TRATTAMENTO DI FINE RAPPORTO
ulla
lettera di licenziamento che ho tra le mani, la segretaria del mio capo scrive che
lazienda necessita di personale più qualificato, non che sono distratto
e inaffidabile. Per fortuna vivo in condominio dove non hanno la stessa brutta opinione
sul mio conto. Non è ancora arrivata la voce, qui. I miei vicini sanno che sono un
ragazzo Tuttofare e mi chiamano per riparare una tubatura che perde, per
ficcare una zeppa sotto un mobile che traballa, per cambiare una lampadina fulminata. I
miei vicini ed io facciamo di tutto per essere un buon vicinato.
La mia lettera di licenziamento profuma di Obsession di C. K. Profuma
come dovrebbe profumare una lettera damore. Un messaggio passionale scritto e
imbustato da una segretaria di trentuno anni, avvenente, porca e con gli occhi azzurri.
Raccolgo da terra il grumo di carta della busta. Passo la lingua sul bordo appiccicoso.
Sento il sapore della saliva di chi lha sigillata, ancora lodore di Obsession,
un retrogusto colloso.
In quellistante suonano al campanello di casa. Vado ad aprire.
«Ciao... Scusa il disturbo...»
Immaginatevi ve lo dica una ragazza.
«... Qui nel palazzo mi hanno consigliato di rivolgermi a te... »
Seconda di reggiseno sotto la maglietta nera dolcevita.
«... In casa devo montare una libreria a muro...»
Diametro capezzolare di tre centimetri.
«Quando potresti venire?»
Cinquecentotrentottomila peli pubici, neri, folti, ricci. La sua temperatura basale
secondo i miei calcoli si dovrebbe aggirare intorno ai trentasette-trentasette e quattro
gradi centimetri. Mentalmente prendo appunti.
Le rispondo: «Anche subito, se vuoi...»
La ragazza dice di chiamarsi Caterina. Caterina si è trasferita da due settimane
nellappartamento a fianco al mio. Mi spiega come e dove la libreria deve essere
montata. Quando dice camera da letto, i suoi occhi parlano, non la bocca.
Caterina ha una bella camera da letto, con un gran lettone matrimoniale. La stanza è
invasa da piccoli gatti in porcellana, gatti in peluche, in gomma, in carne. Le chiedo in
che punto devo montarla.
La mia vicina ha un sorriso splendente, sembra sia illuminata dallinterno.
Mi risponde che la libreria la devo montare in quel punto là, si gira e indica. Il sedere
della mia vicina è tondo e pasciuto, dà la sensazione di poterci svernare per una
glaciazione intera.
Le chiedo se va bene così o più in alto.
«Un po più in basso è meglio.» Esclama una voce, diversa da quella di Caterina:
più immatura, più cristallina. Io mi volto di scatto come morsicato da quel suono. Già
prima di vedere la sua faccia ho limmagine della sue mutandine: sottili e remissive
ad essere sfilate. Caterina ci presenta: «Eleonora questo è... oddio, come hai detto che
ti chiami?»
Dico a tutte e due come mi chiamo.
Eleonora è come Caterina dieci anni fa.
Quando mi lasciano solo mi metto al lavoro. Cè odore di Caterina ed Eleonora
ovunque. Sembra che la loro cosina labbiano strusciata su pareti e soffitto.
Inizio a trapanare il muro per fissare i supporti. Uso una punta di
quindici millimetri: troppo lunga per un muro sottile come unostia cementificata.
Sento un acciottolio di piastrelle frananti dallaltro lato della parete. Si forma
una crepa, profonda.
Oltre quel muro cè la mia stanza da bagno. Ci guardo attraverso, e riconosco lo
specchio sopra il lavandino. Penso a cosa potrei vedere facendo il percorso inverso.
Stendo uno strato sottile di stucco sul buco grosso come due monete da cinquanta
centesimi. Faccio un altro foro dieci centimetri più in là. Monto le scaffalature. Aiuto
vicina e amica a sistemare i libri accumulati alla rinfusa dentro uno scatolone con la
scritta fragile di traverso.
A giudicare dalla quantità, Eleonora e Caterina sono due donne di gran cultura.
Mi danno indicazione precise su come devono essere disposti libri. Qui la narrativa, su la
poesia, in mezzo filosofia, saggistica e cataloghi darte.
Mentre passo un libro a Caterina leggo: «Inagaki Taruho, Sensibilità dellano e
della vagina.» Chiedo: « E questo dove va?»
Caterina ed Eleonora ridono. Hanno simmetriche labbra carnose.
Arriviamo a riempire il settore della Poesia. Mentre Eleonora ha nelle mani i sonetti di
Shakespeare li sta collocando sullo scaffale, esclamo: «No, stai attenta!» Dico: «Lì
cè dello stucco fresco, non asciuga bene se lo copri con quel mattone. Bisogna
aspettare qualche giorno.»
«Ah!» Fa Eleonora mortificata, e ritira il libro dal ripiano, mettendolo in fondo alla
fila.
Tra i grandi della poesia, tra Saffo e Tagore rimane un vuoto.
Anchio scrivo versi.
Ho stampato una raccolta delle mie poesie in formato A5, spillate, con copertina rigida in
cartoncino disegnato. Aspetto solo il momento giusto per tirarle fuori dal cassetto.
Aspetto solo il periodo migliore per farle conoscere, per dare la giusta collocazione alla
mia opera poetica. Ad Eleonora e Caterina ancora non glielho detto. Ancora non
lho detto a nessuno che scrivo versi come questo: Dimenticammo lamore sul
fuoco della passione. Ora, strilla strinato e se ne va in fumo.
Dopo aver finito di aiutare Caterina ed Eleonora ad ordinare i libri,
me ne ritorno a casa. Prima che lo stucco si sia asciugato del tutto e diventi crosta ho
già allargato il buco dalla mia parte. Ho creato un piccolo foro dal quale riesco a
vedere la camera della mia vicina. Riesco a vedere il letto della mia vicina. Dopo due ore
riesco a vedere quanto la mia vicina e la sua amica siano amiche per la pelle.
Immaginatevi Caterina che sta a cavalcioni di Elonora. La monta come una mula, ma
allinverso. Immerge indice, medio, anulare nella fica dellamica. Lultima
falange del mignolo le sta misurando la febbre. Eleonora si dibatte, invano. Nello spasmo
dellamplesso stritola un gatto di peluche. Quando lo molla, il gatto di Peluche è
tutta una grinza. Caterina è sdraiata. Eleonora le si arrampica sui capelli, le sguscia
tra i seni. La sua lingua è un aratro che lascia un solco di saliva perpendicolare al
ciuffo sotto lombelico, i peli di Caterina diventano ritti soldati
sullattenti. Sotto di lei Caterina ricambia il favore, e sono tutto un
aggrovigliarsi di corpi nudi.
Me ne sto appoggiato con una mano al muro. Le mie ginocchia si sciolgono. Squadre di
endorfine mi assalgono i nervi. Il braccio che appoggia sulla mano che si appoggia al muro
è in delirium tremens. Arriva lodore dello sperma: dolce e nauseante.
Vergine vorace, ti farò vomitare con marmellate di viole velenose.
Al di là del buco Caterina ed Eleonora si fertilizzano fantasie
erotiche con badilate di sussurri e insulti e gemiti proteici.
Io sono le vostre vagine, piango come loro, ho solo bisogno di carezze come le vostre
vagine.
Vorrei abbandonarmi ad un pianto fatale come una emorragia. Non mi importa di mangiare.
Non possiedo un perfetto controllo di me, so che se non riuscirò a farmele, forse le
stagioni non saranno più le stesse, forse il sole non verrà più a scaldare la terra.
Il buco.
La mia retina è in perfetto allineamento con lui. E come se, oltre il buco,
proiettassero un film ininterrotto di caleidoscopiche ossessioni lesbiche.
Legnose e secolari infanzie segate da un falegname.
Quando lamore scade, puoi grattare via letichetta con la
data di scadenza. Fare finta di niente, ma poi comincia a marcire. Si formano perle
candide di corone micotiche.
Grida e urla acide al di là del buco, e insulti che sanno di recriminazioni, ti fai
scopare da tizio e da caio, succhi luccello di sempronio. Per una
lesbica è una imperdonabile apostasia.
Silenzio.
Un, due e tre. E poi Caterina che sbraita: «Adesso vado al lavoro. Torno stasera. Hai
tempo per fare le valige. Porta via tutte la tua roba perché non voglio più rivedere la
tua faccia qui. Mai più!»
La porta sbatte e i muri vibrano e anche il mio occipite attaccato al buco, mi rintrona il
cervello.
Silenzio.
Eleonora abbraccia il letto. Ride, piange e farfuglia incantesimi. Poi cade nella
disperazione e non le serve a niente aggrapparsi alle lenzuola e contorce il bacino con
congiungimento di ginocchia e testa. Ripiega lanima come un feto.
Annegherò nellamniotico, voglio vivere a ritroso.
Certe volte penso che il mio cazzo faccia una vita a sè. Un giorno mi
aspetto che mi ordini, con un certo tono di disprezzo, di andare a comprargli il giornale
finanziario, o che mi lasci una minima paghetta mensile. Il mio cazzo despota, adesso,
proprio adesso, mi sta spingendo nelle mutande. Adesso, dice, è ora di cena, perché non
è già pronta. Cazzo!
Vado alla porta di Caterina.
Driiin
Aspetto qualche minuto, quando sento uno strusciare di piedi trascinati.
La porta si spalanca ed Eleonora forse crede che io sia Caterina venuta a riconciliarsi,
perché dice: «Scusa... vorrei essere morta...»
Sorrido.
Eleonora ha gli occhi pesti e infiammati. E tanto pallida da essere trascendentale.
Dico che il mio gatto deve essere saltato sul loro balcone. Deve aver sentito la loro
micia in calore.
«Posso entrare a recuperarlo quello sporcaccione?» Chiedo.
«Abbiamo un gatto maschio noi, cioè... Caterina.»
«Vai a immaginare che il mio gatto è gay.»
«Veramente stavo per uscire. Comunque sì, entra.»
Sì entro.
Vorrei scomporti in polvere per scoparti in angoli intimi.
Ho preso il telefonino di Eleonora insieme a lei e alle sue cose.
Il telefono a notte fonda le cade sul pavimento con un rumore secco. Caterina si risveglia
dal sonno ma rimane ancora dentro un incubo vischioso.
La mattina riprova a cercare lamica al telefono.
La persona desiderata non è al momento raggiungibile...
Caterina esce. La sera, quando rientra, Caterina è ubriaca. Sviene sul letto. Il
giorno dopo chiama parenti e amici di Eleonora, non stava da te? Rispondono.
Chiama gli ospedali. I cartomanti televisivi.
Chiama la polizia per denunciare la scomparsa di Eleonora.
La prima cosa che la polizia chiede è se lei e la sua amica hanno avuto una discussione.
Buio Baratro Abisso. Sento tette ciondolare come campane a morto.
Immaginatevi Caterina con una lametta tra indice e pollice. Una sottile
lingua dacciaio, tra dita sottili di pelle tremante.
Il letto regge il suo peso di rimorso, lavambraccio zebrato di tagli. La festa
inizia.
Incide sempre più a fondo. Sempre più decisa. Sempre meno acciaio e sempre più carne.
Esplodono fuochi dartificio cremisi con contrappunti di cremosi filamenti
lattiginosi.
La mia faccia striscia sulla superficie fredda delle piastrelle umide del mio bagno. Il
gatto giallo di peluche accanto a Caterina impregnato di sangue è diventato orange.
Mi metterò a sgozzare buoi blu notte.
Ho la copia della chiave dellappartamento, quella di Eleonora.
Entro.
Caterina è imperlata di sangue. Lo sguardo vago sfugge dalle orbite rovesciate. Caterina
è un rivestimento vuoto. Sul braccio sinistro, verso linterno, tra il sangue che ha
smesso di colare, si riescono a leggere delle lettere scritte con lacciaio: Eleono...
e uno scarabocchio incrostato.
Immaginatevi dei batteri. Liberi batteri anarchici, senza nessun sistema immunitario ad
arginare la loro esuberanza.
Quando mi avvicino alla libreria fisso il vuoto che è rimasto tra i grandi maestri della
poesia. Ci perdo lo sguardo dentro e vedo un occhio che mi fissa.
Immaginate a chi potrebbe appartenere quellocchio facendo il percorso inverso.
Locchio dimentica di sbattere le ciglia.
Finalmente è tempo che la mia poesia trovi la giusta collocazione. Ho portato la raccolta
delle mie poesie, non ha titolo perché odio i titoli. Riempio il vuoto tra Saffo e Tagore
con la mia poesia, il posto che spettava a Shakespeare, con la mia poesia.
Ma Eleonora non deve essere daccordo e cerca di gridare, ma non ci riesce: ha la
bocca chiusa dal nastro adesivo. Cerca di scappare, ma non ci riesce: ha le mani legate,
ha i piedi incatenati.
«Cosa ne sai tu della mia poesia.» Le grido perché mi senta attraverso il muro.
Eleonora triplica lespressione di disappunto cercando di sbattere la testa contro le
piastrelle del mio bagno, ma non ci riesce perché la sua testa è bloccata da una cinghia
di cuoio.
Le dico: «Senti se ti piace questa...»
Stellina stressata dei miei occhi, stanotte stai per collassare stipata, stanotte, in
un buco nero.
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