SANGUE

 

osì era cominciato tutto.
Una rapida occhiata dietro di sé, e quei mostri che la inseguivano. Così. Nessun arma biologica, nessun esperimento del governo andato alla malora, nemmeno una cometa precipitata all’improvviso. Era bastato uno sguardo. Stava camminando lungo una strada. Era una giornata di sole, ma l’aria era comunque fresca. Era buona. Era uno di quei momenti in cui tutto sembra andar bene, tutto ha un sapore migliore. Sorrideva, sì, questo lo ricorda benissimo. Ad un certo punto era inciampata. Abbastanza maldestramente, era atterrata sul suolo rimanendo per qualche secondo senza fiato. Poi aveva cominciato a ridere senza ritegno. In altre occasioni avrebbe imprecato, girandosi intorno per vedere se qualcuno aveva assistito al suo tonfo. Ma quella volta rimase a terra ridendo della sua grazia bovina. Sanguinava ad una mano. Quella cosa ebbe il potere di frenare almeno momentaneamente le sue risa sguaiate. Aveva paura del sangue. Più che altro, sveniva letteralmente alla sua vista. Chiuse gli occhi, respirando profondamente. Calmati, si disse. È solo sangue, nemmeno molto. Adesso vai a casa, ti medichi, e poi puoi continuare a ridere.
Fu allora, mentre era ad occhi chiusi, tutta concentrata e preparata ad uno svenimento imminente, che sentì i passi. Molti passi. Sorrise di nuovo, decisa ad alzarsi quanto prima per evitare quando si fosse girata di vedere sorrisetti nascosti e mal celati. Odiava che si ridesse di lei. Anche se non l’avrebbe confessato per niente al mondo.
Fece per alzarsi, ma si sentiva fiacca. Il rischio di uno svenimento non era ancora passato del tutto.
Si rassegnò a dover rimanere seduta, con una mano ferita, sorbendosi sguardi di ilarità. Ma meglio questo che alzarsi e piombare nuovamente al suolo svenuta.
Si girò.
E rimase a bocca aperta.
C’erano cinque, forse sei persone che venivano nella sua direzione. Ma avevano qualcosa che non andava.
Primo, i loro movimenti erano sconnessi. E secondo, non avevano fattezze umane. No, per nulla.
E, cosa peggiore, venivano neanche troppo lentamente verso di lei.
Si fece forza, respirò profondamente, anche se il suo fiato aveva cominciato ad andare anche troppo veloce, e poggiò le mani per terra per provare ad alzarsi. La testa le girò violentemente. Vide tutto nero per qualche attimo. Ma non poteva svenire adesso. O non sapeva cosa sarebbe successo.
Più per paura che per vera voglia si tirò su. Adesso vedeva tutto a macchie, ma si disse, era già un miglioramento. Prese a camminare, piano, perché più veloce proprio non riusciva. Ed adesso ci si era messa anche la nausea a farle compagnia. La mano intanto continuava a sanguinarle. Era una ferita più grave di quanto pensasse. Decise di non guardarla più, anche se sentire il liquido caldo che le scorreva tra le dita era anche peggio che guardare. Serrò violentemente le labbra, e continuò a camminare, costringendosi adesso ad andare più veloce. Sentiva sempre i passi dietro di lei, adesso più vicini, e cosa peggiore, andavano unendosi altri esseri.
Cercò di guardare in giro, pregando che ci fosse qualche volto amico. Fino a poco prima la strada era piena di persone. Adesso era deserta. Deserta eccetto per quelli dietro di lei.
Camminava, sempre più veloce adesso.
Ancora duecento metri e c’era la sua casa. Tirò fuori dalla tasca le chiavi per essere più veloce possibile nell’aprire e richiudere il portone dietro di sé.
E poi sarebbe stata salva.
Cento metri adesso. La sua ultima corsa. La più importante. Decise di girarsi e vedere se gli aveva distanziati almeno di poco.
Gridò. A meno di due metri c’era uno dei mostri che correva. Il suo cuore batteva più forte dei loro passi. Non aveva sentito nulla. Sempre gridando cominciò a correre anche lei.
Sentì di stare per svenire sul serio. Si chiese almeno altri cinque minuti. Appena arrivata a casa avrebbe chiamato la polizia avvisando di quanto stava accadendo e poi si sarebbe afflosciata su un divano.
Corse come non aveva mai fatto in vita sua.
Poi, a meno di trenta metri dalla salvezza, sentì un rumore enorme, pensò che le sue orecchie fossero scoppiate, e qualcosa di caldo cominciò a caderle anche sugli occhi, e dietro il collo. Mi è caduto qualcosa in testa, pensò. Cadde in ginocchio. Vide sangue per terra, che cadeva lentamente sui mattoni. Gocciolava dal suo naso, e da altre parti del suo corpo. Sangue, ancora sangue, pensò.
Svenne. Per l’ultima volta.

 

“L’abbiamo presa” disse il poliziotto tutto sudato per l’estenuante corsa. Non avevano sparato prima perché si pensava potesse essere una di loro, ancora. Invece avvicinandosi aveva visto chiaramente la pelle che andava putrefacendosi, e la camminata della ragazza che diventava via via più sconnessa, disarticolata. Si stava trasformando. L’avevano vista tutti quanti cadere.
Poco prima in quello stesso punto era stato abbattuto il primo zombie. Non c’era stato ancora tempo per ripulire del tutto la pozza di sangue infetto che si era formata intorno.

Isabella Ninfole