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LIBRA

 

Ed ora io domando tempo al Tempo ed egli mi risponde... Non ne ho!
(Banco del Mutuo Soccorso, Darwin)

 

l parco in quel pomeriggio autunnale era un florilegio di tinte dorate. Foglie ingiallite si ammassavano in mucchi sull’erba curata cadendo dagli alberi i cui rami si protendevano verso il cielo vespertino. La gente imbacuccata in abiti confortevolmente caldi gironzolava per le viuzze di ghiaia che serpeggiavano tra le siepi e le giostre, costeggiando nei loro meandri panchine, chioschi e laghetti artificiali. L’aria era colma di chiacchiericcio e sapeva di marzapane, zucchero filato e mandorle glassate.
Qui una coppia di neosposi, lei incinta, spingeva un passeggino mentre una bambina bersagliava un coetaneo col suo pallone di plastica. Lì un adolescente inseguiva il proprio cane evitando una coppia di studenti che passeggiavano a braccetto di libri e tavole d’anatomia. Un uomo in giacca e cravatta parlava alacremente al cellulare, un vecchio riposava sulla sua panchina preferita.
Su di un altra panchina, un altro anziano signore vestito di stracci raccontava gesticolando una storia a un giovane in nero i cui capelli ricci erano smossi dal vento e il cui sguardo era quello di un bimbo affascinato dalla magia del racconto. Si trattava di una storia antica, che parlava dei signori della città e dei loro palazzi, dei patti che avevano stretto e di come erano stati traditi. Una storia che congiurava la grandezza del passato a offuscare il futuro con l’ombra mastodontica delle sue rovine. L’anziano sciamano urbano la raccontava con consumato mestiere, e con l’aiuto della bottiglia di whisky nascosta in una busta di carta da cui ogni tanto attingeva quando l’ispirazione gli cominciava a venir meno.
Il ragazzo ascoltava assorto, giocherellando distrattamente col suo medaglione - l’unico oggetto notevole che avesse addosso. Sembrava fatto d’osso, e raffigurava una donna simile a una statua greca che reggeva sulle spalle una falce alle cui estremità erano fissati i due piatti di una bilancia. E il piatto destro era leggermente più in basso, come se l’ago della bilancia pendesse in quella direzione.
Il vecchio sancì la fine del racconto con una lunga sorsata di whisky, e il giovane disse: “Una bella storia. La conoscevo già, ma mi fa sempre piacere riascoltare la storia di Silvestro II, il Papa Mago.”
“Per quel che riguarda la fine,” aggiunse, accendendosi una sigaretta, “se Silvestro II abbia veramente ottenuto l’assoluzione... Chi può dirlo? E, soprattutto, importa?”
Un’ombra calò sul volto paonazzo del vecchio.
“Sei giovane,” rispose biascicando. “A te magari non importa... Ma se l’anima in bilico tra Paradiso e Inferno fosse la tua, allora capiresti perché importa.”
L’altro si rilassò sulla panchina, aspirando una boccata di fumo e lasciando che i morbidi raggi del sole autunnale gli accarezzassero il volto.
“E’ strano che un ragazzo della tua età s’interessi a queste vecchie storie,” riprese il vecchio.
“Io ascolto tutti, vecchi, giovani, ricchi, poveri, uomini, donne, belli, brutti... Mi dispiace solo non riuscire mai a conoscerli veramente a fondo, prima di dover dir loro addio.”
“Amen, figliolo,” assentì il vecchio avvicinando di nuovo la bottiglia alla bocca. “Il tempo non basta mai.”
“Dì, come ti chiami?” chiese poi.
Una densa nebbia stava salendo, e sia il parco sia i suoi frequentatori sembravano dissolversi dentro di essa. Il ragazzo in nero guardò qualcosa che teneva nella mano sinistra, prima di rispondere divertito: “Sam Colt.”
Il vecchio strabuzzò gli occhi.
“Come?”
Il giovane gli mostrò l’oggetto che aveva in mano: uno Zippo su cui era inciso il motto “Dio creò gli uomini, Sam Colt li rese uguali.”
L’altro sbuffò.
“Lo sapevo che dovevi essere strano per starmi ad ascoltare,” disse. “Ad ogni modo, per me la Grande Livellatrice è la Morte!”
“Se vuoi...” gli rispose il giovane guardandolo negli occhi con un ingenuo sorriso infantile stampato sul viso pacioso. “Comunque il mio nome preferito è Libra... Cioè a dire, l’Equilibrio.”
“Oh...” disse il vecchio, impallidendo e abbassando lo sguardo. Persino il suo naso rubicondo aveva perso colore. “Capisco. Non t’immaginavo così.”
“Preferivi qualcosa alla Hans Holbein, qualche memento mori medievale?” gli chiese Libra.
Il vecchio rialzò lo sguardo su di un mondo scolpito in bassorilievo nel marmo. Un mondo di spesse linee nere scavate tra le vene grigie di un canovaccio bianco. Di fronte a lui, uno scheletro ghignante, appoggiato alla falce, lo fissava con orbite vuote eppure con uno sguardo così profondo da penetrargli l’anima.
Scosse la testa chiudendo gli occhi. Li riaprì sul parco inghiottito dall’abbacinante biancore della nebbia, così spessa ora che la panchina sembrava una nave alla deriva in un mare lattiginoso ed etereo, il suo equipaggio composto da loro due soltanto.
“No, credo di no,” rispose finalmente. “Non credo di aver mai davvero pensato a come sarebbe stata la mia morte... come saresti stato tu, cioè. E credo che sia lo stesso per tutti noi. Pensiamo a che cosa ci potrebbe essere dopo, oppure a che cosa ci lasciamo dietro. Ma mai al momento. Sempre al futuro, oppure al passato, ma mai al presente.”
Libra gli appoggiò una mano sulla spalla in un gesto amichevole, di comprensione. Ma, a dispetto delle sue buone intenzioni, non c’era calore umano in quel gesto.
“Eppure è tutto ciò che c’è,” disse.
“Sì, ora lo capisco... Anche se non è molto. E' tutto ciò che abbiamo, eppure appena è nostro, l'abbiamo già perso.” Il vecchio scrollò le spalle, l’amarezza sostituita dalla rassegnazione, prima di chiedere: “Dobbiamo andare?”
“Tu l’hai detto. Il tempo non basta mai.”
Libra si alzò dalla panchina e gli porse la mano per aiutarlo a fare altrettanto. Il vecchio rivolse un ultimo triste sguardo alla bottiglia di whisky, ormai vuota, e quindi afferrò la mano. I due piatti del medaglione di Libra si mossero: la bilancia era nuovamente in equilibrio. La Morte nei panni di ragazzo guardò, attraverso l'opaco sudario candido che li avvolgeva, la donna incinta col passeggino e sorrise. Una vecchia vita finiva, una nuova vita comincerà. Ciò che è stato lascia il posto a ciò che sarà, spianandogli la via. Le rovine mastodontiche del passato non offuscheranno con la loro ombra il futuro. Ma tutto gira senza mai fermarsi al ritmo frenetico scandito dal Tempo.
L'anima del vecchio s’incamminò dietro a Libra attraverso la nebbia, lungo la strada che l’avrebbe portata alla sua destinazione finale. Nel frattempo, su di una panchina in un parco pubblico di una grande città, il suo corpo - quello di un vecchio che fino a quel momento aveva parlato da solo bevendo da una bottiglia nascosta in una busta di carta - cominciò a tossire.
L’anziano ubriacone, uno sciamano urbano di quelli che ancora si possono trovare nei parchi oppure nelle piazze, ai piedi delle fontane, delle grandi - e antiche - città, sputò e si piegò, tossendo sangue e interiora. Era come se una lama arroventata si stesse facendo strada nei suoi polmoni. Una fitta di dolore gelido gli inchiodò il fianco e il braccio sinistro, fino al gomito. Si sentì improvvisamente vuoto e al tempo stesso avvertì il peso una colata di cemento sul petto che gli impediva di respirare. Un nuovo accesso di tosse, un altro conato acido di vomito misto a sangue, e si piegò in due. Prima si accasciò sulla panchina, poi scivolò rantolando a terra, continuando a dimenare freneticamente il braccio destro e le gambe come un insetto capovolto e moribondo. Finalmente un ultimo sussulto e poi tutto, movimento, suono - e sofferenza - cessarono. Era morto.
La bambina che passava lì vicino facendo rimbalzare il pallone di plastica lo vide e gridò, spaventando il suo compagno di giochi. I due giovani studenti di medicina lasciarono cadere i loro libri e si precipitarono verso di lui. Il giovane marito e padre si allontanò dalla moglie incinta e dal passeggino per correre verso un telefono pubblico e chiamare un’ambulanza, intanto che l'altro uomo proseguiva la sua conversazione al cellulare, infastidito dall’improvviso chiasso. E mentre l'adolescente seguito dal cane al guinzaglio si avvicinava al nonno seduto sulla panchina vicina, questi guardava mestamente il morto, chiedendosi quanto tempo gli restava ancora da vivere prima che sarebbe venuto il suo turno.
“Mai abbastanza,” gli rispose una voce nella testa. “Il Tempo non è mai abbastanza.”

 

La Mort seule sait et devine quelle est en toute justice la valeur de chacun.
(Hélinand de Froidmont, Vers de la Mort)

Alexandre Lanciani

 

Mi chiamo Alexandre Lanciani e sono nato a Roma, dove tuttora vivo e vegeto, la vigilia di Natale di un anno giubilare. Sono appassionato di letteratura fantastica, fumetti, musica e giochi di ruolo... Insomma il solito! Scrivo per divertirmi, spero che voi vi divertiate leggendomi.