IL PROCESSO
i
innamorai di Lisa, del suo carattere taciturno e contemplativo, anche se intesi in breve
tempo che qualcosa, nel suo passato, la tormentava, impedendole di concedere fiducia a
chiunque la avvicinasse. Lei intuì, però, le mie trasparenti intenzioni, indagò il mio
spirito sensibile, e nellarco di un lunghissimo anno instaurammo una affettuosa
relazione. Compresi che era meglio dare spazio alle emozioni, piuttosto che alla passione:
per nessuna ragione lavrei sfiorata senza il suo permesso. Anche perché, avendo
vissuto una vita da sottovalutato e da mediocre, Lisa divenne la cosa più preziosa che mi
fosse mai capitata, e ferirla avrebbe rappresentato per me lennesima imperdonabile
sconfitta.
Lestate successiva al nostro incontro, mi venne lidea di invitare Lisa a
trascorrere qualche giorno in campeggio: nutrivo poche speranze, ma mi sorprese,
scegliendo lei stessa la méta. Giacemmo abbracciati, la prima notte, in una zona
appartata dellentroterra toscano, che mai avrei pensato potesse così tanto
assomigliare ad un paradiso.
O allinferno, visti gli accadimenti successivi.
Nel cuore di quella stessa notte, infatti, udii un trambusto, Lisa mi afferrò per un
braccio e mi costrinse fuori dalla tenda. Stava gridando: Corri, stanno arrivando,
corri! Lhanno trovato!.
Chi arriva? Chi hanno trovato?, cercai di farfugliare, ancora scosso
dallimprovvisa confusione: incapace di orientarmi alla luce della luna piena,
lasciai che Lisa mi guidasse attraverso il bosco. Distinguevo la sua veste bianca e i
lunghi capelli corvini che mi ondeggiavano dinanzi. Immerso nel profumo di lei, frustato
dai bassi rami dei pini, graffiato dalle felci, ero trascinato come privo di volontà,
cercando di recuperare sensatezza. Ma lunica risposta che riuscii a strapparle fu:
I topi, arrivano., e questo non fece che peggiorare il mio stato di
smarrimento.
Giungemmo, infine, ad una radura, una pozza di luce lunare circondata da altissimi alberi,
larga poche decine di metri. Lisa mi invitò a sedere accanto a lei: era trafelata, ma
appariva tuttaltro che spaventata. Sembrava, piuttosto, attenta e curiosa, turbata
solo da un atteggiamento dattesa impaziente.
Mi azzardai a chiedere: Lisa, cosa succede, che ci facciamo qui?. Mi zittì,
un dito perpendicolo alle labbra.
Presto capii perché.
Il bosco non era per nulla immobile, né silenzioso: da lontano, grida umane andavano
avvicinandosi, accompagnate, in sottofondo, da un brusio indistinto. Squittii, forse. O
altre voci, ma tanto acute.
Lisa, immobile, mi arpionava un braccio con la mano pallida, trattenendomi dalla fuga.
Un uomo, ecco, urlava: Lasciatemi andare, bestie schifose!, intercalando
bestemmie agli sbotti rabbiosi.
Spalancai gli occhi, per sorpresa e terrore, poiché mai mi sarei aspettato un simile
agghiacciante spettacolo: decine, centinaia di topi grossi e bruni invasero la spianata,
gridando il loro verso penetrante (ma non era un verso, erano parole, sembravano dire: Lisa,
labbiamo trovato!, o ancora: a morte!, con voce stridula e appuntita),
e trasportando sui loro dorsi, in un avvicendarsi continuo come larve nella carne putrida,
un poveretto che si dimenava esagitato, impotente, alla mercè dei terribili roditori. Non
smetteva un attimo di urlare il suo panico e la sua frustrazione, né di dimenarsi come un
ossesso.
Dal nostro angolo, osservammo la massa brulicante guadagnare il centro dello spiazzo,
ignorandoci, ed infine bloccare a terra luomo, che a quella luce pallida apparì
incanutito e con i tratti del viso sconvolti da rughe di orrore. Ora riusciva solo a
scuotere la testa, il poveretto, sputando e sbraitando maledizioni in tutte le direzioni.
Chi è, Lisa? Lo conosci?, sussurrai, timoroso di attirare indesiderate
attenzioni.
E mio padre., fece appena in tempo a rispondermi, che subito Lisa si
scosse, ora sì, forse, un poco spaventata, e aggiunse: Chiudi gli occhi,
subito!.
E nellistante medesimo nel quale chiesi: Perché, in nome del Cielo?,
vidi il baluginare di miriadi di carapaci giungere da sottoterra, e dai filari degli
alberi e dal buio del bosco, finché Lisa replicò: Altrimenti te li mangiano.
Feci appena in tempo a serrare le palpebre, che venni travolto da un ammasso di
scarafaggi. Si infilarono sotto i miei vestiti, trovarono rifugio tra le pieghe di braccia
e gambe, si impigliarono nei capelli, e cercavano con le minute zampette di aprirmi gli
occhi, ne sentivo le indiscrete punture sulla nuda pelle. Gemevo, con la bocca chiusa,
incapace di muovermi, perfino di respirare.
Udii luomo gridare: Noooo! I miei occhiiii!.
Il padre di Lisa non sapeva di doverli chiudere. E il suo gemito divenne un lunghissimo
strazio.
Infine, come un cane ficcanaso che termina di fiutare là dove non dovrebbe,
lammasso di blatte mi lasciò, se ne scese a terra, e andò a circondare
anchesso luomo gemente.
Fu allora che i roditori ripresero a squittire, nella loro acutissima lingua, come una
stridente bolgia infernale, una frase sola:
i bambini non si toccano.
Scesero ragni dai rami, sbucarono vermi dal suolo, e millepiedi e formiche e forse tutti
gli altri insetti e i lordi animali che Lisa incontrava nelloscurità del
ripostiglio, dove il padre la rinchiudeva dopo aver abusato di lei.
Ma la rabbia, a quel punto, mi aveva stordito e assordato.
Così, mi avvicinai alluomo. E mentre lo prendevo a calci e pugni, spezzandogli le
ossa, mentre con le unghie gli strappavo brandelli di pelle, e laceravo a morsi le sue
carni, e gli divaricavo la bocca urlante per lasciare che i topi entrassero per divorarlo
dallinterno, compresi che in quel processo non ero stato chiamato come testimone,
né come giudice.
Ero il boia.
Giustizia fu fatta, lo assicuro, sembravo nato per quel solo scopo, e può sembrare
esagerato dirlo, ma la mia vita, in quel modo, acquistò un senso: il maledetto smise di
gridare dopo molto, molto tempo. Se anche non potei ripagare Lisa di tutte le sofferenze
che aveva sopportato, allorchè i topi e gli scarafaggi e tutti gli altri ebbero lasciata
libera la radura nel bosco, mi avvicinai a lei, ancora seduta nel silenzio della sua pelle
di luna, le guance appena rigate di lacrime. Dai suoi occhi sembrava che un pesante velo
si fosse levato.
Nel mezzo della notte, per una volta senza attendere il suo permesso, la abbracciai con
tutto lamore di cui ero capace.
David Riva |