosa.
Era magnifico e angosciante al contempo.
M’incamminai sul ponte per godere meglio il paesaggio e poco più avanti notai tre uomini: due di essi si stavano dirigendo a passo spedito verso il porto, l’altro mi dava le spalle, aveva il cranio glabro, repellente e pareva assorto nella visione che stava sopra le nostre teste.
Mentre mi avvicinavo circospetto e con un po’ di timore l’uomo si voltò: le narici ridotte a due fori, gli occhi sbarrati, le mani serrate sulle orecchie, labbra nere, immonde; un urlo silente, disperato e primordiale che si propagava in ogni dove.
Fu allora che percepii crudo, chiaro e indistinto l’orrore, la mostruosità, l’oblio dell’esistenza.

Mattia Martinengo