NERO/BIANCO

 

iccardo era davvero bello. Alto, biondo con gli occhi cerulei. Era un perfetto esempio di razza ariana. E per questo era preso di mira da tutti.
Non riusciva a uscire di casa senza che qualcuno lo insultasse. O peggio lo rincorresse cercando di picchiarlo. La sua era davvero una vita di inferno.
Si era rifugiato in casa e non usciva più se non vi era costretto. Ma in genere lo lasciavano in pace. I suoi genitori e suo fratello avevano già i loro problemi e non avevano né il tempo né la voglia di occuparsi dei suoi.
La vita in città era insopportabile. La popolazione, composta da neri, ispanici e asiatici, odiava chiunque non fosse uguale a loro. E in futuro lui supponeva la sua razza sarebbe scomparsa, ovviamente i matrimoni misti non erano consentiti e c’era già una proposta di legge: gli ariani dovevano essere sterilizzati.
Tutto stava andando in malora. Si era scoperto che ogni ariano che spariva era finito in campo di sterminio. La polizia era bravissima in questo, molto efficiente. Passava e portava via chiunque fosse soltanto un po’ più biondo del resto della popolazione.
Riccardo era terrorizzato. Ricordava con orrore il giorno esatto in cui era iniziata quella pazzia, esattamente due anni prima, il 15 settembre 2100. Era stato eletto un nuovo governatore, che fino ad allora si era dimostrato gentile e disponibile, anche con la minoranze e invece poi aveva rivelato la sua vera natura di uomo spietato e crudele.
E aveva avuto tutto l’appoggio possibile, come se molta gente non stesse aspettando altro che sterminare un intero popolo. C’era anche chi si era ribellato, chi aveva tentato di protestare, di fare comprendere l’assurdità di quella situazione. Ed era immancabilmente scomparso, finché non erano rimaste che poche voci isolate, che si levavano solo tra mura domestiche o in covi segreti.
Riccardo si sentiva solo, aveva provato a sfogarsi con suo fratello, ma lui lo aveva respinto dicendogli che doveva pensare a se stesso. Purtroppo con i suoi non era andata meglio, troppo chiusi nel loro egoismo per dargli ascolto.
Riccardo ormai passava davanti alla tv la giornata intera. Stavano trasmettendo un documentario. Scoprì così che quello che stavano vivendo era già capitato secoli prima. Un pazzoide che era salito al governo aveva promulgato le leggi razziali e molte persone erano state sterminate. Era passato tantissimo tempo, ma la gente era sempre brava a odiare.
Solo che allora era scoppiata una guerra mondiale, c’erano state battaglie e vittime, alla fine gli americani erano stati considerati i liberatori.
Oggi però erano talmente impegnati con le loro guerre private e non avrebbero avuto nessun interesse a occuparsi del loro statarello.
Se la sarebbero dovuti cavare da soli. Riccardo si riscosse, doveva fare qualcosa, salvarsi in qualche modo, aveva soltanto ventidue anni e tutto il diritto di vivere.
Ci rimuginò sopra. La sera decise che se non voleva impazzire cercando una soluzione che neppure intravedeva, doveva uscire a prendere aria.
Aspettò che si facesse mezzanotte e andò a fare una passeggiata. Non aveva intenzione di allontanarsi troppo da casa. Girò intorno all’isolato, c’era buio e silenzio. Si fece coraggio e allungò la strada. Camminava rasente i muri, guardandosi continuamente alle spalle. Aveva una paura tremenda, ma l’agitazione che gli era venuta gli impediva di stare fermo o di riunchiudersi da qualche parte. Gli stava venendo però un attacco d’ansia. E non se la sentiva di affrontarlo da solo. Pensò di raggiungere il pub di Sam, un suo amico, uno dei pochi che ancora gli rivolgeva la parola. E pensare che fino a qualche anno prima aveva tanti amici di qualsiasi colore, di ogni idioma e religione. Era assurdo quello che era capitato in così poco tempo.
Il pub era semivuoto. Riccardo si alzò il cappuccio della felpa e si sedette al bancone.
Evitò di guardarsi intorno. Comunque il fatto che le luci fossero basse lo rinfrancava.
Aspettava il suo amico, ma aveva anche molta voglia di bere. Chissà se Sam gli avrebbe servito un whisky, l’alcool era proibito alla sua gente, si diceva che facesse loro perdere ogni inibizione, che diventavassero come bestie, incoraggiamento di cui non avevano bisogno.
Attese più di un quarto d’ora, poi una donna uscì dal retro. Era di mezz’età, con dei capelli talmente biondi da essere fosforescenti. Gli chiese cosa desiderasse. Lui domandò un whisky e con suo grande sollievo lei glielo versò senza protestare. Riccardo lo gustò a lungo tra palato e lingua. Poi la interrogò su Sam. E seppe che il suo amico non l’avrebbe più rivisto, era sparito, la donna pensava epurato, come usavano dire i loro nemici.
Per Riccardo fu una batosta terribile. Ormai non aveva quasi più nessuno.
Si sedette a un tavolo e decise che si sarebbe preso una sbornia colossale.
Ordinò una bottiglia e iniziò a buttarne giù bicchieri su bicchieri.
Stava per bere il sesto quando una mano lo bloccò. Si sentì afferrare il braccio e qualcuno glielo spinse con violenza sul tavolo. Riccardo sobbalzò e cercò di proteggersi il viso con le mani, in un gesto istintivo che aveva imparato da piccolo.
L’uomo si accomodò di fronte a lui. Indossava un giubbotto blu e aveva capelli e barba bianca.
- Tu sei Riccardo, vero? - esordì.
- Sì, signore - rispose il ragazzo balbettando.
- Stai calmo, non è come pensi, io sono un vecchio amico di Sam.
- Davvvero? - Riccardo sospiro. Dio, che paura aveva avuto.
- Sì, mi ha parlato di te. Mi ha detto dei tuoi problemi. Della tua famiglia.
- Che famiglia? Io non ne ho.
- Lo capisco che sei amareggiato, ma in questi tempi ognuno pensa solo a sopravvivere. Però io voglio aiutarti.
- Non mi ha appena ricordato che ognuno pensa a sé?
- Ti devi fidare, tu vieni con me e te ne mostrerò il motivo.
- Con lei? Assolutamente no.
- Mi devi credere. Sam era preoccupato per te. E adesso che lui non c’è più, mi sono deciso, devi venire con me e salvarti.
- Per andare dove? Si rende conto che non c’è un posto dove nascondersi?
- Invece esiste. E io voglio portartici.
- Lei è un pazzo, un vecchio pazzo - Riccardo tentò di alzarsi e crollò di nuovo seduto.
- E tu sei ubriaco, ma devi cercare di comprendere, figliolo.
- Mi lasci in pace! - ora Riccardo stava gridando.
Nessuno si girò, era abitudine farsi gli affari propri.
Inaspettatamente l’uomo gli mollò un ceffone.
- Piantala ragazzino. Qui dovremmo essere al sicuro, tuttavia stai attirando troppo l’attenzione. Vieni fuori con me e ti spiegherò cosa ho in mente.
- Se lo scordi!
L’uomo si levò, lo afferrò per le spalle e lo spinse fino alla porta.
Riccardo era più forte e più giovane, ma non si reggeva in piedi e quindi non era difficile sopraffarlo.
Si ritrovarono in strada. Lo sconosciuto lo costrinse a salire su un auto e partì.
Riccardo dopo un menomo tentativo di protesta, cedette. Era troppo perso nell’alcool per rendersi conto che poteva essere anche un viaggio verso la sua epurazione.
Si ritrovò in uno scantinato. C’era una parvenza di arredamento. Scaffali alti alle pareti, due sedie malandate attorno a un tavolo basso, graffiato e bruciacchiato, in un angolo una brandina troppo piccola anche per una persona sola. Niente cucina. L’uomo lo spinse su una sedia.
Riccardo barcollò. Si afferrò al tavolo per non cadere. Gli girava tutto e aveva bisogno di rimettere.
- Ti faccio del caffè, - gli disse il tizio - se no come diavolo faccio a parlare con te?
Riccardo farfugliò un ringraziamento. Adocchiò il letto. Aveva proprio voglia di stendersi.
Si alzò e tenendosi da ogni cosa ci arrivò. Sprofondò in un materasso pieno di buchi e neanche tanto pulito. Non che a lui importasse.
Bevve due tazze di caffè. Poi si alzò e uscì fuori a liberarsi.
La testa continuava a girargli, ma si sentiva meglio. Si ributtò sulla branda.
- Allora, adesso che riesci a capire cosa ti dico, ti racconto un po’ di me.
Riccardo non protestò, un po’ perché era incuriosito, un po’ perché non ne aveva la forza.
- Mi chiamo Pascal. Mi occupato di quelli come te, quelli in pericolo. Sam e io ci davano molto da fare in questo senso, però lui l’hanno scoperto e così sono rimasto io a occuparmi di voi. Fortunatamente riesco a trovare ancora gente disposta a lottare per la nostra causa.
- Che meraviglia! - proruppe Riccardo che malgrado la testa gli scoppiasse, non riusciva a non essere sarcastico - Ora sì che mi sento al sicuro.
- Smettila, e stammi a sentire. Noi ti faremo lasciare il paese. Fuori dai nostri confini ci sono luoghi in cui le persone vivono in pace, in armonia, infischiandose del colore della pelle.
- E sono le stesse che stanno a guardare quello che ci succede, senza intervenire.
- Ti sbagli. Ci sono state forti pressioni sul nostro governo perché questo inferno temini. Minacce e promesse, ma a noi ci dicono solo quello che a parer loro dobbiamo sapere.
- Cioè niente, tranne che la nostra razza di bianchi deve sparire. Che avvelena la società, gli altri.
- Già, è una teoria assurda. Domani sarai fuori di qui, ragazzo.
A Riccardo stava venendo sonno ed era sempre meno lucido.
- D’accordo, ragazzo, ho capito. Dormi, domani dovrai essere in forma.
Gli aggiustò la coperta e lo lasciò.

 

Riccardo pensò che se era tutto vero, se aveva scovato una via di fuga, il giorno dopo se ne sarebbe andato, non avrebbe più rivisto la sua famiglia. La cosa peggiore, e sperava fosse l’alcool, era che non gli importava.
La mattina Pascal lo svegliò con l’odore del caffè. Riccardo si alzò riluttante, aveva urgenza di un’aspirina.
Si sedette a tavola senza dire una parola, e Pascal non lo disturbò. Come se gli avesse letto nel pensiero, gli porse un bicchiere pieno di un liquido effervescente.
- Grazie - bofonchiò il ragazzo prima di buttarlo giù di un fiato.
- Di niente. Ragazzo oggi parti, ti farò attraversare il confine, saremo solo noi due, in questi “sconfinamenti” meglio essere in pochi.
- E tu?
- Io? Cosa vuoi che faccia? Rientrerò nel nostro paese.
- Ma perché non scappi anche tu?
- Ci sono altri da salvare.
- Ah, davvero, non ti offendere, non hai l’aria dell’angelo caritatevole, deve esserci sotto qualcosa.
- Stai parlando del mio tornaconto?
- Sì.
- Certo che ce l’ho. Non lo conosci il vecchio detto: nessuno fa niente per niente? Ovviamente non lo racconterò a te. E ora muoviti.
Uscirono dopo mezz’ora. Una utilitaria stava fuori ad aspettarli.
Giunsero fuori città affannati e spaventati. Si erano acquattati a ogni segnale di pericolo, vero o immaginato. Proseguirono per tutto il giorno sempre su strade poco trafficate, a volte non asfaltate. Fu un viaggio lungo. Riccardo soffriva per la fame, la sete e la tensione che gli attanagliava lo stomaco. Finalmente arrivarono a destinazione. L’auto li lasciò davanti a un’alta recinzione che percorreva quel tratto di confine. E di lì a poche centinaia di metri c’erano guardie armate. Lo spiegò Pascal a Riccardo mentre cercavano di mimetizzarsi nel folto del bosco.
- Tu stai qui, nasconditi, io aprirò un varco nella rete con le cesoie - disse Pascal.
- Stai attento - gli raccomandò il ragazzo.
Dopo poco l’uomo ritornò.
- E tutto a posto. Vai.
Riccardo all’improvviso ebbe paura. Da quel momento sarebbe stato solo, sicuramente in un paese non ostile, ma solo, senza denaro, né lavoro, né amici. E l’unico che aveva trovato doveva abbondonarlo.
- Vieni con me, ti prego - lo supplicò - sono così spaventato.
Pascal lo guardò a lungo.
- Lo so cosa provi. Siete tutti nello stesso stato quando arrivate qui, ma so che tu te la caverai, sei in gamba, intelligente e capace. Cerca soltanto di non bere.
Gli consegnò uno zaino.
- Dentro ci sono un paio di panini e una bottiglietta d’acqua, due magliette e dei jeans. E dei soldi, abbiamo fatto una colletta.
- Io non so come ringraziarti.
- Devi solamente dimostrarmi quanto vali, anzi devi dimostrarlo a te stesso.
- Sì - Riccardo si levò in piedi.
Si sentiva decisamente meglio, non gli capitava più da un sacco di tempo che qualcuno avesse tanta fiducia in lui.
Si salutarono con una stretta di mano. Riccardo se ne andò. Si fermò dopo pochi passi e ritornò indietro di corsa. E si gettò tra le braccia di Pascal.
- Grazie - sussurrò e scappò via.
La notte fu peggiore del giorno. Riccardo riuscì a fermarsi per rifocillarsi, ma poi non fece altro che correre e nascondersi. Gli incubi del passato lo tormentavano. Temeva che potessero riacciuffarlo. Si tranquillizzò solo quando arrivò alla periferia della sua nuova città, in uno Stato considerato libero.
Si sedette su una pietra, nell’ultimo tratto di verde prima dei palazzi grigi.
Frugò nello zaino. Aveva di nuovo appetito e gli era rimasto un panino. Avrebbe dovuto centellinare il cibo, ma non ce la faceva, si sentiva spossato.
Estrasse il cartoccio e vide che in fondo c’era un foglio stropicciato. Lo prese. Non era un fioglio, era una foto, una vecchissima foto ormai color seppia.
Era un uomo in un campo di concentramento, ma non era una vittima, era un carnefice.
Indossava la divisa delle SS e aveva un malcelato orgoglio dipinto sul viso.
Riccardo lo guardò per qualche minuto. Non sapeva se provava più rabbia, orrore o semplice rifiuto. E non comprendeva che significasse quella foto.
La girò e notò una frase e una firma: “E’ il mio bisnonno”, Pascal, c’era scritto.
E Riccardo capì tante cose.

Franca Marsala