... e poi il nulla

a Libero Samele

Scampanellio lieve di un lontano pascolo.
Il vento portava odore di stabbio addolcito dal profumo della mentuccia selvatica.
Lanciai lontano la sigaretta e infilai la mano nella tasca della giacca. Il contatto con il freddo acciaio del revolver mi dette un improvviso senso di lucida consapevolezza.
Ma cosa sto facendo!
Fu allora che la vidi giungere.
Anche lei mi vide, e frenò strusciando il piede per terra. Lasciò cadere la bicicletta sull’erba e rimase a guardarmi incuriosita. Le sopracciglia, sotto la fronte spaziosa, erano due spighe di grano. Il vento le muoveva i capelli e le incollava la gonna contro le gambe evidenziandone le forme ben tornite.
Cosa avevo pensato quella prima volta?
Le ragazze del villaggio non hanno mai caviglie troppo sottili perché amano correre a piedi scalzi sui campi di trifoglio.
E cosa avevo detto?
Avevo detto: - Il vento... - ma mi ero subito interrotto incapace di tradurre in parole quell’insieme di sensazioni che mi si accavallavano nella testa.
- ... non cessa mai - aveva allora concluso lei.
- Perché? - chiesi sinceramente incuriosito.
- Perché il vento è il respiro della natura. Chiudi gli occhi ed apri le braccia, ti sentirai volare.
Non chiusi gli occhi. E non aprii le braccia. Però sorrisi scuotendo la testa. E, non fosse stato altro che per la stizza che il mio impaccio mi provocava, dissi:
- Vieni dal villaggio? Ma lo sai che sei veramente molto carina? Scommetto che ti piace correre a piedi scalzi sull’erba. E... a proposito non ti ho ancora chiesto come ti chiami.

- Pensi mai al suicidio?
- Alla mia età! Vuoi forse scherzare.
- Perché allora, quando ci siamo conosciuti, volevi morire?
- Io non volevo morire.
- Oh sì che lo volevi. C’era nei tuoi occhi che lo volevi.
- Nei miei occhi c’eri solo tu quando ci siamo conosciuti. Avrei potuto voler morire con tu nei miei occhi?
- Sei carino a dire questo. Non è necessario però che oggi tu sia carino con me.
- E’ una giornata particolare oggi?
- Oggi è una giornata piena di dubbi e sospetti.
- Dubbi e sospetti? Spiegati.
- Hai presente quegli orribili libri che ti ostini a rileggere in continuazione?
- Certo.
- Ne stavo sfogliando uno e ho trovato un brano sottolineato.
- Continua.
- Una volta dicesti che sei solito sottolineare tutte quelle frasi che ti trasmettono un senso di vero.
- E quel brano che hai trovato sottolineato ti ha turbata.
- Turbata? Mi ha letteralmente sconvolta. È stato lui a rendere questa la mia giornata dei dubbi e dei sospetti.
- Prendilo questo libro che dici, voglio leggere la cosa che ho sottolineato.
- Non è necessario, l’ho imparata a memoria. Posso citartela.
- Forza allora.
- “Un attimo di disperato coraggio e poi il nulla. Non è fantastico? Il nulla! Un eterno, ovattato dormire nel grembo della morte, la grande Madre di tutti”.
- Sì, me lo ricordo bene. Sono riflessioni del protagonista di “I vampiri sono fra noi” di Frank Graegorius.
- Chi è Frank Graegorius?
- Faresti bene a dire “chi era”. E’ morto da tempo.
- Chi era?
- Ti ripeto: solo uno morto da tempo.
- Morto da tempo anche in te?
- No, non morto da tempo in me, perché le parole, quando sono buone parole, restano e sono per sempre.
- Anche per dopo la morte?
- Anche per dopo la morte.
- Per questo tu leggi quei suoi orribili libri che parlano di vampiri e licantropi? Perché sono per anche dopo la morte?
- Sì, per questo.
- Lo hai conosciuto?
- Frank Graegorius?
- Lui.
- Non di persona. So però delle cose su di lui.
- Raccontami, voglio sapere.
- Nella vita era uno psichiatra. Un giorno lasciò la moglie per fuggire con una sua paziente.
- Anche tu lasceresti me per fuggire con un’altra?
- Solo se non la smetterai di dire sciocchezze.
- Fammi una domanda che non richieda una risposta sciocca. Una domanda però che parli di te.
- Di me? Vediamo... ecco: cosa ti piace di me?
- Di te mi piace che sei un amante insaziabile.
- Dai, non scherzare. Cosa di me ti piace?
- E va bene, sarò seria. Di te sono molte le cose che mi piacciono. Le tue mani. Il tuo naso. I tuoi capelli che non esistono più...
- Ma più di tutto?
- Più di tutto mi piace... guardarti mentre dormi.
- E cosa ci trovi di bello in me che dormo?
- Di bello ci trovo che ti guardo e so subito quello che sogni.
- Puoi vedere i miei sogni?
- Posso vederli. Volendo potrei anche entrarci dentro, ma non sarebbe corretto nei tuoi confronti.
- Perché non corretto?
- Perché sono sogni prima di me.
- Vuoi dire che sogno il mio passato?
- Non proprio. Semplicemente nei sogni sei come eri prima di me.
- Non devono allora essere dei gran bei sogni.
- No, non lo sono. Spesso sogni la pioggia.
- Già, la pioggia. A volte mi capita di sognarla. E, accidenti, non c’è mai un posto dove ripararsi.
- Sì, nessun posto dove ripararsi. E tu sei tutto bagnato. Solo tu e la pioggia. La pioggia intorno a te. La pioggia dentro di te.
- La prossima volta che vedi che sogno la pioggia ti ordino di raggiungermi.
- Davvero ti farebbe piacere?
- Immensamente.
- Ho però un po’ paura.
- Di cosa.
- Di raggiungerti e non riconoscerti. Di trovarti diverso.
- Non sarò diverso, solo bagnato e prima di te. Sarà molto bello incontrarti e conoscerti. Ma ora basta parlare di me. Chiedimi cosa di te a me piace?
- Tutto di me a te piace, anche io che dico cose sciocche a te piace, anche se non lo vuoi riconoscere.
- Sì, tutto di te a me piace. E le cose sciocche che a volte dici sono adorabili. Non però quella di io che volevo morire.
- Quella di tu che volevi morire non è una cosa sciocca.
- D’accordo, non è una cosa sciocca. Però vorrei non parlarne.
- Non parliamone.
- Bene. Ed ora indovina cosa di te più di ogni altra cosa a me piace.
- Di me più di ogni altra cosa a te piace quando preparo il the.
- Brava. Tu che prepari il the è la cosa di te che maggiormente mi piace.
- Il mio the è speciale?
- Sì, speciale. Ha quel buon aroma di bergamotto che mi ricorda gli ospedali di prima.
- Credi che sia gentile dirmi che il mio the ti ricorda gli ospedali?
- Non ho detto tutti gli ospedali, ma solo quelli di prima.
- C’è differenza?
- Un’enorme differenza.
- Raccontami un ospedale di prima.
- Dunque, vediamo... lunghe camerate... il risuonare affrettato di passi... il dolore dietro i paraventi... e la sera, quando le luci vengono abbassate, si può cogliere il volto inamidato di una suora.
- Una di quelle suore con quei buffi cappelli che sembrano ali? Mi hai convinta. Se mi ammalo voglio essere portata in un ospedale di prima.
- Ti farò guarire in un ospedale del 1912.
- Perché proprio quella data?
- La sento una buona data per guarire. Fidati di me, non sarà affatto male guarire nel 1912.
- Tu come sarai?
- Un classico dell’epoca: bombetta, catena d’oro al panciotto e enormi baffi a manubrio.
- No, niente baffi. Sono tremendamente maschilisti.
- No, non saranno baffi maschilisti, ma solo autorevoli. Serviranno a tenere a distanza gli altri uomini da te.
- Ma tu non sei geloso.
- Non sono geloso oggi. Ma nel 1912...

 

***

 

La cosa che maggiormente mi incolpo è che quando si è improvvisamente ammalata non sono riuscito a trasportarla in un ospedale del 1912 dove, dietro un paravento, io e lei soli, avrei potuto tenerle la mano e detergerle il sudore dalla fronte.
Nei moderni reparti di Terapia Intensiva le luci non vengono mai abbassate, neanche la notte.
A me fu consentito di vederla solo attraverso un oblò che da un’anticamera si affacciava sul reparto. Accanto al suo letto c’era un complesso macchinario con tubi e fili che le entravano nel corpo per poi uscirne. C’era anche un vaso di vetro con uno stantuffo dentro che si alzava e abbassava, si alzava e abbassava...
- Serve per farla respirare - mi disse un medico.

 

***

 

“Un attimo di disperato coraggio e poi il nulla”.
Quando sottolineai quel brano avevo diciotto anni. Allora potevo solo immaginare il significato bello e terribile di quelle parole.
Ora però...
Ma sì, in fondo ci vuole tanto poco...

 

***

 

Piove.
Da ore.
Da giorni.
Piove da sempre.
Piove incessantemente.
Ho alzato il bavero, ma l’acqua mi penetra dentro. Sembra che voglia lavar via tutto, anche i ricordi.
Sono stanco di questo mio andare in nessun luogo. Stanco.
In lontananza scorgo una ragazza.
Cammina scalza sul prato, incurante della pioggia nonostante indossi solo un vestitino leggero. Nelle mani stringe un mazzolino di fiori di campo. Sembra triste.
Ma sì, è lei.
La chiamo.
Si volta verso di me e rimane ferma. Mi guarda.
Passano attimi interminabili.
Vedo il mazzolino di fiori scivolargli dalle mani.
Ecco, mi ha riconosciuto.
Comincia a correre verso di me...

Gino Spaziani