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L'ULTIMA NOTTE DI PAOLO

 

ttraverso le sbarre di una cella, in un monastero situato in periferia, Paolo guarda il cielo. Ormai già anziano, barba e capelli lunghi e incolti, le sopracciglia corrugate, riflette sulla vita che ha scelto di condurre. Una vita difficile fatta di sveglie all’alba, di lavoro duro nei campi, di preghiere, di silenzi e di solitudine. Spesso volta la testa e guarda la parete dove c’è il suo giaciglio, un letto duro fatto con assi di legno e sopra di esso un crocifisso. Di lato un comodino con sopra una bibbia, invecchiata e consumata dal tempo e dalle numerose letture. Fissa la parete come se potesse vedervi attraverso, chiude gli occhi e resta in ascolto. Dall’altra parte c’è un fratello che ha perso la ragione, è legato sul suo letto, per impedirgli di farsi del male, grida alla notte le sue sofferenze. Le sue urla fanno sussultare Paolo mettendogli un po’ i brividi, perché la voce che sente non ha più niente che possa ricordargli un uomo. Una volta al giorno due fratelli si prendono cura del malato, lo lavano, gli cambiano le lenzuola e gli danno da mangiare. Però nessuno parla con lui o si intrattiene perché è proibito, sarebbe come violare la sua clausura. Quando Paolo passa davanti a quella cella abbassa la testa e accelera il passo, vorrebbe entrare e confortare un po’ quell’anima in pena ma non può farlo perché infrangerebbe le regole, l’unica cosa che può fare e passare oltre e in fretta. Il monastero ha delle regole austere come quelle dell’isolamento e del silenzio, del digiuno e della fustigazione. Tutto questo per salvare pregando altre persone e guadagnare così il regno dei cieli. Paolo non crede più in queste cose e cerca delle risposte alle sue tante domande, ma si sente dire soltanto che non deve cercare risposte ma solo pregare, perché con la preghiera e l’umiliazione del corpo, quest’impasto di carne e sangue, passioni e desideri ci si prepara la strada per il regno dei cieli. Solamente attraverso la sofferenza e la preghiera si diventa migliori, più forti e più puri. Paolo osserva fuori dalla finestra un ragnetto che scende giù e poi risale su, intento a costruire la sua tela. Sorride perché gli sembra tutto bello: la luna grande come un soldo, il cielo immenso e senza fine, le stelle lucine lontane e perfino il ragnetto grande architetto. Tutto il creato è bello visto da una stanza chiusa a chiave e attraverso una finestra con delle sbarre di ferro. Ora ha più di sessant’anni e pensa che la sua vita e quasi giunta al termine, questo lo sa e lo sente. Poi riflette sui tanti fratelli che sono morti nel monastero e seppelliti nel chiostro, e neanche un parente ad assistere ai loro funerali. Perché non è permesso, ed anche se viene a mancare un familiare non si può uscire dal monastero per andare ai loro esequie. “No, tutto questo non va, non è giusto”. Dopo un po’ si allontana dalla finestra, si sente stanco e depresso e va a distendersi sul letto. Vorrebbe dire a tutta l’umanità di godersi più che può: “La famiglia, gli amici, la casa, il cielo e il mare perché non le avrà per sempre tutte queste cose sublimi. La vita è breve e non si sa quello che ci aspetta dopo la morte, perciò bisogna viverla in pace, amore e armonia”. Un pensiero ogni tanto gli viene alla mente, come il susseguirsi periodico e monotono delle onde del mare: “E se il paradiso fosse questo mondo, e noi stolti lo abbiamo trasformato in un inferno”. Poi chiude gli occhi e si addormenta, tra qualche ora un fratello andrà ad aprire la sua cella e alla parola: “Dio sia con te” non avrà risposta.

Rosario Zingone