SCAFFALISTA SERALE
a quando
lavoro lì dentro una cosa del genere non è mai successa. Eppure sono ormai sei anni
suonati che non faccio altro. Nemmeno so come si chiama il mio, di lavoro. Rifornitore?
Scaricatore? Boh, forse scaffalista serale è il termine giusto.
Lavoro in un supermercato, e assieme a me ci sono altri sei ragazzi. In più, a
controllare che svolgiamo il lavoro cè Elpidio, il magazziniere che lavora solo la
mattina. Dai, non ridete. Lo so che ha un nome cretino, non lha scelto mica lui.
Lavoro solo il martedì e il giovedì sera, dalle otto e mezza fino alle undici e mezza.
È sempre la solita solfa: il camion arriva puntuale, anzi, fin troppo puntuale
considerato il fatto che ci troviamo pur sempre in Italia, e noi lì, ad attendere che
faccia manovra, che si ponga col suo grosso sedere quadrato di metallo rivolto verso
lingresso del negozio, che lautista scenda ed apra i portelli. E allora noi
iniziamo a scaricare i roller, sempre quelli, con le rotelline rosse che, se siamo
fortunati, almeno una su quattro funziona, carichi di cavolate varie, scatoloni, pacchi,
buste. Noi li trasportiamo dentro il supermercato e iniziamo a svuotarli del loro
contenuto. Poi, una volta scaricati tutti i pacchi, li apriamo e sistemiamo ciò che
contengono sugli scaffali. Guai a sbagliare posto però, o a non effettuare la rotazione
delle merendine, altrimenti il magazziniere, se se ne accorge, si incazza come una belva.
E poi nessuno vuole sentirlo, quello, specie quando inizia a urlare. Poi non si ferma
più, ti fa passare la voglia di lavorare, e noi già ne abbiamo fin troppo poca. Nemmeno
io lo sopporto, anche se raramente sa essere simpatico. A volte però, non sempre. È un
tipo un po pignolo, cocciuto, spesso anche maleducato. Avrà una cinquantina
danni, almeno a giudicare dallaspetto. Ha i capelli neri, con qualche
striatura di grigio, è parecchio grassottello e poco più basso di me. Non so, sarà un
metro e sessantacinque.
Lì dentro tutti lo prendiamo un po in giro, anche perché oramai ci conosce bene, e
a volte è anche lui stesso a scherzare. Anzi, menomale che ci sono questi svaghi,
altrimenti la serata non ti passa più. Specialmente a me, che lavoro al piano inferiore,
dove ci sono i detersivi! Io sì che sono davvero solo.
Laltra sera, però, è successa una cosa proprio strana, altro che le solite
cazzate!
Erano le otto e venti, ed eravamo già tutti in attesa del camion davanti al negozio,
quando vedemmo scendere Elpidio dalle scalette che si trovano esattamente davanti al
supermercato, per venire a lavorare perchè, infatti, abita proprio lì vicino. Quella
sera, però, in lui cera qualcosa che non andava, e non era solo mia impressione. Il
suo viso era pallidissimo e le guance, che di solito sono sempre belle colorite e paffute,
erano infossate e penzolanti, così come i suoi occhi, che erano avvolti da due vistose
occhiaie violacee e livide.
«Elpì, ma ti senti bene?» gli chiese Davide, un ragazzo che lavora con me. Dovette
ripetergli la domanda una paio di volte, prima di ricevere risposta.
«Oh... sì, sì, sto bene, sto bene. Ho solo un po di mal di testa...»
Sollevò la mano sinistra per portarla alla fronte, e io notai che sanguinava.
Laveva avvolta in un fazzoletto.
«Elpì, guarda che ti sta sanguinando la mano...»
La ritrasse di scatto.
«No è che mi ha morso il cane...»
Il bello è che lui non ha cani. O meglio, cani violenti. Ne ha solo uno, ma è
grande come una scarpa da tennis.
Lo guardammo tutti con un po di sospetto, mentre si allontanò scomparendo dietro il
bancone dove ci sono i computer e i telefoni.
Una volta trascorse le tre lunghissime e faticosissime ore di lavoro,
accatastammo i cartoni in un paio di carrelli e li consegnammo ad Elpidio, che ha il
compito di depositarli in magazzino. Notammo però che il suo aspetto era peggiorato di
molto. Era molto più pallido, completamente sudato, e i suoi occhi erano divenuti quasi
vitrei. Non trasmettevano, cioè, il benché minimo bagliore di vita. La cosa mi inquietò
moltissimo, tanto che proposi a più di un mio collega di chiamare il pronto soccorso, o
qualcosa del genere. Aspettiamo che risalga, poi vediamo mi risposero.
Il bello, però, è che Elpidio, una volta che fu sceso in magazzino, non risalì più,
lasciando tutti noi ad aspettarlo borbottando, anche perché erano già le undici e venti
e a nessuno andava di perdere altro tempo lì dentro.
Alle undici e mezza, allora, diciamo più scocciati per il ritardo che preoccupati per
lui, decidemmo di far scendere Marco, il figlio del capo, a controllare se eventualmente
fosse accaduto qualcosa al nostro magazziniere.
Marco è un ragazzino di tredici anni, e lavora con noi solo perché il padre glielo
permette. Difatti non è in grado nemmeno di togliere lo scotch da una scatola di
caramelle. Inoltre, è un bambinetto viziato e strafottente, e nessuno di noi lo sopporta.
«Dai, Marco, va tu giù e digli di salire, al ciccione» gli ordinammo.
Marco allora prese lascensore controvoglia e andò giù in magazzino, borbottando
come solo lui sa fare.
Trascorsero alcuni istanti, e noi, con lorecchio teso vicino la porta
dellascensore, attendemmo di udire lo stridio ovattato delle porte aprirsi alcuni
metri più in basso. Temevamo che ci fosse qualcosa che non andasse, in quella situazione
così bizzarra. Tutto sommato, nonostante ce ne importasse ben poco, e nonostante il
nostro interesse fosse solo quello di andarcene al più presto, tutto ciò ci inquietava,
ci spaventava. Lo sentivo io, lo sentivamo tutti.
E, proprio in quel preciso momento, sentimmo anche qualche altra cosa: un urlo,
dal profondo. Lurlo di un ragazzino. Solo uno però, poi silenzio.
Rimanemmo tutti pietrificati dallorrore, incapaci di muovere un solo muscolo. Senza
parole e senza respiro ci guardammo nei volti, uno più preoccupato dellaltro.
«Cazzo Marco!!!» gridammo, quasi allunisono.
Io e Davide ci precipitammo a rotta di collo giù per le scale, mentre alcuni chiamarono
lascensore, poi resisi conto che avrebbero perso troppo tempo, ci seguirono a loro
volta.
La porta del magazzino era socchiusa, e da essa trapelava solo uno spicchio di luce
prodotto dalla lampada al neon.
Spalancammo la porta con irruenza, non curanti di ciò che poteva attenderci.
Quando lo vedemmo, rimanemmo tutti sconvolti, pietrificati per il disgusto.
Marco era chino su Elpidio, la bocca impiastrata di sangue, e con voracità stava
staccando grossi pezzi di carne dal suo ventre cicciuto. Cerano schizzi di sangue
sul muro e per terra, e brandelli di pelle dappertutto. Le interiora erano ammucchiate da
un lato, attorcigliate come un serpente rosa.
Non sapemmo resistere allorrore di quella situazione! Specialmente io, che non
mangiavo dalle due!
«Che cazzo, Marco!» sbottai io, con rabbia «potevi almeno chiamarci! Lo sai che la
carne umana fa impazzire anche noi!»
Luca Colandrea |