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UNA PIOGGIA MALEDETTA

 

a parola “Sibilla” potrebbe avere il significato di “VERGINE NERA” una divinità che opera in un luogo oscuro, com’è l’antro nel quale la tradizione la colloca nei momenti in cui pronuncia i suoi “vaticini”.

 

L’idea ce l’aveva avuta Ada, la mia ragazza: “Visitiamo l’antro della Sibilla. È qui vicino.”
Eravamo accaldati perché avevamo fatto l’amore in auto, nello spiazzo antistante gli scavi. Dissi osservando il cielo: “Tra poco si scatena un temporale.”
“L’auto è qui. Se piove, staremo al riparo nella grotta della Sibilla, ma non pioverà, lo sento.”
“Adesso sembri la Sibilla cumana che predice il futuro.”
Davanti alla guardiola dove si staccano i biglietti non c’era nessuno. D’inverno, i visitatori si contano sulla dita di una mano. Andammo a staccare i due biglietti per l’entrata. Un uomo prossimo alla pensione, grasso e con voce rauca, si sporse dalla guardiola e ci disse con la testa piegata di lato: “Massimo un’ora e poi chiudo. Fate presto... si scatena un temporale. Anzi, è meglio che ve ne andate al cinema.”
Ada si era indispettita: “Vogliamo visitare l’antro della Sibilla cumana.”
L’uomo guardandoci sottecchi, staccò i due biglietti dicendo tra sé: “Fottetevi.”
Scavato nel tufo della montagna con tecniche vicine a quelle degli edifici micenei, l’antro della Sibilla è un lungo corridoio trapezoidale, in fondo al quale c’è un ampio vano rettangolare nel quale la Sibilla cumana pronunciava i vaticini. Le sei aperture laterali sul lato occidentale, lungo il percorso della galleria, simili a grosse feritoie, servirebbero a dare luce naturale all’ambiente. Queste sei feritoie permettono la visuale sull’ampio litorale flegreo. Prima di entrare tenendola per mano, osservai il paesaggio. Lontano, il faro di Capo Misero baluginava nel nero della nuvolaglia, come remota stella in siderei abissi. L’antro era pieno di ombre e non si vedeva il fondo. Ada non aveva paura. Dissi: “Facciamo presto.”
Eravamo quasi al centro della grotta che un fulmine illuminò la scena. Il tuono che seguì fu assordante. Ada gridò: “Torniamo indietro. Ho paura dei fulmini.”
“In fondo c’è anche il fantasma della Sibilla, la vuoi vedere?”
“Andiamo via. Sta piovendo.”
Usciti all’aperto, la fitta pioggia impediva di vedere oltre i rispettivi nasi. Grido strozzato. Era scivolata su un tronco spezzato, davanti alla caverna. Le tesi la mano e la illuminai in faccia con la pila. La mano bagnata e scivolosa si strinse con forza intorno al mio polso. La tirai verso di me.
“Piano. Mi sono fatta male.”
Si alzò dolorante. Si era ferita al petto. Usciva del sangue, ma illuminando meglio, vidi che la ferita era alquanto superficiale. “Mi sono slogata anche una caviglia, mannaggia!”
“Aggrappati a me. Poche decine di metri e siamo in auto.”
La pioggia offuscava ogni cosa. L’auto ci aspettava oltre l’inferriata della biglietteria. Vincemmo la furia del vento, gli spruzzi della pioggia violenti e freddi, la paura dei fulmini ed il frastuono dei tuoni. Al sicuro in auto prendemmo fiato. “Fa vedere.”
Avevo fatto luce con la pila sul suo petto, sopra l’attaccatura delle mammelle. Ada si stringeva con la mano la ferita sul petto che sanguinava.
“Non è profonda.”
“Però brucia e sanguina. Sono caduta su una scheggia di un ramo.”
“Per fortuna, non è niente.”
Si era tolta l’impermeabile. Ada aveva addosso un maglione a punta e sotto una camicia di cotone aperta sul petto. Era tutta sbracata e infangata coi lembi della camicia che uscivano dai pantaloni. Sembrava un clown melodrammatico. I capelli inzuppati le si erano incollati in faccia.
“Mi fa male la caviglia, mannaggia.”
Ce ne andammo via inseguiti dai fulmini e dalla pioggia che non scemava.
“Aspetta, Ettore. Non trovo il mazzo di chiavi. Le chiavi di casa. Mio padre mi ammazza. Mi sono cadute a terra dove sono scivolata. Le avevo in una mano per sicurezza.”
“Devo tornare al nastro di partenza. Pazienza.”
“Vengo anch’io.”
Zoppicante, doveva restare in macchina. I suoi capelli grondavano acqua a catinelle. Tutta sbracata, si sforzava di darsi un contegno. “Vuoi che venga con te?’
Chiese tanto per far vedere, premendosi il fazzoletto sul petto sanguinante.
“Lo vedi che sei tutta sbracata?”
Ritornai davanti alla guardiola. Le ante erano serrate ed il custode di certo stava andando via. Ritornai sui miei passi, verso l’antro della Sibilla. Dovevo trovare le chiavi in pochi minuti. Il custode poteva andare via da un momento all’altro, sbarrando i cancelli.
Il vento mi scuoteva come una canna. Camminavo piegato in avanti. La pioggia mi sferzava in faccia, sul cranio e sulla spalle. Con la pila presi ad illuminare il terreno. Se le trovavo, bene; altrimenti si faceva fottere: lei e le chiavi di casa. Fulmini, vento e pioggia a raffiche. Sembrava che il cielo avesse liberato le Furie. I gemiti del vento, il tonfo del maroso, la cortina delle frasche smosse, il fitto velo di pioggia trasformati in un coro di antiche parole. Ebbi l’impressione di udire suoni e voci inesistenti. Apparve dalle tenebre la sagoma di una giovane donna. Dubitai di me stesso. Poteva essere l’agitazione del momento. La donna aveva le stesse fattezze di Ada. Sollevò una mano e l’aprì. Nel palmo aveva un mazzo di chiavi. Come un automa presi le chiavi. Dovevano essere quelle di Ada. Osservando meglio, al chiarore dei fulmini, la ragazza ebbe una trasfigurazione: era molto rassomigliante ad Ada. L’orrore mi strinse il cuore. Davanti ai miei occhi, lei. “ADA!”
Vestiva in uno strano modo. Sembrò una bizzarra visione. Guardai meglio. Era identica ad Ada, ma non era bagnata. La donna era coperta da una specie di tunica di seta nera, fluente sui piedi. Era come se sognassi. Dal petto uscì il mio grido disperato: “Ada.”
Silenzio. Freddo e vano silenzio vacuo. Non ci capivo niente. Aveva il viso asciutto come pure i capelli. Si girò come automa e sparì nelle profondità dell’antro. Ci fu un'accecante fiammata, il tuono ed il buio fitto. Trovai Ada che m’aspettava nervosa in macchina. Disse appena mi vide: “Finalmente sei tornato.”
Stentavo a risponderle. Ero sotto choc: “Sei, sei... rimasta per tutto il tempo qui?”
“E dove volevi che andassi. Facciamo presto, fuggiamo. Hai preso le chiavi?”
“Eccole.”
Le mise in borsa stampandomi un bacio in faccia.
“Tu, comunque... non ti sei proprio mossa da qui?”
“Sta a vedere che con questo tempo mi veniva voglia di farmi una passeggiata al chiaro di luna.”
Mi guardò stupita come se delirassi. Sicuramente, non s’era mossa da lì. Era infradiciata e tremante. Non aveva avuto il tempo di travestirsi da donna dell’antica Grecia.
Ada imprecò: “Maledetta pioggia.”
Dissi: “Domani mi faccio una tac al cervello.”
Sembrò non capire.

Giuseppe Costantino Budetta