K.K.K.
(Racconto per il concorso "300 Parole Per Un Incubo",
2006 - edizione 5)
'era quel
cappio che lo perseguitava. Un uomo che non cera e doveva esserci, quel ramo da cui
pendeva una corda che oscillava al vento. Ma una corda alla cui estremità avrebbe dovuto
oscillare un corpo.
Il morto stava avanzando, invece di penzolare nel vuoto stava avanzando verso la sua casa.
Quello sporco negro che sarebbe dovuto essere già puzzolente, più che da vivo, lo stava
raggiungendo. Per portarlo con sé allinferno.
Luomo urlò e si svegliò. Gli era sembrata una buona idea far impiccare quel negro
nel suo campo in modo da potersi godere per ore lo spettacolo. E lo aveva fatto, se
lera proprio goduto. Seduto nel portico aveva guardato, a lungo.
Era morto, era proprio morto quel gran bastardo. Lo avevano riempito di botte e
lavevano trascinato lì per dargli una lezione. La decisione di impiccarlo era stata
sua. Quel negro tentava di ribellarsi e fino allultimo aveva imprecato e li aveva
insultati dando loro dei vigliacchi. E loro gli avevano dimostrato che non lo erano,
avendo il coraggio di ucciderlo. Era rimasto fino quasi alluna a vederlo penzolare.
E aveva riso, quanto aveva riso.
Però ora non era più convinto di essere stato furbo. Aveva paura. Da solo in casa con
quel fantasma. Perché diavolo aveva usato quella parola? Lui non credeva ai fantasmi,
senno chissà quanti spiriti sarebbero venuti a perseguitarlo.
Si decise. Prese il fucile.
Fuori era tutto indistinto. Si avvicinò allalbero. Vide la corda, lei cera,
ma lui no. Il morto era sparito.
Si trattenne dal gridare. Cercò un pensiero razionale nella sua mente confusa. Poteva
essere che... sì, gli amici o i parenti del negro erano venuti a prendersi il cadavere.
Non si era allontanato di molto che qualcosa lo sfiorò. Si voltò puntando il fucile
nelloscurità, e una mano lo ghermì.
Franca Marsala |