Solo i sogni sono Paradiso

Aprii gli occhi ed una cascata d’azzurro mi colpì nel profondo.
Un’ondata di colore entrò in me con una tale violenza che fui costretta a richiudere i miei occhi violentati da una così potente luce.
Ero nuovamente nelle tenebre. Sentivo freddo e la paura mi trafisse lo stomaco. Cominciai a controllare il mio corpo.
Ero distesa sulla schiena. Le gambe erano posizionate verso il lungo e le braccia stavano appoggiate sul mio petto quasi fossi riposta in una bara.
Di certo non sarei mai riuscita ad addormentarmi in quella posizione.
Cercai di rialzarmi ma il mio corpo sembrava non voler obbedire. Restai in ascolto per un attimo. Tutto era calmo e il silenzio veniva turbato solo da un canto melodioso d’uccelli che di certo non avevo mai udito e non riconoscevo. Nell’aria regnava un odore fortissimo d’erba appena tagliata.
La paura, miscelata alla curiosità m’incitarono a scoprire dove mi trovavo, decisi quindi di aprire gli occhi. Con un grande sforzo aprii le palpebre e cercai d’abituarmi alla forte luce.
Mentre lasciavo che la luce violasse ancora la mia anima.
Allargai le braccia verso l’esterno e mi accorsi che non ero rinchiusa in una bara ma stavo appoggiata su un morbido tappeto.
Mi misi seduta aspettando che i miei occhi riuscissero a vedere.

Le immagini, piano piano divennero nitide e il bianco del nulla divenne lentamente verde di prateria.
Non riconoscevo quel luogo.
Intorno a me si stagliava un enorme prato ritmato da colline ondeggianti e melodiose come il mare.
Un mare verde, ecco dove mi trovavo!
Riuscii ad alzarmi in piedi e feci un giro su me stessa constatando che quel paradiso proseguiva infinito ovunque io guardassi.
Quel luogo meraviglioso mi spinse a tuffarmi in lui e così cominciai a correre in quel prato, un grandissimo prato verdissimo pieni di fiori colorati. C’erano fiori gialli, bianchi, rosa, blu e rossi, tutti sparsi in mille macchie di colori che si combinavano e formavano arcobaleni e sfumature fantastiche. Correvo e correvo, e stranamente non mi stancavo mai, mi sentivo bene, una brezza leggera m’accompagnava, facendo volare intorno a me i petali dei fiori che accarezzavano dolcemente il mio corpo.
Salendo di corsa una piccola collinetta mi fermai di colpo ammaliata da uno splendido panorama. Dinnanzi a me si stagliava un’enorme vallata con pascoli verdi dove pascolavano greggi di pecore bianche.

 

Ad un certo istante, il pascolo si divise in due. Le pecore spaventate corsero a desta e a sinistra, e nel mezzo si formò un vuoto. Guardai con attenzione e vidi che una pecora correva verso di me, superando tutte le altre. Si avvicinava sempre più velocemente. Non avevo paura.
Più si avvicinava e più capivo che non si trattava di una pecora.
I suoi zoccoli diventarono lunghe e maestose zampe, il suo pelo divenne morbido e folto, il muso si allungò e le orecchie caddero ai lati con dolcezza. Una gran lingua rosa penzolava delicatamente dal muso aperto. Era vicino, mancavano ormai pochi metri da me e si fermò, mi guardò, si sedette. Riconobbi il suo muso bianco, i suoi occhi scuri, le sue zampe eleganti e quella nube di tenerezza che non l'aveva mai lasciato. Gridai il suo nome, e mi lanciai verso di lui. Riuscii ad abbracciarlo, a toccarlo ancora una volta.

 

Mi sveglio.
Tra le mie braccia, ora, c'è solo il cuscino bagnato di pianto.

Maria Chiara Bernasconi