Halloween è ancora giovane

"... E perché vorrebbe chiudere il bar! Come? E' tardi! Ma non le sembra di esagerare? In fondo la notte è piccola e Halloween è ancora giovane".
E l'uomo seduto al tavolo d'angolo del "Gambrinus", fissando il barman con uno sguardo acquoso da far pietà, chiese un altro goccio.
"E va bene, ma è l'ultimo, è ora di chiudere".
"Ho capito. Guardi fuori però! Vede? Piove. Non è una gran pioggia è solo un'acquerugiola fastidiosa, lenta e fredda che penetra nelle ossa. Corrode lo scheletro, sbriciola le costole e quando ormai tutto è putridume uccide. E' un tipo di pioggia che io conosco bene. Ci convivo, si fa per dire, ormai da anni. Ma non faccia caso alle mie chiacchiere, alle volte straparlo, e chiuda pure il suo locale. Spenga l'insegna e venga a sedersi vicino a me. Non abbia timore, voglio solo raccontarle una storia: la mia storia! E' una cosa che non ho mai detto a nessuno e, del resto, non ho amici.
Rassegnato a perdere il sonno il barman si mise a sedere di fronte allo sconosciuto avventore. Sapeva per esperienza che certi tipi - strani uomini della notte - hanno bisogno di essere assecondati. Costoro hanno uno strano bisogno di parlare. Hanno la necessità di dare sfogo al loro trascinarsi nell'assurdo di una vita interamente immersa nella solitudine.
Eternamente in bilico tra il baratro del suicidio e il precipizio del vizio, sono incapaci di amare. Forse non amano nemmeno loro stessi. In un attimo possono diventare cattivi. Possono uccidere. Ridire e ballare sul cadavere della loro vittima.

"Ecco", riprese a dire l'uomo, "lei ha paura di me; sì, non finga per favore! Lei ha timore della mia persona. Mi giudica un matto; tutto cinismo e niente sentimento e, questa è davvero bella, non posso darle torto. Ma, per cortesia, aspetti a giudicarmi, attenda almeno fino a domani. Per lei sono un lupo solitario e come tale fuori dal branco... sono un essere che odia il mondo e che sfoga la sua rabbia attaccandosi al collo della bottiglia. Be' non le nascondo la mia predilezione per un buon bicchiere, tuttavia conosco il mio limite di sopportazione all'alcool".
Il tempo peggiorava e il rombo del tuono si faceva sempre più vicino.
"Le dispiace se guardo un momento fuori dalla finestra?" Chiese il barman allo strano avventore:
"Ma le pare! Lei è un uomo libero... guardi pure, prego... bene! Ha visto! Il nero del cielo è rotto solo dallo sciabolar dei fulmini. E' una brutta notte non le pare? Come? Ho capito, anche lei la pensa così ma allora torni a sedersi. Parliamo e arriverà il mattino. Perché sono un uomo senza amici? Ma lei, signor mio, è sicuro di averne?"
"Sì!" . Rispose il barman.
"E su cosa fonda la sua certezza?"
"..."
"Vede non lo sa. E anche lei è un uomo senza certezze e, ironia delle cose, crede di averne. Come tutti d'altro canto.
Quindi mi segua. Ma no! Non nel senso di uscire di qui, ma nel senso di affidarsi alla fantasia; è o non è la notte di Halloween! Io credo nella fantasia. E' la fantasia che ci rende felici e oggi, purtroppo essa è relegata in soffitta. Oggi è l'epoca della concretezza e nella spasmodica ricerca di questa strana cosa l'uomo moderno non ha più certezze, tranne quella, stia attento, della morte".
Intanto il campanile della chiesa madre si mise a battere le ore.
"Le due dopo la mezzanotte". Commentò lo strano avventore guardando il vuoto. "Il nuovo giorno è ancora lontano. E' l'ora di partire. Andiamo, il paese senza nome di attende".
"Che strano, le occhiaie di costui sembrano vuote" e un gelido brivido percorse la schiena del barman.
"Eccoci, siamo arrivati" e lo strano avventore indicò al barman una piazza pavimentata di bianco dove, serie e impettite, alcune persone oziavano al sole.
"Ha visto? Ha notato come sono eleganti quei tipi laggiù? E' un'eleganza un po' retrò a dire il vero ma lasciamo perdere, converrà con me che la moda non è l'oggetto dei nostri ragionamenti. Forse lei non ha osservato attentamente il modo di fare di quella gente. Non fa niente. Lo scoprirà tra poco. Uh, già, ma che sbadato! Siamo arrivati nel paese senza nome. Si tratta di uno strano paese che ognuno può chiamare come vuole. Ha visto che magnifici palazzi, qui tutto è abbondanza e ricchezza.
I due si incamminarono. Voltarono a destra. Una strada lunga e dritta si aprì davanti a loro. Palazzi, negozi, banche, teatri e una folla veloce e indaffarata erano l'architettura e la coreografia dell'ambiente. Una strada senza nome dove, tra l'altro, tutto era anonimo. Il barman guardò verso gli edifici. I citofoni erano privi di intestazione. Negozi, banche e teatri non avevano insegne particolari. Tuttavia quella gente sapeva perfettamente dove recarsi, dove entrare, quale citofono pigiare.
"Sembra il regno dell'assurdo" disse il barman.
La sua voce vibrava sul tono della più tetra inquietudine.
"Osservi bene quei volti e lasci perdere le cose. Le cose sono la conseguenza di quei volti e si ricordi che il nostro ragionamento è l'amicizia".
Intanto una piccola processione di uomini dalle barbe incolte e donne scarmigliate e discinte veniva su da un vicolo laterale. Un vicolo sudicio, pieno di nauseabondi miasmi, di portoni che si aprivano su antri fumosi regno incontrastato di gatti rognosi.
E mentre quella processione laica continuava ad avanzare lo strano avventore riprese a parlare.
"Deve sapere che siamo nella città della ricchezza. Qui tutti nuotano e sguazzano nel benessere. Uh, è vero! E quelli là! Mi stavo quasi dimenticando di loro. Quelli sono il ricordo dell'antico bisogno. E' gente che vive di avanzi, per non dire di rifiuti.
Tra loro si odiano come cani rabbiosi. Si azzuffano e si azzannano per una crosta di pane. Non li rende amici neppure la loro comune miserrima condizione. Mentre gli altri, quelli della piazza e della strada lunga non si guardano l'un l'altro. Si evitano e si temono. Sono attaccati alle loro ricchezze e per i loro averi uccidono. Cosa? La legge? Nel paese senza nome esiste una sola legge: la legge dell'oro. Il denaro è d'oro e il denaro insedia e insidia il potere. Queste persone tra loro non si conoscono eppure trafficano, commerciano, si industriano in nome dell'oro. Ma l'amicizia ignorano cosa sia e, molto probabilmente, la temono. Nell'amicizia è insito il concetto del donare, dell'offrire e loro non donano e non offrono, loro vendono. Nel loro codice non scritto l'amicizia è un delitto e la sua pena è il più orrido degli ergastoli. Ciò che conta sono solo gli affari. Guardi attentamente una di queste persone e si accorgerà che i suoi occhi sono privi di luce. Gli occhi di tutti qui sono privi di luce, anche quelli che rappresentano il bisogno.
Quest'ultimi vivono da miserabili ma non sanno unirsi per combattere la povertà. Non conoscono la solidarietà e coltivano la gramigna dell'invidia. Quindi i demoni dell'avidità e dell'invidia sono i corruttori degli spiriti".
La notte ormai scivolava verso l'alba. I rumori del nuovo giorno cominciavano a rotolare lungo le strade. Bisognava rientrare. Lo strano avventore taceva e allora il barman gli chiese: "Ma la sua storia?"
"Già la mia storia, pensavo che l'avesse intuita. Mi sbagliavo. Io ero uno di quelli, uno della piazza e se preferisce della strada lunga. Un giorno mi innamorai. Era bionda, era bella, i suoi occhi erano azzurri. Lei venne a vivere con me, ormai era mia moglie. Eravamo felici. Lei era sempre al mio fianco. Non facevo che coprirla di baci e le notti con lei erano dolci, intense ma brevi. Poi, un giorno, come diagnosticarono i medici, si ammalò di un male maligno. "Le cure saranno lunghe e costose" mi dicevano con un tono di compatimento. I soldi? come avrà capito li avevo. E spesi e spesi finché un mattino mi ritrovai come quelli del vicolo. Ma io ero uno della piazza o della strada lunga, ero un uomo d'affari e così chiesi un prestito: alla mia banca e agli amici. Mi risero in faccia e, intanto, mia moglie morì. Ero disperato e mi tirai un colpo in testa".
"Tentò il suicidio!" Esclamò il barman.
"No! Non tentai il suicidio mi suicidai e basta. E come avrà sentito dire l'anima di un defunto, specie se trapassato per causa violenta, sosta a lungo dove la vita lo vide amare e soffrire".
"Mio Dio, ma lei...".
"Io che cosa, si tranquillizzi e mi lasci finire la mia storia. Orbene, muovendomi qua e là come una foglia al vento e non essendo più io sostanza ma soltanto forma capitai qui dentro... Sì! Qui al "Gambrinus". Alcuni miei cosiddetti amici erano seduti allo stesso nostro tavolo. Parlavano di me. "Innamorarsi" diceva il primo. "Sposarsi" disse il secondo. "Suicidarsi poi" disse il terzo. "Che imbecille!" esclamò il quarto.
Un raggio di sole entrò nel bar. Lo strano avventore si era come dissolto nel nulla. Il barman si stropicciò gli occhi e sbadigliò mentre un brivido di freddo gli attraversò la schiena.

Cesare Placida