L'OMBRELLO FATATO

 

ometto infilò il suo impermeabile blu e uscì di corsa. Era in ritardo, come al solito. Chissà il suo capo quanto avrebbe brontolato vedendolo arrivare trafelatissimo e «senza un minimo di decoro» come gli sbraitava contro ogni mattina.
Ma quel giorno l’avrebbe fatto ricredere.
Si affrettò urtando la gente che gli sfrecciava accanto, indaffarata e indifferente. Sbuffò e arrancò fino alla fermata dell’autobus. C’è sciopero, c’è sciopero, lo avvisarono senza pietà. Si incamminò nuovamente, ancora più nervoso. E, per chiudere in bellezza, cominciò a piovere. E lui era senza ombrello. Che giornata, pensò, doveva essere venerdì 17.
Fortunatamente, prima che avesse il tempo di scoraggiarsi, incontrò una vecchina carica di ombrelli che vendeva a buon prezzo. Ne acquistò subito uno e riprese la strada sollevato. A un tratto, però, si sentì veramente sollevato e non più soltanto in senso figurato. Le scarpe si staccarono dal suolo e si ritrovò in alto, sempre più in alto tanto che le nuvole gli sfioravano il viso e gli facevano il solletico.
Che succede, si chiese stringendo il manico con forza. Diede un’occhiata in basso. Erano tutti piccoli laggiù in fondo. E anche buffi, così veloci, sembravano formiche impazzite.
Lui, invece, stava bene, era quasi felice. Ma sì, si diceva, al diavolo il lavoro. Era magico lassù, il cielo era terso e gli uccellini svolazzavano cinguettando. Gli uccellini a quell’altezza? Stava scendendo, ecco spiegato il mistero. Ma dov’era arrivato? C’era un paese sotto di lui, tanto verde e qualche casetta bianca e rossa come i funghi dei disegni dei bambini.
Delizioso, pensò, e si rilassò.
Atterrò in un mare di grano. Si guardò intorno. Non c’era anima viva. Però che bello quel silenzio, quella quiete, che sensazioni dimenticate! Si avviò lentamente con il suo compagno di viaggio in mano, respirando a pieni polmoni. Quell’arietta fresca gli stimolò l’appetito. Non aveva fatto colazione la mattina e ora desiderava un caldo cappuccino e una fragrante brioche.
Raggiunse le casette colorate e bussò alla porta di una di esse che aveva un invitante comignolo fumante. Gli aprì una graziosa fanciulla che lo fece entrare senza porgli nessuna domanda. Lo rifocillò accudendolo con premura affettuosa. Fu lui che, terminato di mangiare, ormai sazio e soddisfatto, la pregò di dargli dei chiarimenti.
La ragazza gli raccontò un’antica leggenda che si può riassumere così: il saggio stregone del popolo a cui lei apparteneva aveva predetto che un uomo sarebbe comparso e, grazie a un ombrello fatato, avrebbe salvato il loro mondo che era parallelo a quello conosciuto. A quella notizia i suoi compaesani erano fuggiti in preda al panico, solo la fanciulla era rimasta, fiduciosa nella profezia.
Qual era il suo compito? chiese incuriosito l’ometto.
Glielo spiegò: convincere la luna a non abbandonare quell’angolo di paradiso. Sì, perché una sera aveva dichiarato che era stanca, che voleva smettere di lavorare per recuperare il sonno perduto e godersi il suo amato sole. Purtroppo mancavano pochi giorni all’ultima definitiva eclissi. E adesso toccava a lui risolvere il problema, era suo dovere.
Dovere, che dovere? Protestò l’uomo, ma siete matti? Lui che c’entrava, lui che aveva paura di tutto, perché lo volevano obbligare a fare l’eroe? E poi, tentò di replicare, la luna non è necessaria come il sole, di notte si dorme e basta, a che serve tanta luce?
Lei, allora, gli elencò le persone che la amano e hanno bisogno di quella presenza rassicurante: i pescatori, gli innamorati, i metronotte, gli insonni...
Gli concesse qualche giorno per rifletterci su.
Ne trascorsero due in cui divennero amici e si legarono molto. L’ometto non rimpiangeva la sua vecchia vita, anzi stava pensando seriamente di rimanere con la ragazza, verso la quale provava un sentimento profondo. Tuttavia, in questo caso, avrebbe dovuto agire, la data fatidica si avvicinava, era giunto il momento di rompere gli indugi. Insomma, era quasi persuaso, però adesso era lei a essere titubante. Certo, voleva che ogni cosa si risolvesse bene e presto, ma era preoccupata, temeva l’ira del sole che avrebbe sicuramente difeso la sua compagna. Avrebbe potuto bruciare lui e il suo ombrello...
Quando l’ometto le comunicò che aveva deciso di affrontare il pericolo, la fanciulla ebbe un’idea per proteggere colui che sentiva d’amare.
Lui si coricò un pomeriggio dicendole che il riposo gli avrebbe consentito di presentarsi in perfetta forma all’appuntamento con la luna. Appena cadde addormentato, lei gli sottrasse il suo mezzo di trasporto e scivolò fuori casa. Avrebbe provato a richiamare ai suoi impegni l’altezzoso astro.
Aspettò la notte; dischiuse l’ombrello e si lasciò trasportare al cospetto della luna. Il sole, però, aveva l’abitudine di contemplare il volto della sua bella prima di assopirsi e quindi si accorse delle sue manovre e le si avventò contro. Il cielo si rischiarò.
L’ometto, nel frattempo, si era svegliato e cercava sia la  ragazza che l’ombrello. E ovviamente non trovò nessuno dei due. Notò la luce che filtrava attraverso le persiane e le spalancò. Guardò l’orologio, segnava le 11, non poteva essere già mattina, era perplesso. Uscì in giardino e una terribile scena lo paralizzò.
La sua amata era lassù, prossima al fuoco, aggrappata disperatamente al suo ombrello. Allora comprese; urlò e pianse tutte le sue lacrime. Senza quell’ombrello non poteva aiutarla in alcuna maniera. Era impotente, costretto a stare lì a ripetersi che si era sacrificata al posto suo. Ma il sole lo scorse e si arrestò. Vide il suo dolore e si commosse. Anche lui era innamorato e sapeva cosa significhi soffrire per la persona cara. Non l’aveva fatto penare la luna prima di concederglisi?
Delicatamente soffiò.
La fanciulla fu investita da un anelito caldo che la depose a terra dove il suo grande amore l’accolse tra le braccia e le dedicò un tenero e rasserenato sorriso.
Subito dopo, però, l’uomo afferrò l’ombrello e andò a parlare con il sole. E in due supplicarono la luna di non cessare di brillare, infatti il sole aveva finalmente capito il dramma della gente.
E sia, concesse l’astro, magnanimamente.
L’ometto li salutò, li ringraziò e ridiscese.
Riabbracciò la sua ragazza e insieme ammirarono il meraviglioso spettacolo degli esseri superiori che si coccolavano sopra di loro. E si promisero davanti a cotanto amore che non si sarebbero separati mai più.

Franca Marsala