EMMA

 

“Quando alla fine del giorno, le prime stelle accompagnano l’arrivo delle tenebre, la mia mente corre lontano e nulla riesce a fermare il fluire inesorabile dei ricordi e del dolore. E’ come la marea dell’oceano, sale fino a togliermi il respiro e, anche se so che domani, al primo albeggiare, la sofferenza finirà, non posso che esserne sopraffatto.
Oggi però sono stanco, stremato e non riuscirei a sopravvivere ad un’altra notte d’inferno e affido alla fantasia e alla carta l’unica speranza che mi rimane: scrivere e scrivendo voglio alterare quella realtà che mi schiaccia, mi annienta.
Voglio poter dire a me stesso che quella notte gli eventi potevano essere diversi, che potevo avere un’altra scelta, quella di non uccidere e vivere senza il rimorso che invece mi riempie le viscere e mi ottenebra la mente. Voglio poter dormire, sognare e svegliarmi con una pagina bianca, senza sangue a macchiarne gli orli.
Il mio tormento inizia in una notte chiara di un inverno clemente come solo la Sicilia sa donare; il profumo del mare si unisce a quello delle mele e della legna, torno felice verso casa, stanco per le tensioni di un giorno di lavoro, ma presuntuosamente certo di aver fatto al meglio il mio dovere.
Sulle spalle il tepore della giacca nera ornata da alamari d’argento - da sempre sognati - e per i quali avevo investito otto anni della mia vita, senza mai un solo secondo di rimpianto.
Al ritmico battere della pistola sulla coscia fanno eco i miei passi sul selciato; lo stato d’animo sereno perché nel tempo ho ammortizzato l’impatto di questa terra ostile per definizione alle divise, anzi percepisco sempre di più che il senso dello Stato, della giustizia e della legge non sono estinti.
Eppure rimanevano sconosciuti gli autori di un duplice omicidio ed è questo il pensiero che mi fa compagnia incessantemente. Era questione di mafia? Un regolamento di conti? Un delitto passionale?
I due cadaveri erano stati trovati in una piccola piazza, buia e poco frequentata; la chiamata al 112, come sempre anonima, risultava effettuata da un uomo, voce giovane e spiccato accento del luogo e ovviamente proveniente da un telefono pubblico.
Immediato l’invio delle autopattuglie dell’ambulanza; la scena del crimine rimane sostanzialmente pulita; arrivo insieme ai miei uomini e comincio il minuzioso lavoro di analisi, verifiche, interrogatori di presunti o almeno possibili testimoni.
Già testimoni... nessuno ha sentito, visto... insomma il classico copione della Trinacria.
Avverto per istinto che le componenti per trovare una indicazione all’investigazione ci sono, ma il collegamento sfugge.
I due, Antonio L. e Vincenzo S., coetanei, appartenevano a cosche rivali, ma non si erano ammazzati tra di loro così come gli esperti e l’autopsia avevano confermato, l’arma del delitto non era stata trovata ed era da taglio; gestivano, per le rispettive famiglie, le scommesse clandestine e la prostituzione ma, stranamente, sembrava esserci un accordo di non belligeranza tra i due che mai avevano tentato di entrare l’uno nel territorio dell’altro. E questo era senz’altro un elemento atipico: tra i mafiosi non esiste il patto di non concorrenza, anzi il controllo di porzioni sempre più estese di territorio è indice di supremazia e quindi di potere.
Decido di ipotizzare il delitto d’onore, l’uso dell’arma da taglio lo rendeva possibile: un vecchio detto recita ”gira la pagina e trovi la femmina”.
Fino a quel momento avevo brancolato nel buio e mentre per l’ennesima volta rimugino gli elementi emersi senza essere in grado di collegarli per un impianto investigativo degno di tale nome, arrivo in prossimità del mio portone di casa.
All’improvviso una figura femminile è davanti a me, alta, bruna di capelli e di incarnato, non bella e non brutta, non giovane e non bella, ma di grande fascino, quasi ipnotico. Mi affronta con una voce chiara, senza alcuna inflessione dialettale, dice di chiamarsi Emma (nome certo non siciliano penso) e dice di aspettarmi da molto tempo: ha bisogno di parlarmi.
Non faccio in tempo a interloquire che Emma, come un fiume in piena, conferma la mia intuizione sul delitto d’onore, suggerisce di indagare fuori dall’isola e di rifarmi ai tempi della naia delle due vittime.
Il mio stupore è tale che Emma fa in tempo a sparire prima di poterle fare domande.
Tutto troppo repentino, dettagliato e fortuito per non sembrare una sorta di sogno ad occhi aperti, stanchezza e tensione possono giocare brutti scherzi.
Decido di non pensare troppo e di farmi una notte di sonno posticipando a domani le verifiche.
L’indomani mattina, in ufficio, rianalizzo tutto l’incartamento, e comincio a telefonare, chiedere, stampare, incrociare dati ed ecco: pur essendo assegnati a battaglioni diversi in località distanti, entrambi gli uccisi sono stati mandati a Trieste come rinforzi ai reparti per attività di protezione civile.
Allora Emma esiste, sa e parla, ma chi è? Dove rintracciarla? E di quali altre informazioni è a conoscenza?
Decido di procedere come se non l’avessi incontrata, certo che prima o poi ci sarà un altro incontro. Accetto quasi con rassegnazione un evento così misterioso perché ho troppa voglia di risolvere il caso.
Risalgo ai vertici di comando dell’unità di crisi, per comprendere come, quando e per quanto tempo i due sono stati insieme.
“Tombola”: entrambi destinati all’opera di sgombero macerie in una grande masseria hanno passato quasi tre settimane in quel luogo dove la famiglia, proprietaria dell’immobile, era rimasta alloggiata in un container della protezione civile.
La famiglia era composta da padre, madre, un figlio ed una figlia: nome della mamma? Emma!!
E c’è solo un motivo per il quale una mamma lascia la sua casa per venire fin all’altro estremo della penisola: i propri figli e il male che possono avergli fatto.
Conoscere i fatti non è difficile, molto di più lo è interpretarli.
I due figlioli: sono entrambi morti in circostanze poco chiare e in momenti diversi anche se a breve distanza l’uno dall’altra, ma i due decessi sono archiviati come incidenti: il ragazzo - poco più che ventenne - è deceduto per le lesioni riportate cadendo in una foiba situata a poca distanza della masseria e la ragazza - appena diciassettenne - si è suicidata per il troppo dolore.
Decido di partire, a tre anni di distanza dagli eventi sono speranzoso di poter ancora recuperare testimonianze utili.
Dopo un viaggio rapido e comodo scendo dall’aereo e mi dirigo verso la macchina messami a disposizione dal comando provinciale dell’Arma.
Come è diverso il paesaggio triestino, il profumo dell’aria, l’atteggiamento delle persone... È proprio un altro mondo ma forse non lo cambierei con la Sicilia, qui c’è qualcosa di freddo, distante e paradossalmente omertoso in tutta questa pulizia, ordine e formale cortesia.
Non mi devo arrendere al primo ostacolo a maggior ragione perché si basa solo su sensazioni e null’altro.
I colleghi mi danno tutti gli incartamenti ma io decido di soffermarmi con maggiore attenzione su quelli del medico legale che in poco tempo, troppo poco, consegna le perizie: la morte del giovane, istantanea, dovuta alla rottura delle vertebre del collo, quella della ragazza per lo stesso motivo ma per essersi impiccata ad un albero.
Ho già una mia idea, ma non devo procedere pregiudizialmente; sgombro la mente e mi appresto ad incontrare il medico legale. E’ un professionista di esperienza, ricorda bene i fatti e non accenna a perplessità di alcun genere. Secondo lui il corpo del ragazzo non presentava ferite diverse da quelle riconducibili ad una caduta accidentale. Non mi scoraggio anche se, lo ammetto, speravo almeno in un piccolo dubbio clinico che potesse essere di supporto alla mia tesi.
Devo chiamare il padre dei ragazzi, mi risponde con cortesia, sembra quasi che stesse aspettando la mia telefonata. Ci accordiamo per vederci alla masseria nel tardo pomeriggio.
Con grande afflizione mi accingo all’incontro.
E’ un uomo imponente anche se la schiena è appena incurvata, il viso è aperto, segnato dal dolore vissuto con grande compostezza e dignità. Gli chiedo di raccontarmi di quei giorni, dei rapporti con il reparto militare destinato ai soccorsi e devo necessariamente spiegargli il perché delle mie domande.
Descrivo brevemente il duplice omicidio sul quale indago ma ometto di aver incontrato Emma. Lui parla, descrive senza reticenza quelle settimane e di come i soldati si siano dedicati incessantemente al proprio lavoro e alla assistenza della famiglia. Dice di ricordare Antonio e Vincenzo, nei primi giorni particolarmente vicini - forse perché della stessa terra - e poi via via allontanarsi come per uno screzio.
Aggiunge che entrambi conoscevano i suoi figli e che, quando il ragazzo scompare, partecipano alle ricerche; i siciliani però non erano presenti al ritrovamento del corpo di suo figlio.
Cautamente mi avvicino a quello che ritengo il punto focale: i rapporti dei due soldati con la figlia. Mi racconta di sguardi, gentilezze, chiacchiere tra ragazzi e null’altro. Chiedo se fossero presenti ai funerali dei figli e nel suo diniego colgo una sfumatura esitante di cui approfitto.
Cerco un varco e lo trovo, gli chiedo se si sia mai chiesto perché non fossero presenti alle esequie e se dopo li abbia rivisti.
Il padre abbassa lo sguardo, ma solo per un attimo come se stesse raccogliendo le forze, o il coraggio o tutti e due: sì, nota la loro assenza riconducendola a motivi di servizio; li rivede dopo qualche giorno perché sono venuti a fare le condoglianze ma non insieme, separatamente e questo lo rafforza nella convinzione che tra Antonio e Vincenzo sia successo qualcosa. Prova a chiedere dell’uno all’altro ma le risposte sono reticenti fino a diventare evasive. Aggiunge poi che la moglie, Emma, non li ha voluti vedere, lasciando a lui il compito di riceverli.
E’ giunto il momento di forzare: domando di poter incontrare Emma. L’uomo tentenna, prova a sviare, ma il mio sguardo parla per me.
La diga è rotta e il fiume delle sue parole mi investe: Emma è in Sicilia, contro il suo volere, Emma sapeva ma non si è né confidata né fidata di lui; per tre lunghi anni ha aspettato per convincere Antonio e Vincenzo di averla fatta franca, ha atteso nell’odio perché i colpevoli ricevessero i suoi colpi senza averne il minimo sentore.
Ora il momento della vendetta è giunto e con esso, come Emma confida prima di partire, anche quello dell’espiazione. Emma dovrà espiare non solo il delitto che si accinge a compiere ma anche quello commesso per non aver saputo prevenire, impedire... per non aver saputo essere madre fino in fondo.
Suo figlio è morto perché voleva punire l’oltraggio fatto alla sorella da Antonio e Vincenzo che lo hanno ucciso per non essere denunciati; la ragazza si è uccisa perché si riteneva responsabile della morte del fratello; per Emma la mano che ha legato la corda al collo di sua figlia è quella dei due siciliani: loro hanno ucciso e lei li deve uccidere. Per Emma la giustizia dello Stato non sarebbe mai stata sufficiente, doveva essere lei stessa la Giustizia. Il marito consapevole della sua complicità, seppure non attiva, non se la sente di avvisare le forze dell’ordine, anche in lui alberga la sfiducia nella giustizia, la stessa che guida la moglie; e anche se ha avuto il dubbio di dover impedire un’altra tragedia si arrende alla stanchezza, alla paura di non riuscire a spiegare, raccontare, convincere gli uomini in divisa a intervenire.
Lo conforto per quel che posso e gli prometto di fare il possibile per la moglie e anche per lui, gli prometto di parlare con il magistrato perché siano applicate tutte le attenuanti possibili.
Informo i miei superiori, il magistrato e torno a casa.
La foto di Emma è stata distribuita alle forze dell’ordine sull’intero territorio e anche all’Interpol, ma io sento che è ancora in Sicilia... il marito parla di espiazione, ma come intende cercarla? Vuole uccidersi o uccidere ancora?
Sono stanco, sento addosso tutto il peso del dolore, della disperazione più grande che si possa tollerare: la morte dei propri figli.
Sono a casa, ma non sento più il profumo dell’aria, il rumore dei miei passi e neanche il consueto battere dell’arma sulla coscia mi conforta, il dolore è più forte di tutto; mi faccio mille domande, ed una su tutte mi rimbomba nella testa: perché la Giustizia, quella dello Stato, delle Leggi, delle Istituzioni non rappresenta più un faro? Perché?
Ad un tratto solo per l’istinto dovuto all’addestramento e all’esperienza avverto una presenza, i miei sensi all’erta, la mano impugna l’arma, il colpo è in canna... nel buio appena rischiarato da un quarto di luna intravedo una figura, non distinguo altro; mi appiattisco al muro in attesa degli eventi... sento un urlo, poi uno sparo, corro con il braccio destro già teso in avanti e vedo davanti a me la bocca da fuoco di un’altra pistola...
Ma ora sto scrivendo, sto dando un’altra possibilità a me stesso ed alla mia vita: no su questa carta non sparo, non stavolta, non sparo per legittima difesa.
In questa preghiera per la mia anima, che scrivo perché non posso accettare quello ho fatto, gli avvenimenti si svolgono secondo altri schemi: non premo il grilletto ma mi lancio in avanti verso quell’ombra, non sento il rantolo di un moribondo ma rotolo addosso allo sconosciuto e ne avverto il fiato vitale, non alzo il viso di un cadavere ma blocco lo sconosciuto, lo disarmo e finalmente lo riconosco: è Emma!“
In questa mia fantasia catartica dove almeno posso salvarmi dalla nemesi di Emma, non sono il protagonista inconsapevole dell’ultimo atto che lei ha scritto per me: non la uccido per sbaglio, non le consento di espiare i suoi delitti mettendo fine alla sua vita per difendere la mia.

Ugo Mercurio

 

Ugo Mercurio è nato a Roma il 9 novembre 1991 ed ivi residente frequenta il primo liceo classic. E' appassionato di storia contemporanea, ama tradurre dal latino e dal greco, sportivo, appassionato lettore.