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COSCIENZA

 

ltimamente avevo una sensazione di fastidio.
Non sapevo bene cosa stesse succedendo, ma avvertivo una strana presenza sempre intorno a me. Una specie di velo pesante sulle spalle. Da cinico quale sono non mi preoccupavo affatto, anzi, davo la colpa allo stress e ai festini del sabato sera. Mi impasticcavo di tranquillanti prima di andare a dormire e di coca nel resto della giornata. Ma quella dannata sensazione non passava. Nonostante questo continuavo a vivere la mia vita più o meno come sempre. A parte quei vividi momenti di apprensione e quei brividi improvvisi sulla schiena, il resto del tempo ero io. Il solito indolente, sicuro di sé, seduttore, figlio di puttana direttore marketing della Breman Chemicals. Le cose andavano benone. Avevo appena avuto un aumento, le donne non mancavano di certo e in capo a due settimane circa sarei partito per un importante meeting lavorativo nelle splendide isole Polinesiane. Tutto a carico dell'azienda chiaramente. E, ciliegina sulla torta, con me sarebbe partita la vice direttrice del settore comunicazione, Molly Sanders.
Ah, Molly! Un bocconcino biondo con tette da urlo e un'insana dipendenza dal sesso da ufficio. Insomma, me la sarei spassata alla grande.

 

Un giorno, ricordo che ero in auto, sentii la solita sensazione di disagio, prima debole, poi più forte. Cercai di pensare ad altro. Guardai nello specchietto retrovisore della mia BMW e notai un'auto identica alla mia, alla guida della quale c'era un uomo. Sembrava non avere volto, pensai. Era grigiotopo o nero, o meglio, sembrava vestito di scuro e il viso era indistinguibile, scuro anch'esso. Ero forse in preda ad un'allucinazione? Dovevo assolutamente fermarmi e prendere una boccata d'aria. Misi la freccia alla prima piazzola di sosta e notai subito che anche la macchina dietro di me aveva fatto altrettanto e si apprestava ad accostare anch'essa.
Mi fermai, spensi il motore, la cintura di sicurezza sembrava strozzarmi. Scesi di corsa, senza fiato, nel panico più totale. Ero piegato su me stesso, le mani sulle ginocchia e respiravo a fatica. Fu in quel momento che mi girai per vedere chi fosse lo strano individuo e... la macchina non c'era. Non c'era nessuna BMW-identica-alla-mia-con-strano-autista parcheggiata. E sì che l'avevo visto chiaramente accostarsi dietro di me. In pochi minuti mi ripresi e anche la strana sensazione se ne andò. Ripresi la strada e tornai a casa. Più tardi, davanti ad un Southern&Confort, mi convinsi che non c'era stato nulla di eccezionale nel pomeriggio e che forse avevo solo visto male. Sì! Sicuramente era così.

 

Nel week end decisi di svagarmi un po' e presi il primo volo del mattino per il lago Onnshana, su al nord. Avevo una piccola baita in riva al lago e un po' di pesca alla carpa era quello che faceva al caso mio. Era un posto tranquillo, niente turisti e un locale country dove bere alla sera e ascoltare musica dal vivo.
Il sabato passò tranquillo, pranzo al sacco, canna da pesca e sole caldo. Nel pomeriggio presi anche un paio di carpe. Ero soddisfatto e sereno. Non mi sentivo così da quando... bé... dovevo ammetterlo. Non mi sentivo più così bene da quando stavo con Sarah. Credo l'amassi; almeno all'inizio. Ma non era andata come lei sperava. Dopo qualche mese ci fu un imprevisto e... Adesso ero solo con i miei pensieri e potevo confessarlo: la colpa era tutta mia. Era colpa mia se lei era morta. Legalmente non ero io il colpevole, ma ero stato io ad obbligarla ad abortire. Le "complicazioni" fecero il resto. Oh bé, così è la vita. Non piansi nemmeno. Anzi, diciamolo: mi ero tolto una grossa bega di torno. Niente più piagnistei, ripicche e compagnia bella. Figuriamoci poi il dopo-intervento! Sarebbe stata una vera scocciatura starle dietro, lunghi periodi di crisi e cure mediche e io avevo una carriera a cui pensare. Meglio così.
Proprio mentre rimuginavo su questi torbidi pensieri scorsi con la coda dell'occhio un'ombra dall'altra parte del lago. Non vedevo benissimo, era sceso il sole dietro le colline e c'era una leggerissima nebbiolina sul pelo dell'acqua.
Guardai meglio, cercando di strizzare gli occhi, sembrava un uomo, ma - forse uno scherzo della rifrazione - sembrava che il tizio fosse fatto d'ombra. Una sagoma scura e vagamente trasparente. Ma che vado a pensare? E' impossibile che il...
Poi il gelo nel cuore.
Come una saetta mi attraversò il ricordo del tizio nella BMW. Avevo i brividi e la pelle si era alzata di un centimetro. Ero immobile e incapace di muovermi, mentre una goccia di sudore mi colava dalla fronte vidi quell'ombra rivolgersi verso di me e scomparire. Sì. Scomparire.
Rimasi pietrificato per circa un altro quarto d'ora, chiedendomi se sarebbe riapparso. Poi, preso dal panico, presi la mia roba di corsa e per la fretta spaccai il mulinello. Cazzo! Tirai su il retino e lasciai i pesci a riva. Corsi via come il vento, come se sentissi una presenza dietro le spalle. Ero incapace di voltarmi, e se mai quella presenza fosse stata reale, sicuramente stava ridendo di me.

 

Mi chiusi in casa. Porta, finestre, tutto serrato.
Aprii la bottiglia di rhum e trangugiai un sorso senza nemmeno versarlo nel bicchiere. Sudavo a tremavo come un vitello prima di essere macellato. Fuori si era alzato un po' di vento e le nubi stavano coprendo il tramonto. Presto sarebbe stato buio.
Io avevo solo voglia di sparire.
Ad un tratto un tonfo sordo. Un brivido mi drizzò la schiena e sbarrai gli occhi, le orecchie tese ad ascoltare. Dopo qualche secondo un altro tonfo che sentii provenire dal piano di sopra. Forse dalla camera. Rimasi ancora in attesa di qualche altro rumore ma per un po' non si udì più nulla.
Dovevo calmarmi. Altro sorso di rhum... il liquido ambrato scendeva liscio e fresco nella gola, lo sentivo riscaldarmi fin nelle budella. Quando arrivò il terzo tonfo sputai il liquore dappertutto e quasi mi strozzai. Dovevo capire che diamine stava succedendo al piano di sopra! Ricordai di avere una calibro 22 nel cassetto del comodino, dovevo solo riuscire a prenderla.
Salii le scale silenziosamente sbirciando sul pianerottolo per sincerarmi che fosse tutto a posto. Poi notai da sotto la porta della mia camera che la luce era accesa. Non era possibile! L'avevo spenta io stesso quando ero salito a chiudere la finestra. Mi girai di scatto verso il bagno avendo udito qualcosa, ma era solo la goccia del rubinetto. Guardai di nuovo verso la mia stanza e la luce adesso era spenta. Possibile che me lo fossi immaginato? Decisi di agire: aprii la porta di scatto, accesi la luce e gridai "Fermo!". Ma non c'era nessuno. Mi precipitai a prendere la pistola ma tutto taceva... solo la persiana, che sbattendo, provocò l'ennesimo tonfo. Sospirai profondamente rincuorato dalla scoperta, poi però mi chiesi come poteva essere la persiana a sbattere visto che l'avevo chiusa mezz'ora prima. Mah! Fuori era scoppiato un temporale e richiudere la persiana mi fece bagnare quasi completamente. Mi asciugai in bagno e fischiettando tornai al piano di sotto deciso a sdraiarmi sul divano con la bottiglia del rhum in una mano e il telecomando nell'altra; completamente dimentico dell'inquietante episodio pomeridiano.
Raggelai quando vidi nitidamente quell'individuo in piedi nel salotto che mi fissava. Dallo spavento inciampai e caddi sugli ultimi scalini. Mi rialzai terrificato da quella visione, ora potevo osservarlo meglio: era un'ombra. Un'ombra con le fattezze del mio viso, in qualche modo, ma con un ghigno malefico.
- Alzati - mi disse. Ero ancora seduto a terra, pietrificato dalla paura. Chi era questo spirito? cosa voleva da me? perché proprio io? Disperato mi alzai e realizzai di essermi pisciato addosso.
- Sono la tua coscienza - continuò - Guarda - mi disse indicando per terra. E io guardai. E vidi che dal mio corpo, dai miei piedi, partiva un'ombra che si congiungeva a lui. Poi si toccò il ventre e vidi con orrore che conteneva un feto morto e che il suo viso semischeletrico era adesso quello di Sarah. Mosse un passo verso di me ed io arretrai orripilato e in preda al panico.
- Dove credi di andare? Io sono te e ovunque andrai io ci sarò -
Svenni.

 

Sono ormai passati due anni da quell'avvenimento, ma io non sono più stato lo stesso. Ho lasciato il lavoro e la bella vita. Ovunque vada, lui c'è. Quando mi guardo allo specchio lo vedo dietro di me; nelle giornate di sole la mia ombra è nitidissima e al tramonto è addirittura enorme. Non passa secondo in cui io non pensi al mio incubo personale.

Monica Casalini