GLI ESTRANEI
Alla luce della lampada a forma di nano accovacciato stava annotando ogni pensiero e sensazione allorché la corrente saltò; fu solo un attimo e tutto tornò come prima. Maira non ci fece caso e continuò a scrivere, velocemente, dato che aveva deciso anche di studiare un po. Dopo aver terminato, ripose il diario nel secondo cassetto della scrivania e si mise a leggere, svogliatamente. Accese un bastoncino dincenso, alla menta, sfogliando con stanchezza le pagine del libro di scuola.
Alla fine Maira si addormentò placidamente sul suo piccolo letto; lodore di incenso, ormai dissolto ma ancora percepibile nella stanza, laveva cullata fino allarrivo del sonno e, abbandonando i libri su cui stava studiando, era scivolata tra le soffici e calde coperte rosa chiaro.
- II -
Tenne la luce accesa per parecchi minuti, forse dieci, e agitò un poco la mano; era tutto a posto. Poi si toccò il petto e per un attimo ricordò la sensazione provata poco prima, limpressione chiara di due pugni, o qualcosa di simile, premuti allaltezza del cuore. Gli erano parsi piccoli e gelidi.
Rimase ferma, coricata su un lato, le ginocchia strette al petto, per un po e poi si distese. Piano, adagio, aveva paura che da un momento allaltro potesse stare nuovamente male. Non successe niente. Sospirò e si riaddormentò, sentendosi ridicola nel lasciare la luce accesa.
- III -
Il silenzio imperava sia nella camera che allesterno e il tepore delle coperte aveva ricondotto Maira nel mondo dei sogni. La pace era tuttavia solo passeggera; ben presto, infatti, venne ridestata da fruscii incessanti che a lei parevano localizzati ai piedi del letto. Cercò di non pensarci, doveva non pensarci, anche perchè sentì nuovamente crescere in lei il timore e lansia. La stanza non era del tutto buia, i lampioni fuori rimandavano una luminosità debole che riusciva però a rischiarare in parte gli oggetti posti immediatamente nelle vicinanze della finestra. Maira riprese a fissare loscurità davanti a lei; non vedeva niente. Allungò la mano per cercare linterruttore della lampada e quando lo trovò pigiò il tasto. La luce non si accese. Il panico linvestì dimprovviso quando il braccio e la mano presero a formicolare, intensamente. Come per uno strano copione udì nuovamente bussare alla finestra ed il torpore parve aumentare fino a provocarle la paralisi del braccio sinistro. Con uno sforzo scrutò la finestra, oltre le tende, e osservò due sagome scure, innaturali, illuminate a stento dai lampioni; avevano lunghe e sottili braccia forse terminanti con quattro dita e unaltrettanto esile corpo su cui spiccava una testa ovoidale, grandissima e sproporzionata rispetto al resto. Il rumore ai piedi del letto cessò e nel contempo le tende caddero inspiegabilmente dai loro ganci con un tonfo morbido. Maira fu presa dalla meraviglia, che giunse come un insperato sollievo: alla finestra non cera nessuno. Un sogno? Aveva sognato ogni cosa?
Un lampione cominciò a sfarfallare irregolarmente.
Lagonia del lampione ebbe fine ed esso si spense lasciando completamente al buio la stanza di Maira. La ragazza si strinse tra le coperte, impaurita allestremo. Voleva piangere e urlare, ma nulla le usciva dalla gola. Lacrime calde scivolarono sul suo viso affannato e arrossato, il cuore le batteva fortissimo e faceva guizzare i suoi occhi verdi in ogni direzione cercando di afferrare ogni minino movimento o cambiamento sospetto. Con un sussulto il lampione riprese a vivere e la stanza fu ancora invasa dalla debole luminescenza azzurrina. Maira riprese il controllo delle sue inquiete membra, scese dal letto e si avvicinò alla finestra, dimenticandosi completamente del formicolio al braccio. Avanzò a piccoli passi verso la finestra, tremante. Giunta nei pressi si chinò a raccogliere la tenda caduta e si accorse che il brulichio del braccio era cessato. Sorpresa, ma sempre attenta, vide che oltre la finestra e sulla strada sottostante non cera nessuno. Gli alberi si agitavano piano sotto lalito della brezza notturna e ogni cosa appariva immobile, perfettamente normale. Meccanicamente rimise la tenda al suo posto senza staccare gli occhi dalla finestra, e tornò a letto. Non si coricò subito, rimase pensierosa e analizzò tutti i particolari di ciò che era accaduto, giungendo alla conclusione, che le lasciava comunque dubbi e paure, di essere stata preda di un incubo incredibilmente reale. Si guardò il braccio: con tutta probabilità aveva dormito male, pressandolo o piegandolo in maniera, per così dire, innaturale. Sì, sì. E andata così, sono solo molto stanca per la giornata di oggi, spiegò a se stessa, probabilmente domani non ricorderò niente e riderò di ogni mio timore! Rincuorata si distese e si riaddormentò.
- IV -
Si sentì capovolgere come se fosse stata una tavola di legno, ed il ronzio, che prima era quasi del tutto scomparso, ridivenne gradualmente intenso ma meno penetrante. Lambiente intorno divenne caldo. Maira cercò di urlare o almeno di muoversi, ma non ci riuscì, continuava a percepire nel buio le due presenze che si muovevano vicino a lei affaccendati in chissà quali operazioni.
Ma un rumore insperato, familiare, ruppe il ronzio; era un soffio,
tipico dei gatti impauriti. Una sola figura apparve nella mente di Maira, quella del suo
piccolo micino, e sorprendentemente riuscì ad urlare: |
|||||||||||||