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DI SANGUE E SOLITUDINE

 

...Never sleep, never die...

 

oci... voci lontane che mi parlano come attraverso un tunnel... intorno a me un buio infinito.
Ho paura.
Non ne ho mai avuta tanta.
E poi le voci diventano quella musica, la musica che amo... martellante, forte... da spaccare i timpani e poco a poco ricompare la luce... mentre torno lentamente alla coscienza mi rendo conto che è la testa che pulsa dolorosamente e che i muscoli del collo sono ancora contratti. Mi guardo attorno, sollevandomi dallo scomodo letto a sponde in cui mi hanno infilata. Ma dove cazzo sono finita??? Il posto è buio, ma la luce fievole delle candele è sufficiente per vederci benissimo: la camera mortuaria di un ospedale. Merda! Ma che diavolo ci faccio io lì? Voglio dire, sono viva, i morti non si guardano attorno, per Dio! Mi alzo di scatto dalla bara, schifata e spaventata. Il movimento rapido non è stato un bene per il mio equilibrio. Piano, cercando di non cadere mi appoggiò all'altare. Il viso a pochi centimetri da una croce dorata. Oddio! Provo una sensazione che mi è oscura: ho paura e orrore di quel simbolo che per milioni di persone è un conforto. Io sono sempre stata una cattolica convinta, ma ora... scappo dalla cappella ed esco in strada. Ho fame e provo il desiderio di sangue... so per certo che è una sensazione meravigliosa quella del caldo, metallico, dolce fiotto di sangue sul palato, anche se non l'ho mai provata.
Mi metto a correre nel buio. Una fredda razionalità comincia a insinuarsi, momento dopo momento nel mio cervello confuso. Mi rendo conto di essere ben vestita: una camicetta di seta, un paio di pantaloni di velluto nero e i miei sandali preferiti. Bene, sembro pronta per una festa.
Mi infilo in un bar. Nessuno nota i segni di un morso sul collo eppure deve esserci! L'ultima cosa che ricordo sono i denti di un vampiro che affondano nel mio collo... e poi il mio risveglio, quello che è successo nel frattempo è solo un lungo, freddo buco nero. Nient'altro.
Un uomo mi si avvicina, il suo volto mi è familiare, ne sono certa, eppure non riesco a capire perché. I ricordi mi sfuggono. Mi scivolano tra le dita come granelli di sabbia asciutta.
"Ciao" la sua voce mi colpisce come un pugno alla bocca dello stomaco. Per un momento boccheggio, come in cerca d'aria, poi, finalmente, articolo un "TU!" un po' titubante.
"Che cosa, eh, rincontrarsi così... cambiati?" chiede con un sorriso ironico all'angolo delle belle labbra. Se non fosse stato un demonio sarebbe potuto sembrare un angelo... "Ieri notte non hai avuto il tempo di dirmi il tuo nome... in effetti devo proprio scusarmi per la mia fretta, ma era da molto che non mangiavo e non ho proprio resistito... potevi bere un po' meno, però... mi sono ubriacato anche io!" e ride.
"Va all'inferno!" ringhio.
"No, mi dispiace, sai, ero un bravo ragazzo, prima, ma poi... sai com'è, senz'anima e tutto il resto..." sorride "Credo che se dovevo andare all'inferno la mia anima sia già là... ma tutto considerato ne dubito."
La mia mente è inchiodata su due punti contrastanti, sembra essersi inceppata: la bellezza di quell'essere e il fatto che lui e il mio assassino... che avrei dovuto odiarlo e invece mi piace... e tanto anche. Poi mi rendo conto che la fame si fa dolorosa. "Ho fame."
"E allora vai a caccia." Dice con una scrollatina di spalle. Poi sembra ripensarci. "Anzi, no, ti procuro io la cena, se tu mi dici il tuo nome."
"Credo che preferisco la caccia." Dico, celiando. Dannazione, ma dove cazzo è la mia coscienza quando ne avrei bisogno? Sto flirtando sfacciatamente con il mio assassino! Poi un pensiero mi colpisce: sono anche io senz'anima e senza coscienza, a parte qualche breve, sporadico brandello di quest'ultima. Be', meglio, forse, prima ero un po' troppo... come dire... bloccata? Adesso no e questo mi piace... un ghigno divertito mi storce le labbra mentre mi allontano ancheggiando lievemente, consapevole di ogni movimento dei fianchi e dei capelli castani.
Qualche minuto dopo mi allontano da un vicolo pulendo una goccia di sangue rimasta all'angolo della bocca e torno nel bar come se niente fosse. Mi infilo nel bar e controllo nello specchio il mio aspetto. Sul collo non ci sono segni e le labbra hanno un colorito roseo e naturale anche se la pelle è un po' più pallida del solito.
L'uomo - se lo posso chiamare così - è fuori dalla porta e mi aspetta.
Lo osservo a lungo, lenta, sfacciata, sicura di me come non sono mai stata. Ha i capelli neri ricci, alzati con il gel, indossa camicia e pantaloni neri che fanno risaltare la pelle bianca. I lacci delle scarpe da ginnastica, nere, sono di un rosso sangue. Non c'entrano niente con quelle scarpe e una donna certe cose le sa. "E quelli?" chiedo indicandoli.
"Uno sfizio." Dice, poi: "Ancora non so il tuo nome."
"E io il tuo." Ribatto tranquilla, passando un dito sulla fila di bottoni della camicia.
"Io non ho nome: non lo ricordo più." Dice, fissando il dito che lentamente scende giù, eccitandolo deliberatamente.
"Il mio è Julls... come ti devo chiamare?" mormoro.
"Trovamelo tu, un nome"
"Allora sarai Angel, perché il tuo volto è quello di un angelo"
Lui sorride. "Non credo che sia il nome giusto per uno come me, ma mi piace, Julls." Mi guarda negli occhi. "Vieni con me... ho un appartamento..."
"Sì." rispondo. Una parte di me mi chiede se voglio fare l'amore, la prima volta, con il mio assassino. E la risposta è quella che ho dato a lui, un sonoro, deciso sì.
Mi porta un po' fuori città sulla sua macchina. Mi dice che l'hanno vampirizzato a casa sua e che nessuno si è accorto di niente: viveva solo e non conosceva i suoi vicini.
La porta si chiude docilmente alle nostre spalle. Mi bacia schiacciandomi contro di sé. La sua lingua scivola avida sulla mia e una delle sue mani mi preme contro il gonfiore sotto i suoi pantaloni. Come la sera prima qualcosa in quegli occhi grigi mi stordisce e mi accende. Quando mi stringo di più a lui le sue mani mi slacciano la camicetta e la sfilano febbrilmente, poi, con un solo, destro movimento, mi slaccia il reggiseno che cade a terra. Le labbra calde mi accarezzano il seno. Una delle sue mani è dentro i miei pantaloni è appena un attimo dopo dentro di me. Con l'altra si toglie una delle mie mani dal collo e se la posa sui pantaloni. Stacco per un momento le mie labbra da quelle di lui. "Io... sono vergine."
"Non ti farò male... te lo prometto." Mi mormora contro la guancia, stringendomi alla sua figura muscolosa.
"Andiamo di là." Dico. Mi porta nella sua camera da letto. Tutte le persiane sono tirate giù fino in fondo per non lasciar passare nemmeno il più piccolo raggio del sole nascente.
Mi spoglia del tutto poi comincia ad eccitarmi, carezzandomi piano, delicato, e poi in modo dolcemente violento. "Sei pronta..." sussurra e poi entra dentro di me con un solo colpo. Il dolore della penetrazione dura poco: le mie ferite, ormai, guariscono in pochi attimi. "Ti ho fatto male?" chiede, roco.
"Solo un po'." Rispondo poi lui comincia a muoversi e mi fa gridare di un piacere che non avevo mai provato.

 

La mattina arriva languida. Mi chiede se ho voglia di fare colazione. Rido "E con cosa?"
Tira fuori dal frigo una sacca per le trasfusioni e la infila nel microonde per pochi secondi. Poi piazza sul tavolo un paio di uova che ha fritto nel frattempo e una bottiglia di un liquido alcolico non meglio identificato.
"Ma ne possiamo mangiare?" chiedo indicando le uova e l'alcool.
"Certo, non ci serve per nutrirci, ma non ci fa neanche male." Risponde.

 

Passano due mesi e ancora, poco prima dell'alba, sono a casa di Angel, ma lui non c'è... l'hanno ucciso. Io l'ho visto morire... le ultime parole che mi ha detto sono state: "Ti amo, Julls"
...  ho davanti a me una vita eterna, vuota e fredda, di sangue e solitudine.
Spalanco le persiane e attendo che la luce vivida del sole mi consumi...
Aspetto il dolore, ma non arriva: appena la luce lattiginosa compare evaporo nell'aria, lasciando di me niente più che vuoto e silenzio.

SilverB