IL RICATTO
i hanno
concesso dodici ore di tempo. I tizi che al telefono hanno annunciato il sequestro di mio
figlio sono stati categorici, non un minuto in più oltre le nove del mattino. Per
riaverlo libero, hanno preteso la rimozione di una serie di informazioni dal sistema che
gestisco: se tento di avvisare la polizia loro lo uccideranno; se cerco di fregarli, allo
stesso modo, lo uccideranno.
Sulla mail dellufficio hanno fatto pervenire la lista dei numeri telefonici da
eliminare. Sanno che me ne occupo io, conoscono come funziona lapplicativo, e sanno
che gli investigatori, grazie a quei tabulati elettronici, sono sulle loro tracce: non è
difficile intuire che qualcuno, dallinterno, li stia aiutando. Cosciente della
situazione in cui mi trovo, questa notte non sono riuscito a dormire. Non ho alcuna
garanzia che dopo avere portato a termine il mio compito rivedrò di nuovo Alberto, ma ora
che mia moglie non cè più, lui è tutta la mia famiglia.
Mi presento in ufficio secondo i termini che mi hanno imposto, non prima delle otto, come
al solito, per non destare sospetti. Quando arrivo al parcheggio e smonto dalla macchina,
mi guardo attorno: non vedo nessuno, però mi sento spiato. Le guardie allingresso
mi salutano con straordinaria normalità. Cerco di non lasciare trasparire il mio stato
danimo, ma dentro ho la morte nel cuore.
Sulle scale che portano al piano di sopra, le gambe pesanti faticano a salire i gradini e
la stanchezza ha un sapore acido. Prendo un caffé al volo dal distributore delle bevande;
devo rimanere lucido, nonostante le ore di sonno che ho perduto.
Appena raggiungo lufficio, il quieto ronzio degli elaboratori in funzione balza
subito allorecchio. Mi sento a disagio: sto per violare tutte le regole, ma non ho
scelta. Se entro unora quei dati non spariranno, allo scadere dellultimatum
mio figlio verrà ucciso.
Chi ha stabilito questa cosa si è informato molto bene: è impossibile eseguire il backup
di qualche decina di terabyte in un margine di tempo così ridotto. Hanno persino
ironizzato sul fatto che i nostri dischi, come pubblicizza il fornitore, non perdono
neppure un bit; tuttavia io, che provengo dalla vecchia scuola, custodisco un piccolo
segreto che forse non conoscono.
Tiro fuori la mia seggiola da sotto la scrivania e mi sistemo al pezzo, i gomiti
appoggiati ai braccioli, gli occhi inchiodati sul video. Ho perso il conto delle ore che
ho passato qui davanti, ma questa volta è diverso, langoscia mi attanaglia lo
stomaco.
Lentamente la caffeina incomincia a fare effetto, accelerando i battiti del cuore e
dilatando le mie percezioni. Nel silenzio della stanza opaca, la boccola
dellaerazione soffia con una vitalità di cui non mi ero mai accorto. Scrollo la
testa con forza, per dissolvere gli ultimi scampoli di sonno e le residue incertezze che
mi annebbiano la vista.
Mi collego da consolle remota e noto che sulla macchina cè unaltra sessione
attiva, oltre alla mia. Stanno controllando, vogliono essere sicuri che svolga fino in
fondo il compito che mi hanno assegnato. Tento di tracciare le caratteristiche della loro
sessione, per scoprire in breve che è inutile; la transazione è dello stesso tipo di
quelle lanciate dagli utenti, ma i dettagli sulla postazione da cui è stata attivata sono
oscurati. Il senso di impotenza mi fa imprecare dalla collera.
Modifico allora una delle mie fasi batch e tramite lo schedulatore dei lavori
leseguo. Fortunatamente, quando lho scritta, credevo nel motto: fidarsi è
bene, non fidarsi è meglio. Cerco di calmare le contrazioni nervose che hanno preso a
tormentarmi un lato del viso, e intanto sollevo la cornetta del telefono per evitare un
agguato alle mie coronarie, già in precario equilibrio sullorlo di un infarto.
Il processo avviato in background connette allistante una macchina di appoggio e
comincia a scaricarvi i dati in formato compresso. Punto tutto sulla velocità che possono
fornirmi le connessioni dirette a canale dei dischi Symmetrix. Si tratta di una scommessa
pericolosa, al minimo intoppo rischierei di venire scoperto. Simultaneamente lancio la
cancellazione che mi hanno richiesto: controllo i due processi, che si svolgono in
parallelo sotto i miei occhi, pregando che tutto vada bene. E come osservare una
lepre rincorsa da un cane, sperando che si metta in salvo prima di essere raggiunta.
Dal momento che non posso più fare niente, socchiudo le palpebre e appoggio la testa
contro lo schienale, accingendomi ad aspettare.
Dopo unattesa interminabile, il lampeggio del cursore segnala che è tutto finito.
Per sicurezza torno a verificare: la lepre ce lha fatta!
Mi strappo allintorpidimento con un gemito che vorrebbe essere desultanza,
mentre stacco la schiena dalla seggiola per lanciare una rapida occhiata al monitor. Chi
stava impiegando laltra sessione si sta disconnettendo. A questo punto, devono
essersi convinti di averla fatta franca; io invece mi auguro solo di riottenere mio
figlio. Spero davvero che tutto si concluda per il verso giusto perché se così non
fosse...
Mi stringo il labbro inferiore tra i denti, con forza, fino a farmi male. La cosa mi
ripugna, perché so che certi sistemi appartengono al passato, ma questa gente deve capire
con chi ha a che fare.
Rintraccio le ultime chiamate fatte dai numeri che volevano impormi di cancellare,
dopodichè telefono. Una serie di squilli cade nel vuoto, finché qualcuno si decide a
sollevare la cornetta: - Pronto, Salvatore?
La voce allaltro capo della linea è rotonda e solare: - Ciao, Michele, come stai?
Che tempo fa lì, nel continente?
- Qui a Roma fa caldo. Senti, Salvo, avrei bisogno di chiederti un favore: dovresti
mandare due nostri cugini a stanarmi dei balordi.
Una breve pausa di silenzio poi, quando Salvatore torna a parlare, la sua voce ha un tono
più tagliente e profondo: - Che hanno fatto?
- Hanno rapito mio figlio.
- Proprio a tia sono venuti a rompere a minchia!
- Lascia stare. Ti dico da dove dovete iniziare a cercare...
Francesco Grimandi |