LA FINE

(testo integrale)

 

l mio amico cominciava a darmi sui nervi. Erano ore che andava su e giù nella mia piccola stanza. Avrei voluto chiedergli di sedersi, in realtà anche tante altre cose. Ultimamente era strano, più del solito, sempre inquieto, veniva a trovarmi soltanto dopo il tramonto e stava ore a guardarmi studiare. Se gli parlavo, rispondeva a monosillabi. E poi era talmente pallido, avrei voluto domandargli se si drogava, ma non ne avevo il coraggio, ci conoscevamo da tre mesi e non ci eravamo raccontati molto delle nostre vite, lui meno ancora di me.
- Riccardo - lo chiamai - che ne dici di uscire a fare una passeggiata? Sono stanco di questi libri, ho bisogno d’aria.
MI guardò e acconsentì. Ci mettemmo i cappotti e uscimmo. Notai quanto fosse magro il mio amico, con quel cappotto nero lungo fino ai piedi sembrava uno spaventapasseri. Avrei dovuto invitarlo a cena più spesso. O a pranzo tanto per cambiare. La luce del sole gli avrebbe fatto bene.
Riccardo si fermò a un angolo di strada e mi sorrise.
- Ho un’idea - disse - voglio farti una proposta. Che ne dici di concludere la serata in modo inconsueto?
- Che vuoi dire? Che hai in mente?
- Ti voglio portare in un posto dove assisterai a un evento eccezionale, però dovrai avere molto coraggio. Il tuo cuore potrebbe non reggere, devi essere sicuro di farcela, di riuscire ad andare fino in fondo.
- Certo, io ho un cuor di leone - scherzai, ma capii che lui parlava sul serio. - D’accordo, ormai mi hai incuriosito e ho voglia di qualcosa di straordinario, con tutto il mio trantran.
Ci avviammo e dopo quasi un’ora eravamo fuori città, in aperta campagna. Riccardo era sempre più veloce, come se avesse chissà che fretta e io cominciavo a essere stanco. Protestai, ma lui mi sollecitò a non rallentare. Arrivammo davanti a una antica masseria. Era grande, chiaramente abbandonata. Le erbacce erano penetrate nelle crepe dei muri, sembrava dovesse crollare da un momento all’altro.
- Riccardo, cosa siamo venuti a fare qui? - lo tirai da una manica.
Lui mi spinse letteralmente dentro casa. L’aria era davvvero pesante, con un che di stantio e un odore che non riuscii a identificare.
Riccardo mi portò per mano verso un angolo dove mi ordinò di accucciarmi e di stare in silenzio. Passarono pochi minuti e la porta cigolò. Degli uomini entrarono, erano armati. Gli ultimi due avevano delle torce. Gli altri perlustrarono la stanza velocemente e uno li chiamò a raccolta. Quando la luce si avvicinò potei vedere anch’io quello che avevano circondato, era una bara nera e lucida. La cosa più mostruosa era che stavano cercando di aprirla. Non mi chiesi neppure come mai si potesse trovare lì e non in un cimitero. Ero stravolto, avevo capito gli avvertimenti di Riccardo, però non sapevo più se sarei riuscito a non fiatare alla vista del corpo. Perché da dove stavamo potevo benissimo assistere a tutto lo spettacolo.
Due dei cinque uomini tolsero il coperchio e si precipitarono su chi c’era dentro. Soffocai un grido, avevo capito chi erano, profanatori di cadaveri! E avevo riconosciuto l’odore, era l’odore del sangue.
Riccardo era impassibile. Era impressionante, sembrava una statua, mi venne il dubbio che non fosse nuovo a cose del genere. A me invece veniva da vomitare.
I due si sollevarono e presero degli attrezzi, un lungo paletto appuntito a un’estremità e una grossa mannaia. Stavo per strillare, però prontamente il mio amico mi mise una mano fredda sulla bocca.
La poverina, perché era una ragazza, sembrava morta da poco, era pallida e distinsi alla luce del fuoco che aveva i capelli chiari. Quegli uomini fecero una cosa orribile: piantarono il paletto nel suo cuore. La ragazza cacciò un urlo e si dimenò. Si sarebbe levata a sedere se non l’avessero trattenuta tutti e cinque.
Io stavo per scattare per fermarli, ma Riccardo mi trattenne con una forza che non sospettavo in uno esile come lui. Dopo non contenti, le tagliarono la testa.
Mi veniva da piangere. Riccardo mi lasciò e io caddii per terra stordito.
Gli uomini se ne andarono, li sentii congratularsi tra loro, qualcuno persino rideva. Io oramai piangevo e Riccardo, con un gesto inusuale per lui, mi attirò a se e mi fece sfogare.
Scappai fuori all’aria e mi accorsi che era notte. Respirai e cercai di non crollare di nuovo sull’erba. Riccardo mi raggiunse e mi sorrise. Aveva denti candidi che risplendevano sotto i raggi della luna.
- Che è successo là dentro? - balbettai - Cosa mi hai fatto vedere? Quella poveretta era morta o no? Oh, Dio, mi scoppia la testa.
Avrei voluto gridare, però non ne avevo la forza. Neppure di prendermela con lui.
- Non l’hai capito? - chiese. - Non sai cosa è capitato davanti a noi? Ho perso la mia compagna. L’avevano bloccata nella sua alcova strofinando il coperchio di aglio. Io non potevo più avvicinarmi né aiutarla. E così ho pensato che avrei dovuto cercarmi un nuovo compagno.
- Non ha senso quello che stai dicendo! Non voglio più ascoltarti. Basta, lasciami in pace.
Fuggii, ma lui mi raggiunse subito. Anzi mi apparve quasi d’innanzi. Come se avesse volato.
- Sei uno sciocco. Ma con me imparerai - mi afferrò da un braccio e me lo torse.
Urlai di dolore e in quel momento compresi tutto. Ma era troppo tardi. Le ultime cose che ricordo sono i suoi occhi rossi di sangue e il suo alito penetrante sul mio collo.

Franca Marsala