Venus in furs

Racconto per il concorso "300 Parole Per Un Incubo", 2004 - edizione 3

La signora in abiti attillati e tacchi alti ancheggiava a grandi passi verso la stazione, convinta di avere tutti gli sguardi maschili incollati su di sé. Lo spacco smisurato della gonna lasciava intravedere a intermittenza una coscia tozza e velatissima.
La pelle degli stivali neri luccicava, illuminata dalle luci elettriche della sera.
Filava via verso il suo amante. Falcata energica, il rumore secco del cuoio sull'asfalto. Poteva avvertire le tette sfatte compresse nel wonderbra rimbalzarle sotto il maglioncino scollato.
Sulle spalle portava un vecchio collo di volpe malandato, obbligando la testa e le zampette rinsecchite della povera bestiola, a sobbalzare insieme a lei, insieme alle sue tette gelatinose, insieme alle sue natiche cadenti e ai suoi capelli neroprugna colorati di fresco.

Scese le scale.
Il sottopassaggio era deserto, lunghissimo. I muri grigi e sporchi trasudavano umidità e rimbombavano dello schiocco ritmico dei suoi tacchi. I neon bianchi si riflettevano minuscoli negli occhi vitrei dell'animale. Uno dopo l'altro.
La voce stridula dell'altoparlante le perforò il cervello. Stava perdendo il treno! Il suo treno, quello che l'avrebbe portata da lui.
Corse a perdifiato. Corse, noncurante delle scarpe scomode, delle gambe al vento, del cappotto lungo. Ancora pochi metri, pochi passi, poteva farcela.
Fu improvviso il modo in cui perse l'equilibrio. E altrettanto repentino fu l'urto sullo spigolo dello scalino che le spaccò i denti e la mandibola.
I primi soccorritori la trovarono riversa con il viso nascosto. Qualcuno le aveva asportato lo scalpo, parte della pelle della schiena, delle braccia e del petto, come se avesse voluto farci una piccola felpa per una bambola, con tanto di cappuccio rivestito di pelo, per giunta.
E dappertutto tante minuscole impronte di sangue, come se qualche bestia, una volpe per esempio, si fosse divertita a danzarle attorno in circolo.

Samanta Laghi