Il cascinale

Oramai posso sostenere di essere in possesso di una collezione di sveglie, continuo a comprarne di nuove: elettroniche, meccaniche, con i campanelli, di ogni tipo insomma. Ma nessuna evita con il suo suono di irritarmi tanto da rovinarmi la giornata.
E anche questa mattina lo stridulo suono dell’ultimo acquisto, fatto in un Bazar di Algeri, mi ha già messo in agitazione. Non c’è nulla che mi metta in agitazione più di una veglia.
Talmente in agitazione che pure un caffè mi rilassa un po’.
E pensare che questa mi sembrava quella giusta, con quel suono orientale, ma poi anche le precedenti mi sono sembrate quelle giuste. Se solo riuscissi a farne a meno... invidio tutti coloro che riescono a svegliarsi senza.
Questa mattina poi devo andare in uno sperduto paesino della campagna vercellese, ho un appuntamento con un signore per fargli visionare un antico cascinale. Un rompiscatole che cerca un luogo adatto ad avviare un attività.
Questo al telefono mi è sembrato un poco strano, vuole ristrutturare un cascinale per farci un cosa... un misto tra una clinica di bellezza e un agriturismo, e nel contempo produrre prodotti da erboristeria per una fantomatica cura miracolosa. Mah...!
Vestito di tutto punto mi avvio. La strada è tortuosa e la visibilità è pessima, alla fine di settembre da queste parti o piove o c’è la nebbia, il sole è un optional.
Dopo quasi un ora giungo nel luogo di ritrovo: l’incrocio della Colombara sulla strada delle Grangie. Come al solito sono sempre il solo ad essere in orario.
L’incazzatura nata con la sveglia si amplifica con l’attesa, mentre cammino nervosamente attorno alla macchina arriva il sig. Valeriana: una flemma da sonno.
“Buon giorno”
“Buon giorno anche a Lei “
“La seguo”

Con lui una signora bellissima, la moglie, credo.
Mi addentro nella strada di campagna che porta al cascinale seguito dalla macchina del mio potenziale cliente, la nebbia è talmente fitta che fatico a seguire la strada sterrata.
Dopo qualche minuto giungiamo al piazzale antistante la cascina, parcheggiamo ed entriamo nel grande cortile passando attraverso un grande arco.
L’antica porta d’ingresso scricchiola sotto la mia spinta, dentro è buio e a stento raggiungo gli scurini della finestra per aprirli. Una luce fioca entra dall’esterno e illumina i vecchi mobili polverosi. Tutto è rimasto come lo ha lasciato l’ultimo proprietario, ultimo discendente di una grande famiglia di latifondisti. Un tempo erano proprietari di tutte le terre qui intorno, ettari e ettari di risaia gli appartenevano fin dai tempi di Cavour.
Era un tipo strano, scomparso in circostanze misteriose, amava l’esoterismo e l’occulto.
Sembra che in questa cascina praticasse arti magiche, ma al mio cliente non dico nulla non vorrei impressionarlo non si sa mai che creda a queste cose e pensi che questa sia una casa maledetta.
Mentre che via via apro la finestre delle enormi stanze racconto al sig. Valeriana la storia ufficiale della famiglia proprietaria.
Alla fine del giro illustrativo il cliente mi confida che è veramente interessato all’acquisto.
Un mese dopo il sig. Valeriana ha gia cominciato i lavori, è il 31 ottobre e poco prima di mezzogiorno suona il mio cellulare, é lui: “Sono Stefano; Sig. Maurizio venga qui subito devo farle vedere una cosa”.
“Di cosa si tratta”. Rispondo
“Ne parleremo quando sarà qua”. E chiude la comunicazione.
Prendo la macchina e mi avvio verso la cascina pensando a cosa cavolo voglia quel rompiscatole.
La giornata è splendida la temperatura quasi estiva e un sole brillante illumina la pianura di luce quasi irreale.
Non sono ancora entrato del tutto e Stefano già mi grida alterato: “Vi chiederò i danni!”
“Ma cosa c’è, Sig, Valeriana.” affermo con tono intimorito.
“Molti dei muri sono posticci, mi costerà tantissimo consolidarli. Ma non avete fatto una perizia prima di mettere in vendita questo rudere?... E pensare che ho pagato cash”
Effettivamente molti dei muri perimetrali erano tutti rattoppati malamente.
Si potevano notare numerose aperture murate in qualche modo, come se qualcuno avesse avuto molta fretta nel chiuderle, sulle quali si notavano strani segni fatti con un pennello e una vernice rosso sangue.
“Tutto ciò e comparso, quando i muratori hanno cominciato ad asportare l’intonaco”. Afferma Lui, vedendomi fissare la parete.
“E quel buco che dà in quel cunicolo l’hanno fatto i muratori?” Gli chiedo.
“No, l’abbiamo trovato questa mattina quando siamo arrivati”
“E chi l’ha fatto allora”
“Non lo so proprio”
Mi avvicino al buco, è largo circa un metro e alto ottanta centimetri, mi chino per guardare all’interno e con stupore noto che il cunicolo sembra essere largo quasi un metro, cosa impossibile visto che il davanzale della finestra è largo in tutto ottanta centimetri.
Avvicino la testa e mi coglie una sensazione di vertigine come se lo spazio lì dentro fosse adimensionale. Mi ritraggo repentinamente e visibilmente impaurito mi rivolgo al Sig Valeriana:
“Lei ha già provato a guardare nel buco?”
“No”
“Provi!”
Egli si avvicina e con la sua notevole mole, si china e subito si ritrae stupito.
“Ma non è possibile! Ora chiedo ai muratori se hanno una torcia elettrica.”
Si allontana e io rimango inebetito a guardare quel buco assurdo.
Di lì a poco arriva in compagnia del capomastro il quale regge un grosso faro.
“Ecco, lì, provi a illuminare li dentro.”
Il muratore si inginocchia e infila deciso il braccio con in mano la torcia accesa.
Lo guardo mentre esegue questa operazione e noto che varcando quella soglia la torcia non illumina nulla, ho l’impressione che in quello spazio la luce non si propaghi.
Un solo secondo e il silenzio di quella stanza è squarciato da l’urlo orrendo del muratore.
Il sangue mi si gela nelle vene, il capomastro si gira verso di noi mostrando il solo moncone reciso del avambraccio che spruzza sangue come un annaffiatoio. La torcia e la sua mano fino ad oltre il polso si sono dissolti nel nulla.
I compagni del malcapitato dopo avergli posto un laccio emostatico lo portano di corsa all’ospedale.
Restiamo io e il sig. Valeriana a fissare quel maledetto buco.
“Cosa sarà mai” chiedo.
“Come posso saperlo, è una diavoleria, questa casa è stregata.”
“Forse è il caso di chiamare qualcuno”
“Domani chiameremo i carabinieri ora è tardi facciamoci una bella dormita”
“E se nel frattempo, che ne so, quel buco diventa una voragine che ingoia tutto, non oso pensarci”
“Non credo, faremo come hanno fatto in passato, lo mureremo ma con una colata di cemento armato questa volta.”
Torno a casa pensando al quel buco a cosa potesse nascondere; mi alzo il mattino seguente senza aver dormito un solo minuto.
La prima cosa che faccio, è telefonare al sig. Valeriana: “Pronto sono Maurizio, e allora?”
“Sono appena arrivato e con grande sorpresa ho trovato il buco murato, qualcuno nella notte l’ha chiuso con mattoni e cemento, non so proprio come possa essere entrato era tutto chiuso e non ci sono segni di scasso inoltre avevo cambiato tutte le serrature e le chiavi le ho solo io. Il mistero si infittisce.”
“Forse chi l’ha fatto non è dovuto entrare.” Affermo.
“Come!?”
“Qualcuno che da quella casa non se ne mai andato.” Aggiungo.
“Non mi importa farò fare un muro in cemento armato davanti a quello vecchio, e continuerò nella ristrutturazione, ho già speso troppi soldi non posso lasciar perdere.”
“Va bene Sig. Valeriana la saluto non vedo l’ora di dimenticare questa storia”
“Arrivederci Sig. Maurizio.”

 

Un anno dopo.
Oggi è la vigilia di ognissanti anche se é lunedì e domani è festa non sono riuscito a fare il ponte. La sveglia la mia peggior nemica ha demolito ancora una volta il mio umore.
Mi viene in mente un anno fa quando vendetti quella cascina, chissà cosa è poi successo, il solo pensiero mi mette paura.
Sto per salire in macchina e mi suona il cellulare.
“Pronto”
Dall’altra parte una voce con un urlo strozzato mi dice.
“C’è ancora!!!!!... Questa mattina è ricomparso!!!”

Mario Ghiotto

Nato a Vicenza nel lontano 1958, ho raggiunto senza grande lode la maturità tecnica. Vivo in un piccolo paese della bassa novarese e da tempo mi diletto a scivere (ispirazione permettendo) le cose più disparate. Ho collaborato per due anni (fino a che è stato in vita) con "La lanterna di Diogene", piccolo giornale di paese autoprodotto. Da circa un anno sto cercando di scrivere il mio primo romanzo (breve, un centinaio di cartelle previste senza velleità di pubblicazione), ma non è propriamente in linea con i temi del vostro sito. Ritengo che la scrittura sia un po' lo sfogo dell'anima, spesso mi aiuta a ritrovare l'equilibrio.