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WORD IN PROGRESS

 

C'è un quadro di Klee che s'intitola "Angelus Novus". Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta. (Walter Benjamin)

 

Da tre ore eravamo fermi sull'autostrada. E non oso immaginare neppure da quanto tempo dura quest'enorme accumulo di ferraglia sull'asfalto. M'ero messo in viaggio di notte per non incorrere in un rischio del genere, ed ora eccomi qui, bloccato in un luogo imprecisato del mondo, non ci sono cartelli qui intorno a indicarmi dove mi trovo, e la radio non funziona. Non ne vuole sapere di sintonizzarsi su un qualsiasi notiziario per sapere cosa sta succedendo avanti. Avanti. Perché qualcosa di certo deve essere accaduto. Un incidente forse. Si viaggiava bene di notte. Poche, pochissime vetture in marcia, più che altro giganteschi camion. Enormi e bianchi frigoriferi che si scioglievano davanti ai miei occhi lasciandomi indietro a seguire una luminescente bava di lumaca. Tutti mi sorpassavano incondizionatamente. Io proseguivo rimanendo il più possibile accostato al margine destro della carreggiata. Sulla corsia lenta. Al centro scorrevano le vetture con un andamento leggermente più veloce, e dall'altra parte, nell'estrema sinistra del senso di marcia i mezzi velocissimi, inseguiti e inseguitori. Tutti in linea. Io dalla mia lenta corsia, come dall'ultimo pianeta (anche se non andavo in senso inverso, fortunatamente o purtroppo, e forse neanche questo è vero - non so se vi è mai capitato di osservare i raggi di una ruota mentre precipita in avanti nella sua corsa furiosa, sembra che vada indietro pur trasportando docilmente in avanti il carro a cui è congeniata, slittando però, quasi non ci volesse andare, come un selvaggio purosangue tirato a forza per il laccio al collo possente mentre punta gli zoccoli nel terreno in cui inevitabilmente va scivolando nell'irreversibilità - è ovvio che è un'illusione ottica, e mi dispiace per l'inutile digressione), riuscivo a malapena a distinguere il fulmine che sfrecciava dall'altra parte, per me quei mezzi dovevano essere tutti piccoli aerei, quasi non avessero tempo o spazio sufficiente per il decollo. Io, invece, avevo tutto il tempo di trarre le mie considerazioni. Sono per indole già abbastanza riflessiva, e trovarmi di contrasto in questa situazione mi eccita ancora di più il pensare. Io proseguo lentamente dalla mia parte. Vado per la mia strada. Chiunque non voglia accodarsi alla mia lenta corsa, può benissimo trasferirsi nella corsia di mezzo e superarmi. E questo è quello che capita più volentieri perché, o io vado troppo lento o sono gli altri che hanno troppa fretta. Di sicuro sapranno qualcosa che io non so. Ma se non ci penso non lo saprò mai. Così devo proseguire lentamente. Mantengo una velocità costante di 60/70 Km/h, e dunque non è un funerale il mio viaggio, potete starne tranquilli. Mi è capitato persino di incrociare lo sguardo obliquo di uno seduto nella sua macchina mentre mi stava sorpassando; questo signore in canottiera si volta e mi guarda in una maniera così curiosa che non sono riuscito a comprenderne il motivo e ancora adesso non lo capisco se ci penso. Come sapete le corsie sono tre, e che possiamo benissimo suddividere come le tre lancette di un orologio in ore, minuti, secondi. E questi secondi, velocissimi, possiamo considerarli benissimo come i giorni che scorrono implacabilmente, addirittura di qualcuno se ne può persino ignorare il percorso. Non visto. E per simbiosi contrastante, non so come dire, ma di certo qualcosa ci accomuna, anche della mia lentezza se ne potrebbe dubitare l'esistenza. Si potrebbero addirittura giudicare incoscienti questi pazzi che sfrecciano nella loro pista, di decollo avresti detto, ma io qui non voglio giudicare niente e nessuno, né moraleggiare un non detto, non è una favola questo racconto, un racconto di cui ancora così grezzo e impolverato, me ne rendo conto, non sono riuscito a conferirgli quella forma che avrei dovuto ed anzi esigeva addirittura di avere di per sé poco entusiasmante. Mi sono stupito nel considerare la velocità di quegli astri più vicini al sole, perché è naturale che arrivando prima al domani saranno i primi a vedere la luce del nuovo sole. Considero quegli astri dunque necessari, ed anzi se non fosse per la loro velocità, io e quelli come me decisamente lenti lentissimi a coprire le distanze, resteremmo troppo indietro perché poi si possa denunciare la mancanza di un ricordo. Ed anzi proseguiamo proprio in virtù del trascinamento, quasi per inerzia, o risucchiati dal vortice della corsia super veloce. Anche se non è del tutto vero, ma potrebbe sembrare. È come riempire una bottiglia facendo uso dell'imbuto. Noteremo che la massa d'acqua acquisterà maggiore velocità man mano che si avvicina al piccolo buco di travisamento, e al contrario, il giro sarà più lento nella parte superiore, anche perché nella circonferenza è ovvio che il giro da compiere è più ampio rispetto al centro.
Ma poi verso le 10:00 di stamattina si cominciò a rallentare. Per primi noi della corsia lenta, poi, via via tutti gli altri. Rimasi in macchina per un'ora dicendomi sempre, ora si riparte ora si riparte. Ma intanto il tempo passava, e non si ripartiva. Altre macchine giunsero ad unirsi alla nostra coda. Io insistevo a cercare una stazione radiofonica nella speranza di sapere almeno cosa era successo. Ma il seek-ricerca della radio faceva il suo giro sempre a vuoto. A vuoto. Instancabilmente. Avrebbe continuato così all'infinito se non gli avessi dato l'off decisivo come un colpo di martello picchiato sul banco di un tribunale.
Scesi dall'auto per unirmi al ronzio nervoso di altre persone. Si camminava avanti e indietro, tutti come parenti dietro la porta di una sala operatoria. E in più cominciava a fare un caldo inquietante. Aggiungi all'attesa, l'ansia, la speranza e sei fottuto per sempre. Ci mancava solo la pioggia. Ma non ricordo se venne. Succedono tante cose mentre si fa niente che poi puoi dubitare di quello che si è fatto. Meglio rimanere calmi. Informarsi dal più vicino, uno qualsiasi, cortesemente. Ma nessuno sapeva dirmi cosa. Anzi quando dissi che la radio non mi funzionava mi guardarono stranamente come se parlassi una lingua incomprensibile.
Davanti a noi un lungo interminabile verme di ferro, una carovana tutta corazzata, e dietro l'uguale, in perfetta simmetria, eravamo un unico corpo di ferro, un convoglio di cui non si riusciva a vederne né la testa né la coda, un lungo tratteggio sull'autostrada senza possibilità di sorpasso. Immobili. Se non fosse per il senso di marcia, più o meno in fila, non se ne sarebbe distinto il senso come in un caotico cimitero. Compresi che non ero il solo ad ignorare cosa fosse accaduto. Molti cominciavano a dare numeri. Addirittura delle liti. Scoraggianti. Dettati dalla disperazione o dall'ozio. Tanto per ammazzare il tempo o qualcuno di troppo. Ogni tanto passava un elicottero. Poi un altro. E un altro ancora. E fu allora che cominciai sul serio a preoccuparmi. La cosa si sarebbe prolungata, per un tempo indefinito.
Qualcuno si incamminò in avanti per informarsi, cercare di capire cosa fosse successo, quanto tempo da perdere ancora. Ma di quegli avventurieri non ricevemmo più notizia per diverse ore. E il sole stava quasi per andarsene dall'altra parte lasciandoci allo scuro di tutto come della sete. Anche di loro. Niente. La speranza ci aveva abbandonato in un luogo imprecisato del mondo e nessuno avrebbe conosciuto l'ora della propria morte. Montai in macchina. Abbassai il sedile e le palpebre e tentai di dormire. Non c'era nient'altro da fare. Parlare con gli altri mi era impossibile. Questo l'ho capito. E poi, se la cosa si fosse risolta, l'assordante sinfonia dei clacson accompagnati dai lirici "Muoviti idiota" mi avrebbe riportato al mondo dei vivi. Spero in tempo. E fu così che accadde.
Verso le tre di notte uno scoppio dopo l'altro. Erano i motori delle macchine richiamati o invocati alla realtà. Mi svegliai e anch'io feci la mia parte di medium. E come se niente fosse successo ci rimettemmo in viaggio. Dopo pochi chilometri le cose tornarono al consueto uso. Certo un po' strano per l'orario notturno, secondi, secoli, minuti proseguivano come tutte quelle vetture sull'autostrada nel loro ordine consueto fino a dileguarsi nei diversi svincoli del mondo. Si torna a casa. A un tratto mi accorsi di essere rimasto il solo automobilista in corsa. E questo fatto mi creò un'apprensione insopportabile. Sembrava non avere fine la strada come un dolore che stordisce i sensi e la ragione. E ti rende impotente a qualsiasi conforto. Perché non c'è conforto. Non c'è nessuno. Poi notai che le luci davanti, sul mio orizzonte, ma ancora molto lontano da distinguere, non cambiavano. Era come se fossero fisse in un punto, piantate come un faro, come se quella fosse la meta che tutti cercano e non raggiungono per la troppa confusione. Ma io ero solo, forse ce l'avrei fatta prima del nuovo giorno. Ero sempre più vicino. Sentivo che stavo per avvicinarmi, sempre più vicino. Presto avrei saputo.
Man mano che proseguivo nella mia corsa d'ostinata formichina, quasi una parola magra e senza più mollica di pane duro sulle spalle, le luci si ingrandivano venendomi incontro a braccia tese. Se prima le luci mi parvero fisse adesso se ne poteva distinguere un brillio. Di certo erano lampeggianti. Luci di indicazione. Come le stelle. Pensai che fosse una cosa naturale. Semplice. La verità non è abbagliante, non è la fine. Presto avrei scoperto la causa di tutto. Tutto. L'imponderabile inquietudine dei secoli. La fascinazione. La resa.
Ma quando giunsi in prossimità del vertice del sapere ormai non c'era più nulla da fare. Tornare indietro come spesso accade era impossibile. Mi accorsi che dei piccoli occhi luminosi mi stavano raggiungendo, ed altri ancora dietro questi, come infiniti roditori, presto mi avrebbero invaso le orecchie, inavvertiti anche loro dell'attesa che ci sarebbe toccata da fare chissà per quanto tempo ancora, e senza aver nulla da dire: l'autostrada era finita. Un cartello diceva: word in progress.

Marco Soriano