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L'ALBA DEGLI ABORTI VIVENTI

 

Vita riflessa
su specchi senz’anima:
morte bambina

 

eronica,
il mio presepe è scavato nel ghiaccio marmoreo degli abissi senza nome, per questo è così spoglio: il seme non attecchisce e le cose del mondo sono in genere troppo tiepide per lasciarvi un segno. Ma da qualche parte sul ciglio di quella strada intagliata e profonda, più a valle della macchina da elettroshock, superate le statuine dei vampiri e dei licantropi, c’è il bar dei “nove anni”, lo ricordi? Ci andavamo spesso a fare colazione, le mattine che ci svegliavamo insieme nello stesso letto. Quel giorno c’erano anche dei bambini che giocavano mentre i genitori leggevano il giornale sul tavolo vicino al nostro, e tu guardavi i loro piccoli corpi con occhi assenti e ti lasciasti sfuggire quella frase “oggi avrebbe nove anni”. Più tardi, al ritorno del lavoro, mi rivelasti il pezzetto di inferno che ha scolpito questa traccia indelebile di te.
Avevi sedici anni, l’età in cui un tempo era normale avere figli, e oggi si è ancora bambini. Quando scopristi di essere incinta i tuoi genitori ti misero davanti ad una scelta, che tu sola potevi prendere: farlo nascere, e loro lo avrebbero presentato al mondo come loro figlio (ah, l’onore), oppure abortirlo, come infine scegliesti.
Mi hai raccontato del calvario che ti costò ucciderlo, il crudele colloquio al consultorio, le lacrime prima dell’operazione, e poi il senso di vuoto, di sporco, di colpa, esacerbato dagli inquisitori del peccato vestiti in abito nero, che nessuno psicologo è riuscito a rimuovere. Quel bimbo, Andrea lo avresti chiamato, germinò comunque nel tuo cuore, è risorto nei tuoi occhi, bellissimo, ti ho visto accarezzarlo nelle forme di un cuscino, la notte, e quei pupazzi con cui riempivi la stanza non erano per te, era lui che ci giocava. Ora ascolta.
Molte femmine d’animale riescono a bloccare la nascita dei piccoli quando la natura gli dice che non è tempo, e non è semplice cinismo il loro, ma una necessità cui “dio” ha provveduto. C’è un tempo per tutto, allora potevi dare ad Andrea i capelli bruni, le mani delicate, il viso d’angelo che ti immagini, ma non eri pronta a dargli le ali, e i sensi del gusto e del bello che pure si trasmettono con la placenta, in modi misteriosi. Per questo la gravidanza deve essere un atto d’amore, non un dovere: nessuno ha il diritto di nascere, ad ogni costo, e forse la femmina d’uomo ha solo dimenticato come rispondere da sola ad una naturale esigenza.
Ho conosciuto molti aborti non abortiti per dovere, l’orfanotrofio ne era pieno e io sono uno di loro, e credimi, ognuno di noi vorrebbe tornare nel ventre materno e urlare, stringere il cordone ombelicale che ci ha alimentato, strapparlo via, girarcelo sul collo.
E non credere che le strade di tuo figlio sarebbero state così diverse dalle nostre, solo perchè Andrea avrebbe avuto una casa: senza il gene dell’amore e del bello ogni figlio dell’uomo percorre le stesse strade.
Ogni volta che voglio morire vado a trovare mia madre in istituto, guardo il vuoto nei suoi occhi e le chiedo: “cosa mi hai fatto, mamma, cosa ti ho fatto, perchè?” Mi ha avuto dalla strada, lo sai, non potevo essere che un peso per lei, non mi amava ma il vedermi sfiorire l’ha distrutta. Vivo solo per rendere meno inutile il suo inutile sacrificio. E vivo anche, ovviamente, perchè dopo i fatti che sai tu non hai tenuto fede al patto di aiutarci a morire, hai preferito andartene per sempre. Ma non ti scrivo per rimproverarti di qualcosa, ma per aiutarti a rompere la maledizione.

 

Il vero Andrea, quello che hai ucciso, è solo il riflesso senz’anima del ragazzo che vive nei tuoi pensieri, così bello e vivace, gioioso di vivere, e che ad ogni sorriso ti ferisce il cuore. Oggi avrebbe tredici anni, ha abbandonato i tempi che strappava le teste alle bambole porgendotele come trofeo, ora è entrato nell’età delle domande imbarazzanti “mamma, come si uccidono i bambini?” e Andrea crescerà ancora, e non sperarci, non se ne andrà mai di casa, i fantasmi dei bambini uccisi sono più casalinghi dei ragazzi di oggi, non ti abbandonano mai. E ogni anno, ad ogni “avrebbe quest’età” vedrai Andrea nei visi di un numero sempre maggiore di persone finchè finirai per vederlo negli occhi e nella voce di tutti.
E allora forse verrai da me, ricordando del patto che ci unisce, e io non sono come te, le mie promesse sono scolpite. Sarà dolce morire insieme, lentamente, veder sciogliere poco a poco il presepio di ghiaccio; quei pochi istanti senza più freddo e prima che il nulla sommerga ogni cosa, ti guarderò negli occhi e saranno frammenti di infinito che intarsieranno il mio cuore vergine, vi scriveranno tutto ciò che c’è da sapere dell’amore. E nei miei occhi vedrai il vero Andrea risorgere alla vita, occhi che illumineranno il buio in due strade facili da seguire, e morire non ti farà più paura. Ti aiuterei, sì, se me lo chiedessi, la mia mano non tremerebbe.
Ma anche tu sai uccidere quando la vittima è muta e invisibile, lo hai già fatto, ora non ti resta che esorcizzare il fantasma che è solo nella tua mente. Credimi, Andrea non ti odierebbe, e potesse parlare, direbbe cose molto diverse da quelle che temi. Ti dedicherebbe la lode che ognuno di noi aborti vivi, nati senz’amore, nati per dovere, hanno scritto alla propria madre in quel momento dell’infanzia in cui abbiamo capito cosa rispondere al suo “cosa vorresti?”.
Sono odi semplici, infantili e indelebili, tutte simili fra loro, quando ho scritto la mia avevo l’età che Andrea avrebbe oggi, l’ho composta guardando la pancia di mia madre, mentre dormiva. Te la dono, è Andrea a dedicartela, ascolta cosa ti direbbe, con la sua voce da angelo:

 

Grazie mamma,
grazie per avermi ucciso,
per non avermi dato al buio
della notte senza luna e senza stelle:
l’alba degli aborti viventi.

 

(Lettura in chiave moderna dei morti viventi di George A. Romero)

Raffaele Tesi