LO SPECCHIO

(Racconto per il concorso "300 Parole Per Un Incubo", 2005 - edizione 4)

 

el mio letto. Isolato dal mondo.
Guardo il soffitto. Inquieto.
Di notte.
La luce lunare filtra dalle antiche finestre.
Aperte.
Il vento muove i rami da qualche parte, fuori. Vedo le ombre che si agitano. Sui muri.
Le tende diafane si muovono in sincronia con le ombre.
Lo specchio, di fronte, riverbera una luce azzurrognola.
Riflette il mio volto, una macchia pių scura sullo sfondo grigiastro della parete.
Si specchia anche la lampada. Quella sempre rotta. Anche adesso.
Poi quel curioso soprammobile, regalatomi da chissā chi e chissā quando: una testa di tigre che urla silenziosamente.
Il dipinto sopra la spalliera del letto č quadrato nero, silenzioso, vuoto.
L’orologio digitale sulla mensola segna le 3:13.
Chiudo gli occhi e ascolto il vento.
Leggero e discostante. Filtra dalla finestra. Nel silenzio č quasi inquietante.

 

Riguardo lo specchio.
Un’ombra dal fianco del mio letto mi sta guardando.
Dallo specchio.
Vedo i suoi occhi bianchi sbarrati guardare i miei.
Il terrore mi paralizza. Non riesco a voltarmi e guardare direttamente.
L’ombra continua a fissarmi e non si muove. L’urlo rimane strozzato in gola, come la tigre sulla mensola.
La mia mente, nell’assurditā del momento, registra qualcosa che va oltre la comprensione.
C’č qualcosa...
La testa.
Giā, la testa dell’ombra č abnorme.
E sorride.
Č un attimo: una sorda pazzia mi invade prima che tutto succeda.
Cado nell’oblio.

 

Sono sveglio.
Č ancora buio. L’orologio lampeggia: 3:13.
Il vento soffia ancora sinistro.
Le ombre degli alberi si agitano ancora sui muri. Come prima.
Le tende si muovono ancora silenziose.
Guardo l’uomo coricato sul letto. Mi guarda con terrore.
Non si volta per guardarmi. Il suo urlo č silenzioso.
La sua paura mi nutrirā.
Ancora una volta.

Andrea Benatti

 

Non c'č peggior incubo della realtā. O meglio, come dice un cantante: č tutto equilibrio sopra la pazzia.
Parola di poliziotto.