IL TELEVISORE - SYMPHATY FOR THE VIOLENCE

 

arco accese il televisore e premette un pulsante a caso sul telecomando. Tanto la tivù si sarebbe sintonizzata su quel canale, in ogni caso, qualsiasi fosse stato il tasto pigiato. Sulle prime, Marco aveva pensato che il nuovo televisore fosse guasto, ma dopo aver visto cosa veniva trasmesso su quel canale, decise che non lo avrebbe mai portato ad aggiustare. Anzi, adesso vedere la tivù era diventato il suo svago preferito. Marco prese una birra dal frigo, poi sprofondò sul divano, pronto a gustarsi lo show: quella sera era la sera di Maria.

 

Maria sta aumentando il passo. Sicuramente si è pentita di aver imboccato quella stradina buia. Sente che qualcuno la sta seguendo, ma ha paura di voltarsi. Maria inizia a correre senza rendersene conto, ma la sua fuga dura poco. Raggiunta dall'uomo, Maria grida, ma il suo grido si perde nell'aria. Poi l'uomo le tappa la bocca e inizia a strapparle i vestiti. Maria cerca di divincolarsi ma il suo aggressore è forte. Viene violentata e poi picchiata. Il suo bel viso, sfigurato dai pugni dell'uomo, è una maschera sanguinolenta.

 

Maria, dopotutto, era stata risparmiata. Non altrettanto il dottor Borghi, nè il ragionier Masetti, nè il vicino di casa rompiscatole, nè il ragazzo scorbutico del negozio di dischi. Ormai Marco era totalmente ammaliato dal potere del suo televisore, misterioso quanto efficace vendicatore di tutti i torti che Marco subiva, per quanto futili potessero essere. Inoltre, più il flusso emotivo di Marco era negativo, più cruente erano le modalità di omicidio. E più potente diventava il televisore. Sopraffatto dal desiderio di rivalsa sul mondo, eccitato morbosamente dall'onda di adrenalina che gli procurava la visione di violenze di ogni tipo, Marco era arrivato al punto di scegliere a caso le vittime da dare in pasto al televisore. Per esempio, gli bastava sfogliare l'elenco telefonico e decidere che Cleto Didino era davvero un nome del caz*o, un uomo tranquillamente sacrificabile alla tivù. Oppure navigava in internet, sui siti per cuori solitari: scorreva i profili degli utenti in cerca di anima gemella ed eleggeva il più sfigato come prossima vittima. Pian piano non ebbe nemmeno più bisogno di ricorrere a simili espedienti, il solo pensare di voler vedere qualcuno morire era sufficiente per far sì che il televisore scegliesse a caso qualche poveraccio.

 

Il fondo dell'Oceano viene scosso con una forza inaudita. Poi l'inquadratura cambia e mostra la superficie marina. Sembra quasi la scena di uno quei film apocalittici prodotti ad Hollywood. Si sta formando un'onda gigantesca, che avanza rapidamente verso la costa del Giappone. Ripresa da diverse angolazioni, l'onda continua la corsa, ingrandendosi sempre di più. Da dieci metri di altezza è passata almeno a trenta e pare si gonfi ancora. E' uno tsunami, probabilmente il più catastrofico mai creatosi da qualche millennio a oggi. Si giunge al culmine: l'onda si abbatte senza pietà sulla costa, distruggendo qualsiasi cosa incontri sulla sua strada.

 

Seduto sulla poltrona di casa sua, Marco si sentiva solo. Vuoto e disperatamente solo. Nei tre anni passati con il televisore, si era alienato in maniera graduale ma inesorabile dalla società: i suoi genitori erano morti da tempo; non aveva più amici, non aveva una donna nè un figlio; non aveva nemmeno uno stupido cane che gli facesse le feste ogni volta che rincasava. Aveva solo quella scatola assassina. Pianse mentre sfogliava per l'ennesima volta i referti degli esami clinici. Cancro al pancreas, di quelli che non perdonano. I medici erano stati chiari, era troppo tardi per intervenire chirurgicamente e la chemioterapia sarebbe servita a ben poco. Marco scattò in piedi urlando e strappò i referti, testimoni della sua condanna a morte. Poi rivolse lo sguardo alla tivù, che si era accesa da sola all'improvviso. Nell'immagine sullo schermo, Marco riconobbe se stesso, ripreso di spalle mentre guardava il televisore. Iniziò a ridacchiare, trovando grottescamente divertente la situazione. Ma se proprio doveva morire, sarebbe morto seguendo le sue regole. La tivù, captati i pensieri del suo proprietario, si spense. Marco andò in cucina e tirò fuori dal frigo due confezioni da sei di birra Moretti, la sua preferita. Portò le birre in salotto e, come d'abitudine, sprofondò sulla poltrona. Ricordò come un anno e mezzo prima, quando si ruppe il motore della sua Kawasaki, si fosse infuriato con tutti i maledetti giapponesi, provocando un disastro naturale che quasi aveva spazzato via l'intero Giappone dalla faccia del pianeta.
Bene - pensò - vediamo cosa sai fare davvero.
Se Marco doveva morire, tutti i fottuti esseri umani l'avrebbero dovuto seguire all'Inferno.
Il televisore si accese. L'ultimo grande show stava per iniziare.

Gabriele Lattanzio