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ALTROVE

 

furono rivoli di malinconia assoluta, inconsolabile.
Il cuore contratto in smorfie di inconcepibile dolore, lacero tra le fauci di un vago e feroce ricordo, quasi smise di battere. Coi muscoli scossi e sfaldati, presi la testa tra le mani e piansi, come mai prima; piansi rabbia, e frustrazione, e solitudine e tristezza, fui vuoto e continuai; piansi il vuoto di un sogno soffocante e incerto, strappato alle carni e ormai distante.
Nell'arco di molte notti avevo visitato le colline auree di Skar, e mai sazio di esse vi ero più volte tornato; in sogno, nella regione oltre i desideri sopiti e i sogni degli amanti.
Sui prati di verde tenero, cui la brezza lenta bacia e carezza l'erba che raggiante si offre ad essa.
Esiste una città oltre le colline di Skar, e le sue porte si schiudono a pochi; Bahamut è splendore, e splendente si mostra agli uomini. Cupole e guglie sono d'oro e diamanti antichi, reggono il cielo e si fondono in esso, nell'abbraccio di un'eternità perfetta. E rimanevo lì, oltre il tempo.
Al risveglio, nella misera stanza in cui alloggiavo la sola compagnia era la luna in una finestra; pulsante e crudele mi scrutava l'anima e leggeva in essa la mia disperazione, prendendo a brillare più intensa; come apostolo di un male senza nome essa cantava con voce stridula la sua messa crudele, orrenda vescica, mi osservava e mi opprimeva di luce malata.
La odiavo con tutto me stesso, come l'agnello il falco che gli neghi il domani, ma spesso, nel richiamo di un nuovo sonno, ritrovavo l'oblio della mia tana.
E tornavo nella prateria a guardare Bahamut dalla mia collina, coi desideri tesi a perdermi per valli profonde e praterie, dove le anime di coloro che sognarono il mondo, informi e mutevoli, vagano sottraendosi agli sguardi; nei venti leggeri che soffiano a nord e, sottili come labbra socchiuse, sussurrano qualcosa di più grande della semplice umanità.
Da piccolo amavo le farfalle, vedevo in esse ciò che comunemente si definisce bellezza, ma c'era di più; nei voli molli e silenziosi avvertivo un senso, messaggeri di menti superiori esse toccavano il mondo, gonfie di giustizia e perfezione, convertendo il brutto e mostrando ad esso il volto di Dio; amavo perdermi nei loro balletti, di geometrie perfette e sovrumane, capaci di spiegare, ai pochi che avessero inteso, il tempo e lo spazio, aperti come libri che, incombenti sul reale, ne straziavano l'essenza; niente come prima, tutto perdeva consistenza, sbiadendo nel miraggio di una candida immanenza.
Il ritorno alla vita era spesso traumatico, come chi, dopo aver toccato il sole, veda la cera delle proprie ali estinguere la speranza di nuovi voli; ero tormentato e fui tormentato per anni, tanto da costringere i miei genitori ad aiutarmi.
Come un fiore dallo stelo più corto, mi stagliavo nella socialità di un'interiore miseria, stretto nella morsa di una solitudine obbligata e necessaria; mi sentivo diverso, ero diverso; e dalle occhiate diagonali della gente traevo l'essenza della mia esistenza. Non potevano capire, nessuno poteva capire, guardavo un mondo ovattato e convinto della sua giustezza, ma sempre più graffiato dalla decadenza; come rose smorte nel giardino del mondo, maledetti da un pallore malinconico e crudele, si sarebbero disfatti; tutti; cenere alla terra e polvere al vento.
Io invece avevo visto. E vedevo.
Mai come quella notte ero stato così vicino a Bahamut, ai portali d'argento benedetti di decorazioni in lingue primordiali, ornati di zaffiri e smeraldi; enormi come solo pensieri non umani sanno essere, essi furono forgiati nell'arco di eoni dagli abitanti della sotterranea Ninferatum, che adorano divinità primordiali e di notte danzano alla luna. La Ninferatum delle miniere, che scorre sotto le colline di Skar percorrendo interamente Bahamut fino al Baratro delle Anime Morte, a Sud della regione.
Mai come quella notte ero stato così vicino a Bahamut eppure ancora qualcosa mi impediva di entrare, come un peso o un legame; qualcosa ancora mi impediva di appartenere a quel mondo che tanto desideravo, e d'un tratto capì...
Le carni si disfano corrompendo miraggi di perfezione; e il sangue dei polsi scorre caldo su Bahamut, ora le porte sono aperte; l'oscurità dissolve i pensieri in bagliori guizzanti, dissolve se stessa nelle notti che scoscese danno al mattino.
Come mano di Dio sulla realtà, coscienza di chi non dorme l'illusione terrena essa è messaggera dell'eterno, musica soave e armonica e perfetta.
Vaghiamo in essa, e non ne cogliamo la sostanza. Visioni distorte, attraverso lo specchio cromato di un'esistenza altrove.

Nikola Todorov