SENZA USCITA

 

averio posteggiò l’auto sul marciapiede e scese di corsa. Era maledettamente tardi. La sbronza della sera prima gli aveva impedito di sentire la sveglia. E ci era voluta tutta la sua pazienza per convincere la ragazza ad andarsene. Aveva fatto persino fatica a ricordarsi il nome e non capiva come ci era finita lì, a letto con lui. Guardò l’orologio, stavolta rischiava davvero di essere licenziato.
Non sapeva che l’aspettava un guaio molto più grosso.
Dieci minuti dopo era riverso sul marciapiede. Qualcuno gli aveva sparato alla nuca, stile esecuzione.
La polizia iniziò a indagare sulle sue abitudini, sulle sue amicizie, l’ambiente lavorativo e la famiglia. Si scoprirono parecchie cose, anche che Saverio era cocainomane e che spacciava. La pista più probabile era che avesse pestato i piedi a qualcuno della malavita. Sembrava un caso semplice e invece...

 

Giorni dopo il quartiere era nel panico.
Perché quella di Saverio era stata la prima morte misteriosa. Quasi ogni giorno c’era un nuovo cadavere, tutte persone uccise allo stesso modo, da distanza ravvicinata con una pistola di piccolo calibro.
La polizia interrogò parecchi testimoni. Tutti accorrevano quando le persone si accasciavano, però nessuno notava altro, La polizia setacciò il quartiere, appostò i suoi agenti in posti strategici, ma gli omicidi continuarono. E l’assassino riusciva immancabilmente a dileguarsi.
Il commissario aveva chiesto ai suoi uomini di trovare un collegamento tra le vittime.

 

Non riusciva a convincersi della teoria del suo vice, che si trattasse di un serial killer. Non erano mica in America! Era più probabile che avesse ragione lui, doveva esserci qualcuno che aveva motivi di rancore verso quella gente. Eppure... Aveva le foto davanti. I morti erano sei finora, un agente immobiliare drogato e alcolizzato - c’era una fila di nemici - un’infermiera di trentatre anni - cattiva condotta in ospedale, con qualche malato? - un poliziotto di quarantuno - e per lui era più facile trovare un movente - un avvocato di cinquantasei - e anche qui i moventi si sprecavano - un prete di trentasei - un fanatico religioso? - una segretaria di sessant’anni - una zitella divisa tra ufficio, chiesa e casa, ma nel tragitto che succedeva? - difficile trovare un nesso tra loro.
Ma c’era, ne era sicuro.

 

Il giorno seguente ci fu la settima vittima, uno studente universitario. E il commissario rischiò il linciaggio morale. La stampa ridicolizzò il suo lavoro e quello dei suoi agenti. Troppe uccisioni e nessun progresso nelle indagini.
Il commissario per calmarsi uscì a fare quattro passi nel quartiere. Era sempre stato un posto tranquillo, lui si era occupato di furti d’auto, qualche scippo, liti familiari; da un paio d’anni lavorava lì e non c’era stata mai una morte violenta.
Si accorse che la gente, quella poca che c’era in giro, lo fissava malevolmente. E nessuno lo salutava. E dire che fino a prima degli omicidi, era benvoluto e riverito da tutti.
Cominciò a pensare che la passeggiata non fosse stata un’idea brillante. Decise di rientrare, se avesse avuto quel bastardo tra le mani...

 

Due giorni dopo il commissario era di pattuglia, fortunatamente erano stati giorni di quiete. Forse anche per il dispiego di uomini.
Da ore giravano tra strade e stradine cercando qualcuno di sospetto, però avevano incrociato solo la gente del posto, nessuno che non facesse parte dell’abituale scenario.
C’erano i negozianti, il postino, l’edicolante, e ragazzi che bighellonavano con l’aria di sfidare il mondo. E un assassino, pensò il commissario.
Ne vide uno che si avvicinava a loro. Era su una sedia a rotelle, il commissario ne provò pena. Soprattutto quando comprese perché si era fermato accanto a un automobile.
Non poteva passare, il conducente da perfetto idiota aveva posteggiato sul marciapiede.
Scese dalla macchina e gli si accostò.
- Mi dispiace - gli disse - il mondo è pieno di stupidi.
E lo aiutò. L’altro lo ringraziò. E si presentarono.
Il giovane si era da poco trasferito in quel quartiere, veniva da un’altra città. Aveva una custodia nera sulle ginocchia.
- Cosa suoni? - chiese il poliziotto.
- Vari strumenti, questo è un violino, però me la cavo anche con la chitarra e il pianoforte. Anzi mi scusi ma devo andare a esercitarmi - gli rispose.
- Certo e piacere di averti conosciuto.
Si scambiarono una stretta di mano e il commissario risalì in auto.
Passò un altro po’ di tempo a girovagare, diventava sempre più nervoso. Quella storia era assurda, talmente assurda da temere che fosse irrisolvibile. Nessun indizio, nessuna traccia.
Le sue elucubrazioni furono interrotte da una chiamata alla radio.
Si precipitarono al palazzo più vecchio del rione. Davanti a esso giaceva l’ennesimo corpo.
Ma stavolta il commissario era intenzionato a non fare scappare nessuno. Chiamò rinforzi e fece circondare la zona. E principiò come un forsennato ad annotare le generalità dei presenti, mentre gli agenti ispezionavano i dintorni.
Rivide il ragazzo paraplegico. Aveva ancora con sé il suo strumento. Si stava allontanando e suoi agenti lo stavano facendo passare. Lo fissò e gli balenò in mente un’ipotesi, folle forse, ma plausibile. Gli si parò davanti e lo invitò a seguirlo al commissariato. Il ragazzo gli andò dietro docile.
Si accomodarono in una saletta e iniziarono a studiarsi.
- Il tuo nome è Gianni, se non sbaglio - esordì il poliziotto.
- Sì, è lei è il commissario Poretti.
- Già. Come mai ti trovavi lì?
- Sul luogo del delitto? Commissario, non voglio farle perdere tempo. Credo che questa faccenda sia durata anche troppo. Sono stato io.
- Come? Io l’avevo sospettato, tuttavia... Perché?
- Se vuole le racconto ogni cosa, però dovrà avere un po’ di pazienza.
- Dimmi.
- Tutto è cominciato dall’incidente, quello che mi ha costretto su questa sedia. Dopo qualche mese che ero uscito dall’ospedale, pensai di fare un giro nel quartiere. Sa, per sentirmi di nuovo vivo. E ci fu il primo intoppo, una macchina parcheggiata sul marciapiede. Dovetti fare dietro front, con parecchie difficoltà, e prendere un’altra strada. Ma non fu un episodio isolato. Non sa quanti imbecilli lo fanno, se ne fregano se causano guai al prossimo.
- E così hai deciso di...? Sì. Ma come? Tu sei... - era incredulo.
- Handicappato? Già. Ed è più facile avvicinarmi alle persone e sorprenderle. È semplice, si fidano. Io chiedevo una qualche informazione e appena voltavano le spalle, bum! E poi mi confondevo con i passanti.
- Non mi hanno mai parlato di un ragazzo su una carrozzina!
- Può credere che la gente, nella sua infinita bontà, non pensava potessi essere coinvolto, o come è molto più probabile, non si sia accorta neppure della mia presenza. Quelli come me si ignorano, feriscono la vista. Li vedevo sempre, sa, l’avvocato, la segretaria, l’agente immobiliare, con lo studente ci ho discusso una mattina, per tentare di fargli comprendere, ed è stato tutto inutile. Era un’abitudine la loro, una totale mancanza di rispetto.
- Ciò non ti giustifica - commentò il commissario. - E ora?
- Ora commissario faccia il suo dovere, mi arresti. Ormai comunque avevo finito i bersagli. Soltanto per il momento, sicuramente.
Che situazione, rifletté Poretti, dover arrestare un disabile... Ma che stava dicendo, si rimproverò, era un assassino e non poteva farsi influenzare dal suo stato. Era anche quella una discriminazione.
- Nella custodia c’è quello che credo? - chiese.
- La apra. Io pure volendo, non potrei impedirglielo.
Il commissario voltò la custodia verso di lui e sollevò il coperchio. Dentro, ben riposta, si trovava una piccola pistola brunita.

Franca Marsala