Il faro

Sono quasi quarant'anni che faccio questo mestiere, senza dubbio è un lavoro molto particolare che non tutti sarebbero disposti a fare. Alcuni lo considerano una noia mortale, altri invece ritengono che sia terribilmente deprimente poiché, per gran parte del tempo, si è da soli. La solitudine è un avversario difficile da sconfiggere ma con il tempo si impara a fronteggiarla. Si dice che non tutti i male vengono per nuocere... e solo adesso mi rendo conto di quanto questo proverbio sia veritiero. Infatti, la mia temporanea salvezza è dovuta soprattutto all'isolamento forzato imposto dalla mia particolare situazione.
Ma veniamo al dunque: qual è il mio lavoro? Sono un guardiano, il guardiano del faro! A mesi alterni me ne sto su questo sperone di roccia a tenere sotto controllo la situazione e quando serve faccio qualche lavoretto di manutenzione. Ogni trenta giorni il mio collega arriva con il piccolo motoscafo della ditta per darmi il cambio, passato un mese sarò poi io a sostituirlo.
Il faro è collocato sulla superficie di un grosso scoglio, l'unica strada presente sull'isola è il piccolo sentiero che conduce all'attracco per le barche. A parte qualche ciuffo d'erba e alcuni arbusti spinosi, non esiste vegetazione.
Malgrado sia tagliato fuori dal mondo, cinque miglia di mare mi separano dal continente, ho imparato ad amare questo lavoro. L'unica cosa che mi preoccupa è ciò che sta accadendo sulla terraferma, le informazioni sono confuse e la situazione non è ben chiara, l'unica cosa certa è l'assenza del mio collega, non si è fatto ancora vivo nonostante il mio turno sia terminato dieci giorni fa.

La televisione e la radio hanno smesso di funzionare da quattro giorni, il segnale sembra sparito, emettono solo fruscii. Spesso durante i temporali può capitare che gli apparecchi elettronici non ricevano perfettamente, ma adesso la situazione è veramente drammatica: non c'è modo di sapere cosa succede là fuori. Anche se lo volessi, non riuscirei nemmeno a tornare a casa poiché sull'isola non ci sono barche.
I notiziari, prima che perdessi ogni contatto con il mondo, parlavano di una strana epidemia che rapidamente si è propagata tra la gente. Persone comuni si sono trasformate in feroci assassini, qualcuno ha parlato addirittura di cannibalismo. Tutto potrebbe essere causato da una sorta di follia collettiva se non fosse per le ultime sconvolgenti immagini che hanno trasmesso in televisione.
Nel filmato si vedevano alcuni poliziotti in tenuta antisommossa, dietro di loro c'era un giornalista dallo sguardo spiritato che affermava di aver visto con i propri occhi dei morti aggredire alcune persone. Parlava di uomini e donne, con corpi massacrati dai proiettili, continuare a muoversi come se nulla fosse. Alle sue spalle si sentono improvvisamente delle grida, il giornalista si gira, i poliziotti sparano, le immagini confuse delle telecamera mostrano una folla inferocita che corre verso di loro. In pochi secondi i poliziotti, il giornalista e l'operatore vengono travolti, il filmato termina con un'enigmatica inquadratura verso il cielo.
Da allora non ho più avuto notizie, probabilmente sul continente dilaga il caos, non so che pensare, l'unica alternativa possibile è vivere su questa isola, quando finirà la scorta di cibo dovrò arrangiarmi in qualche modo sperando che quei pazzi non vengano a farmi visita.

 

All'orizzonte si intravede una piccola imbarcazione, si sta chiaramente dirigendo da questa parte, dubito che siano dei soccorsi o qualche fuggitivo, a nessuno verrebbe in mente di rifugiarsi qui.

 

Sono trascorse due ore e non ho mai perso di vista la barca. Non sono i soccorsi e neppure altri civili, con il binocolo ho visto fin troppo. Lo strano equipaggio è costituito da una quindicina di individui, pallidi come morti e sudici di sangue. Gridano e si agitano come invasati, hanno chiaramente intenzioni ostili. Tra venti minuti al massimo raggiungeranno l'isola, purtroppo non possiedo armi... mi rifugerò dentro il faro, quando la fame diventerà insostenibile dovrò scegliere il modo meno doloroso per morire. Probabilmente mi getterò dal faro, è abbastanza alto per rompermi l'osso del collo.

Alessandro Balestra