LA DONNA CANNONE

 

entro di me c’è una silfide. Ne sono sicura, me lo ripeto da anni ogni mattina scendendo dalla bilancia. Mi sento come se avessi in me due donne, una grassa, di quasi novanta chili, e una magra, graziosa, di massima cinquanta. Una sommersa dentro l’altra. Eppure non sono infelice, sono sempre allegra, di umore colorato, dice una mia amica, la più cara che ho. E sì lei sarebbe da odiare, a quarant’anni e dopo un parto gemellare indossa ancora la taglia quarantadue. Io invece ho iniziato a ingrassare dopo il matrimonio, no, per essere sincera, già in viaggio di nozze. Ricordo che ero stata a dieta fino al fatidico giorno per entrare nel meraviglioso, attillato abito bianco, di cui mi ero innamorata a prima vista. Ma in albergo, mentre Aldo, mio marito, pregustava la prima notte di nozze - per noi era davvero la prima volta - io pregustavo la torta al cioccolato che avevo adocchiato sul buffet.
Ma io sono contenta anche con la mia taglia extralarge, i guai sono altri nella vita, e inoltre mio marito mi ama anche così.
Mi vesto in fretta e scappo, devo fare la spesa, passare alla posta per ritirare un pacco, e prendere i miei bambini a scuola, prima e terza media, i miei bonbon.
Finisco immancabilmente per paragonare chiunque ai dolci.
Nel supermercato, giro con il carrello e lo riempio di sciocchezze, di crema al cioccolato, di marmellata e di torte confezionate, poi passo alle vere esigenze di una famiglia. Vado alla cassa con il carrello stracolmo, e mi sistemo in fila. È lunga, devo aspettare che sbrighino una dozzina di persone. Mi guardo intorno per ingannare il tempo, anche se c’è il rischio che ceda a qualche altra tentazione, e mi accorgo di uno strano tipo che gironzola. So che non è educazione fissare le persone, ma lui mi incuriosisce.
Ha un giubbotto di pelle, e siamo a giugno, e l’aria svagata.
Mi viene in mente che potrebbe essere un drogato, ma mi vergogno subito di me stessa. Basta che uno sia un po’ fuori dall’ordinario perché lo si accusi di avere dei problemi.
Forse i problemi li abbiamo noi, cosiddetta gente normale.
Solo che purtroppo non mi sono sbagliata, il tizio si avvicina rapidamente alla cassiera della mia fila e le intima di consegnarle tutto quello che ha. La ragazza lo guarda allibita e si immobilizza. Lui l’afferra da un braccio e le grida di svegliarsi. Ho paura, e mi domando che fine ha fatto la guardia che in genere gira per il market.
Il rapinatore è giovane, avrà vent’anni e non si capisce se è armato o no. Tiene una mano in tasca, e minaccia la povera ragazza che gli è capitata davanti. I suoi colleghi e noi clienti facciamo da spettatori. Nessuno ha il coraggio di scoprire se in quella tasca c’è veramente un’arma. La cassiera preleva un mazzo di euro e glielo consegna. Lui se lo infila nel giubbotto e fa per uscire. Tiro un sospiro di sollievo, pericolo scampato. Ma purtroppo qualcuno ha chiamato la polizia e il ragazzo rientra di corsa.
Ricomincia la paura.
E il peggio deve venire. Lui si accorge di me - è difficile non notarmi - e decide che con la mia mole sono un ottimo ostaggio. Mi tira dal vestito e mi usa come scudo. Mi mette un braccio intorno al collo e dice che me lo romperà se non fanno ciò che vuole.
È arrivata la guardia, è in posizione con la pistola spianata, ma non può agire e rischiare la mia vita e quella degli altri presenti. Stai buona, brutta cicciona, mi sussurra il ragazzo all’orecchio. Io scalpito, non permetto che qualcuno mi insulti, non sono una top-model con il mio fisico, ma sono carina in viso e più interessante di tante indossatrici slavate. Cerco di girarmi e lo guardo con rimprovero. Lui si agita, mi libera un po’ dalla stretta e per spregio comincia a prendere la mia roba dal carrello e a gettarla per terra. Che spreco, mi dico arrabbiandomi. Ma il colmo lo raggiunge quando afferra il mio cibo preferito, la crema al cioccolato e lo lancia verso uno scaffale. Il barattolo rimbalza, cade sul pavimento e si infrange in grossi pezzi. Mi piange il cuore ad assistere alla fine spietata della mia dose quotidiana di gioia. Divento una belva e mi rendo conto che io peso novanta chili e sono quasi un metro e settanta, il ragazzo è alto quasi quanto me, però sarà a malapena cinquanta chili. Mi muovo di scatto e lo spingo, lui perde l’equilibrio e si aggrappa a un banco per non scivolare. Me lo devono togliere di sotto per ammanettarlo. Non era armato, ma un poliziotto mentre si congratula per la mia temerarietà, mi rimprovera per la mia incoscienza.
Non me la sono sentita di confessargli che è stata tutta colpa o merito del cioccolato.

Franca Marsala