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IL DOPPIO

 

o vidi per la prima volta riflesso nella vetrina di un negozio di vestiti. Non che sia mia abitudine fermarmi a guardare i negozi di abbigliamento, ci tengo a precisarlo. Di solito sono libri e film a catturare la mia attenzione. È stato un caso, avevo bisogno di un completo per il mio nuovo lavoro, ero appena stato assunto in banca, per questo mi fermai davanti a quella vetrina. E lo vidi. Identico a me. Talmente uguale, nell’aspetto, che solo io avrei potuto riconoscermi ed avere l’ovvia certezza di non essere lui. Quando mi girai era già sparito. Avrei dovuto fare qualcosa, ma sul momento pensai di essermi sbagliato, di aver avuto un’allucinazione. E in effetti era la spiegazione più ovvia, bisogna ammetterlo, non lo dico per scusarmi.
Così lasciai che i giorni trascorressero incurante del pericolo che incombeva su di me. E quando me lo ritrovai di fronte, in casa mia, ormai era troppo tardi. Lui, al contrario di me, era preparato ad affrontarmi. Mi colse di sorpresa e, nonostante un mio disperato tentativo di difendermi, riuscì ad avere la meglio e a stordirmi.
Mi risvegliai in cantina, nella cantina di casa mia, entrambe le caviglie incatenate a un anello d’acciaio conficcato nel pavimento, proprio al centro della stanza e di cui avevo sempre ignorato la funzione, ma non mi ero mai preoccupato di farlo rimuovere. Non saprei dire neanche adesso a che cosa potesse servire e perché il precedente proprietario della casa lo avesse fatto installare, ma era adattissimo allo scopo per cui il mio “doppio” lo stava utilizzando: la catena mi permetteva di muovermi all’interno della stanza senza che riuscissi ad avvicinarmi alla porta o alle finestre, che peraltro, come potei constatare con una rapida occhiata, erano tutte sprangate. Provai a gridare finché persi la voce, ben sapendo che la stanza era completamente insonorizzata. Questo invece era un lavoro che avevo fatto fare io, nell’eventualità di adibirla a taverna e per poter tenere la musica alta senza disturbare nessuno. Alla fine mi sedetti sul pavimento esausto. Non potevo fare altro.
Non so quanto tempo passò prima che la porta si aprisse. A me sembrò un’eternità. Era lui. Scese le scale reggendo tra le mani un vassoio di plastica su cui riuscii a vedere una brocca d’acqua e un piatto. Stava attento a tenersi a distanza, sapeva fin dove poteva arrivare la catena, aveva studiato tutto nei minimi particolari. Appoggiò il vassoio a terra e lo spinse fin dove potevo prenderlo, facendolo scivolare sul pavimento. Restò lì ad aspettare che mangiassi. Non volli dargli quella soddisfazione. Mi limitai a bere un po’ d’acqua. Aspettò qualche minuto poi si avvicinò per riprendersi il vassoio. Speravo di poter fare qualcosa, ma mi accorsi che era armato. Risalì le scale e rientrò in casa. Sentii che chiudeva la porta a chiave dietro di sé. Si era sostituito a me. In quel momento mi resi conto che avrei potuto non rivedere mai più mia moglie, Elena, e nostro figlio.

 

Elena sta guardando suo marito dalla cucina. Ha in mano un vassoio con una brocca d’acqua e un piatto con resti di cibo. È da un po’ di tempo che si comporta in modo strano. Non che si possa lamentare di qualcosa in particolare, anzi. È addirittura migliorato, in tante cose. Non esce più con gli amici, ha smesso di bere, lava i piatti, si occupa del bambino, e, soprattutto, non passa più tutte le sere davanti al computer, a scrivere quelle storie assurde. Però, adesso, se ne va ogni sera in cantina di nascosto, con un vassoio in mano. Stasera Elena ha deciso di scoprire perché. Lo vede richiudere la porta della cantina a doppia mandata e riporre la chiave nel cassetto del mobile in corridoio. Più tardi, seduta sul divano, davanti alla tv, Elena freme dentro di sé, impaziente di vedere cosa nasconde suo marito. Ma deve aspettare che vada a dormire. Finalmente si decide ad andare a letto. Lei gli dice che lo raggiunge tra poco, deve stirare un po’, prima. Aspetta qualche minuto, poi prende la chiave e apre la porta della cantina. Inizia a scendere le scale cercando di non fare rumore. Arrivata in cantina accende la luce e osserva sgomenta la stanza intorno a sé. Al centro c’è un anello d’acciaio a cui è stata legata una catena. Resti di cibo sparsi sul pavimento. Per il resto, la cantina è completamente vuota.

Pierluigi Porazzi