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GIOCANDO CON LA MORTE

 

- Sei teso? - chiese l’uomo vestito di bianco. La sua voce era decisamente sgradevole, gli ricordava unghie che grattano sulla lavagna.
- Dovrei forse esserlo?
- Dipende. - Continuava a rigirarsi la moneta d’argento tra le dita, con un’abilità davvero sorprendente. - L’importante è che tu ne sia convinto. In questo genere di pratiche l’insicurezza può rappresentare una nemica molto agguerrita.
- La mia non è insicurezza, sono solo... non so... forse è paura. Immagino sia comprensibile, no?
- Direi di sì. - Sorrise, mettendo in mostra una dentatura perfetta che risultava in netto contrasto con lo stridore della voce. Col pollice fece roteare in aria la moneta e la riprese al volo. Poi la collocò al centro della tavoletta Ouija, predisposta per l’occasione. Aveva l’aria di essere molto vecchia, di legno massiccio, istoriata con simboli che sembravano geroglifici egizi. - La vuoi rivedere? - chiese.
- Io... penso di sì. - Quel tizio gli metteva i brividi. Forse non era più così sicuro della sua decisione di affidarsi a lui.
- Non pensare. Vuoi rivedere Evelyin?
Sentire pronunciare il suo nome fu come una stilettata al cuore. Dio, come gli mancava! Sembrava impossibile che una persona potesse lasciare un vuoto così grande, incolmabile. In un attimo tutti i dubbi si dissolsero, lasciando spazio al dolore e alla disperazione.
- Dannazione, sì! Sì, lo voglio! - Non pensava sarebbe riuscito a sudare eppure, nonostante il freddo intenso, calde gocce iniziarono a scavargli la schiena.
- Ne sei sicuro?
- Assolutamente.
- Perfetto. Allora iniziamo. - Appoggiò l’indice sul bordo della moneta e chiuse gli occhi. - Fai come me. - ordinò.
- Va bene. - La voglia di rivedere Evelyn superava tutto (lo scetticismo, l’insicurezza, la paura) altrimenti non si sarebbe mai fatto coinvolgere in quella pratica all’apparenza così assurda. Appoggiò il dito sulla moneta, chiuse gli occhi e tirò un profondo sospiro.
Cercò di richiamare alla mente Evelyn in tutto il suo splendore, di rivivere i bei momenti trascorsi insieme a lei, di rievocare i ricordi più intensi. Non si accorse nemmeno di essersi messo a piangere.
All’inizio sembrò non succedere nulla. Poi sentì che la moneta aveva iniziato a muoversi, lentamente, descrivendo ampi cerchi e spirali, forme sinuose e delicate. Era come accarezzare il ventre di Evelyn, pensò, come quando con il dito ripercorreva il suo viso, il suo corpo, le curve morbide dei suoi seni. Una sensazione rilassante, appagante.
Poi, all’improvviso, i movimenti della moneta si fecero più frenetici, strappandolo dai suoi pensieri. Il cuore prese a battergli all’impazzata, al ritmo degli strappi che il suo braccio era costretto a sopportare. Destra, sinistra, avanti e poi ancora destra. Come un folle direttore d’orchestra, stava dirigendo strumenti invisibili e ascoltando una musica che non poteva sentire. Per un attimo ebbe la fugace immagine del suo arto staccato dal proprio corpo, tanta era la violenza degli strattoni. Strinse i denti per ricacciare indietro un grido di dolore. “Lo sto facendo per te, amore mio. Lo sto facendo solo per te...”. Sentiva in bocca il sapore salato delle lacrime.
Poi tutto finì, così come era iniziato. Improvvisamente.
- Bene. - disse l’uomo in bianco. - Abbiamo finito. - Ansimava e la sua voce, se possibile, risultava ancora più sgradevole.
Riaprì gli occhi. La luce attorno era abbagliante, di un candore quasi insopportabile. - Di già? - chiese, schermandosi il volto con la mano. Non dovevano essere passati più di due minuti, anche se in effetti si sentiva stremato come non mai.
- Sì. Di già.
- E... come è andata? - volle sapere.
- Tra pochi minuti potrai riabbracciarla - rispose, asciugandosi la fronte con un fazzoletto immacolato. - E’ appena stata investita da un camion.

Paolo Azzarello