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LA PATATA

 

rancesco sbucciò le cipolle e le appoggiò vicino ai sedani e alle carote. Ne tagliò una di traverso e rimase a osservare quei cerchi concentrici. Si ricordò che da piccolo cercava di contarli, immaginando che, come per gli alberi, mostrassero l’età della cipolla. Tornò in salotto e infilò nello stereo un vecchio disco di Neil Young, poi sbirciò l’orologio. Un quarto alle sei.
La Patata stava per arrivare.
Gli sudava la schiena e un rivolo scese tra le chiappe, facendogli il solletico. Eppure non faceva caldo.

 

Luca suonò il campanello con mezz’ora d’anticipo, eccitato quanto un bambino chiuso in una fabbrica di caramelle.
- Che cazzo ci fai già qui? Ti bruciava il culo? - gli chiese Francesco, con un sorrisetto di sollievo. Non gli dispiaceva non dover passare da solo quegli ultimi minuti, prima che lei, La Patata, arrivasse.
- Ma sei coglione? - gli ribattè Luca, dandogli il cinque - Vedi di non bruciarla appena arriva, piuttosto.
- Guarda che non sono mica un pivello! - ribattè piccato l’altro, aggiustandosi il ciuffo - Dai, vieni dentro che mi aiuti a preparare. Hai portato il vino?
Luca confermò, mostrandogli il pollice e togliendosi uno zainetto dalla schiena. Dentro c’era una specia di thermos che conteneva tre bottiglie.
- Queste sono per la cena - disse orgoglioso, mostrando due bottiglie di Cabernet Sauvignon - e questa è per cucinare - terminò appoggiando sul tavolo una bottiglia di vino bianco, senza etichetta.
- Tutto qua? - gli chiese Francesco aggrottando le ciglia.
- Be quiet... ne ho altre due in macchina...
- Ah bon! Volevo ben dire. Ok dai, aiutami con il brodo, che sta arrivando.

 

Marcello si era fatto la doccia e aveva messo il completo buono. Camicia nera e giacca bianca stava a metà strada tra una star hollywoodiana e un pinguino: Michael Myers e Pingu, per esempio. La guardò un’ultima volta, tenendo le mani dietro la schiena e piegando la testa di lato.
Da non crederci.
L’afferrò con entrambe le mani e l’infilò in un sacchetto del pane, di quelli grandi. Poi infilò il sacchetto in un altro sacchetto, stropicciando entrambi. Per La Patata le precauzioni non erano mai troppe. Pigliò il cellulare dalla credenza e vi trovò un paio di messaggi. Uno era di Francesco, l’altro di Luca. Gli chiedevano a che punto fosse e come stava... La Patata.
Stronzi, pensò. Sapeva benissimo che avrebbero fatte carte false per tenerla con loro fino a quella sera. Ma se l’erano giocata con una partita a morra cinese e lui aveva vinto. Li conosceva troppo bene ormai: con Luca giocare ‘sasso’, con Francesco ‘rete’. Gli amici d’infanzia hanno sempre la stessa faccia, dentro. Rispose a entrambi con lo stesso sms e uscì di casa, con La Patata ben salda tra le braccia, quasi fosse un biglietto vincente della lotteria.
Era già in ritardo.

 

Luca e Francesco decisero di farsi uno spino, per calmarsi.
- La farai anche saltare per aria? - chiese Luca, coi ricci circondati di fumo come un albero in una giornata di nebbia.
- Sta’ zitto va , gnurant! - gli rispose Francesco. Teso e concentrato.
Avevano cambiato musica. Ora ascoltavano Achtung baby, uno dei pochi dischi che metteva d’accordo lo spirito rock di uno con quello pop dell’altro. Marcello, invece, era quello della techno.

 

Incastrò La Patata nel portapacchi della bicicletta, con deferenza e una punta di malinconia.
Chi avrebbe mai detto che un fenomeno simile sarebbe capitata a loro tre? Accarezzò la carta marrone del sacchetto e cominciò a pedalare lungo viale Venezia. Doveva fare attenzione alle buche, alle frenate brusche e alle curve strette.
Pedalava immaginandosi un pattinatore su ghiacchio, scorrendo sugli avvallamenti dell’asfalto e utilizzando gli scivoli per disabili come fossero cordoli. Era così intento a lisciare la strada che quando rotolò a terra, incartandosi con tutta la bici, nemmeno si accorse di aver pigliato in pieno una sedia a rotelle.
- Nooo! - gridò mentre ancora stava ruzzolando - La Patataaa!
Era rotolata via, prendendo l’abbrivio e sbattendo con un tonfo sordo contro una porta.
- Cazzocazzocazzo... - imprecò Marcello mentre scavalcava il povero paraplegico che aveva avuto la sfortuna di farsi travolgere.
A vederla pareva la scena di un film drammatico. Un giovanotto scarmigliato, ansante, inginocchiato nel canale di scolo, teneva tra le mani un fagotto umidiccio, ripetendo ‘OmioDio... OmioDio...” come fosse un mantra che poteva salvargli la vita. Poco distante un altro individuo si contorceva a terra, trascinando le gambe come una serpe finita sotto un’auto e cercando di raggiungere una carrozzina capottata.

 

- Secondo me è stata una cazzata! - disse Luca, mentre mescolava il brodo - Abbiamo fatto male a lasciargliela tenere. Quello lì ha il cervello bruciato: doveva già essere qui.
Francesco stava tagliando in grossi cubetti la carne, mentre muoveva il bacino a tempo e canticchiava.
- Ma no, dai... che vuoi che gli succeda... - ma mentre diceva queste parole, almeno una decina di risposte gli affollarono i pensieri.
- Che gli cada? Che gliela rubino? Che la dimentichi da qualche parte? Che la venda? Che ce ne porti solo un pezzo?
- Azz...
- Serve che continui?
- No, no... hai ragione - disse Francesco mestamente, mettendo a bollire la carne e cominciando ad apparecchiare la tavola. Più il tempo passava e più cominciavano a bollire come l’acqua nella propria pentola.

 

La porta si aprì nello stesso istante in cui Marcello si stava rialzando.
- Sì? - disse una stangona in baby doll, affacciandosi quel tanto che bastava per mostrare quel poco di cui era vestita.
- Che cazz... - esordì Marcello, lasciando morire la ‘o’ sulle zeta e diventando rosso come un papavero - Mi sc-scusi signorina... n-non ho bussato... mi era solo c-caduta La...La...P-p... una cosa.
La tizia lo guardò incuriosita, abbassandosi e mostrandogli da vivino i suoi bellissimi occhi... tutti e quattro. - È caduto? Si è fatto male? Vuole entrare a bere bicchier d’acqua? Magari si può riposare un po’...
Marcello fece un verso strano, come se gli avessero ficcato una banana nel culo senza preavviso.
- V-volent... - s’interruppe quasi subito - Eh no cazzo! Tu mi vuoi rubare La Patata! Ma credi che sia scemo del tutto? Vergine sì, ma scemo no, eh!
La tizia lo guardò perplessa, accorgendosi solo in quel momento del paraplegico dolorante.
- Oh beh! Quando si vuol essere gentili eh... Ehi lei, signore... - disse rivolgendosi al poveretto che si stava arrampicando, con scarso successo, sulla sua sedia a rotelle - La posso aiutare? Su coraggio che poi magari entra da me a prendere un bicchier d’acqua...
Il paraplegico fece ampi gesti, annuendo vigorosamente. Pure muto era, il caprone! pensò Marcello, mentre assieme alla stangona, e continuando a tenere sottobraccio il suo preziosissimo fagotto, lo aiutava a rimettersi in piedi. Cioè... seduto, in questo caso.
La valchiria seminuda si portò in casa caprone e carrozzina e gli mostrò il dito medio, dandogli del ‘frocio’, prima di sbattergli la porta in faccia. Marcello scacciò subito quell’immagine, tornando a puntare il pensiero su quel che gli interessava veramente: La Patata.

 

Si stavano preoccupando.
Luca aveva sminuzzato un intero pezzo di pane in briciole piccolissime, mentre l’altro continuava a camminare nervosamente per la stanza, sollevando di tanto in tanto i coperchi alle pentole.
Avevano provato a telefonargli, ma era sempre irraggiungile.

 

Marcello si voltò per raggiungere quel che restava della bicicletta, appena in tempo per scorgere, di schiena, la sagoma del tizio che gliela stava rubando. Gridò e in quello cominciarono a cadere i primi goccioloni.

 

Quando il campanello suonò, Francesco aveva appena lanciato il cellulare contro la tavola apparecchiata, e per poco non gli era finito nella terrina dell’insalata.
- Eccolo! - esclamò Luca alzandosi di scatto e fiondandosi alla porta.

 

Marcello, zuppo fino alle ossa, entrò ghignando. Aveva la pancia gonfia come un pallone da basket, graffi e lividi su tutta la faccia.
- Fcuvate - disse mostrando una paurosa voragine tra gli incisivi - non ho potuto affertire. Mi hanno vubato il telefonino!
- Che?! - esclamarono all’unisono gli altri due, aiutandolo a entrare in casa - E ti hanno anche picchiato?
- No no. Niente botte. Fono caduto pev le fcale. Comunque quefta non fono riufiti a pvendevla! - concluse tirando fuori da sotto la camicia il suo tesoro.

 

Dopo averla sbucciata rimasero ad ammirarla estasiati. Tonda e grande come un’anguria, era la patata più grossa che avessero mai visto. L’avevano trovata nell’orto. Marcello era stato il primo a colpirla con la vanga, Francesco aveva insistito per dissotterrarla. Luca era il proprietario dell’orto. Un tubero così non l’avevano mai visto!
Per questo quella non era più una semplice patata, bensì ‘La Patata’.

 

- De-li-zio-so! - esclamò Luca, incrociando le mani sulla pancia e svaccandosi sulla sedia.
- Fquivito! - gli fece eco Marcello, che continuava a far guizzare la lingua dove una volta c’erano i denti.
- Ve l’avevo detto no, che con lo spezzatino sarebbe stata buonissima?
- Già! Ma noi mica ti avevamo creduto - ghignò Luca, ingollando l’ennesimo bicchiere di vino.
- E però è afanzata ancova mezza patata!
- Beh, potremmo fare il bis! Che ne dite? - cinguettò Francesco, atteggiandosi a grande chef.
- Io ci ftò!
- E sia!
- Bene! Aggiudicato! - gridò Francesco, con una voce stridula d’alcol e allegria - Brindiamo!
- Al Patata day!
- Al Pafafa day!
Risero, come se quell’abnorme tubero li avesse riportati nell’età dell’oro, quando si poteva arrivare alle lacrime per una cazzata qualsiasi.

 

Ester sentì la porta che si apriva, dei passi. Poi voci e risa. Mugolò, mordendo la palla di gomma che le riempiva la bocca e rotolando nel viscidume in cui era stesa, in un angolo della cantina. La luce accecò del tutto i suoi occhi, gonfi di botte e pianto.
- Dobbiamo girarla dall’altra parte - disse Francesco - e tiriamola anche più in qua, che si è cagata addosso.
- Pofca Mefda! Fenti che puzza! È peggio delle tue fcorregge! - disse Marcello, dando una gomitata a Luca.
- Prendimi la fiamma ossidrica e la scatola su quello scaffale - ordinò Francesco, indossando un grembiulaccio bianco, già lercio di sangue secco.
- Per fortuna che mangiano bene, a quest’età - ghignò Luca, soffocando il riso in un rutto.
La bambina, tredici anni visti da lontano, tremava e gemeva, rannicchiata. Francesco si avvicinò e la colpì con un calcio alle costole.
- Dai ciccia, porgi l’altra coscia, che ci avanza mezza Patata.

Raffaele Serafini