C'ERA UNA VOLTA CAPPUCCETTO ROSSO
utilitaria
sbandava imbizzarrita nonostante la bassa velocità: Lisa capì che non sarebbe rimasta
ancora per molto all'interno dell'ormai irriconoscibile sede stradale.
Nel pomeriggio un'improvvisa tempesta di nevischio ghiacciato aveva bloccato la
circolazione sui percorsi principali. Lasciato l'ufficio, la giovane si era ritrovata
ferma nel traffico presso l'imbocco di una stradina secondaria che ricordava d'aver già
percorso in passato. Da quelle parti abitava la sua nonna materna, probabilmente. Non era
mai stata brava con le strade e la casa della nonna era veramente imboscata: una sequenza
di svolte impreviste le aveva fatto perdere l'orientamento già approssimativo.
Di sorpresa, dopo due imbarcate, l'auto venne scossa da un sobbalzo terribile e terminò
la sua corsa con un tonfo ovattato dentro un alto cumulo di neve fresca.
Il silenzio che calò nel bosco fu assordante.
No, no, no, stupida, stupida, stupida.
Lisa si insultò mentalmente, la fronte ammaccata appoggiata al volante. Allungò la
mano alla borsetta e afferrò il telefono cellulare, quasi consapevole dell'esattezza
della premonizione che l'aveva colta: fissò per qualche istante la luce verde del
display, muta ed inservibile.
Sollevò gli occhi alla tempesta di neve che tuttora la avvolgeva: l'assalì, inaspettato,
un ricordo, una sensazione che non seppe inizialmente interpretare.
Sola, persa nel bosco.
Papà le raccontava una favola, quando lei era bambina ed erano soliti restare
accovacciati accanto al caminetto. Veniva tanto trasportata dal racconto che a volte le
pareva di vedere i lineamenti di suo padre assumere addirittura aspetti bestiali e feroci,
solo per un attimo, nel tremolante alternarsi di ombre e fiamme sul suo viso, quando lui
le ripeteva sottovoce la frase pronunciata da un lupo davvero cattivo.
Vuoi fermarti un momento a parlare con me? Non sono così malvagio come sembro!
In quel terribile, dolcissimo istante, si stringeva a lui e nulla al mondo avrebbe
potuto raggiungerla e farle del male.
Si chiuse ora di rimando nel soprabito rosso, inaspettato regalo natalizio di sua madre, e
spinse lo sportello dell'auto, affondando i raffinati stivali nella neve.
Dopo pochi incerti passi scorse la luce esterna di un'abitazione, in fondo ad una radura
che si apriva al di là di un folto ordine di alberi. Lisa faceva fatica a zittire la voce
che, instancabile, le ripeteva rimproveri dentro la testa.
Dovevi rimanere sulla strada principale, non avresti dovuto addentrarti nel bosco! A
quest'ora saresti già arrivata a casa!
Voce che aveva l'inconfondibile inflessione di suo padre.
Non riuscì perciò a lasciarsi alle spalle, insieme alle profonde morbide impronte, la
strana sensazione di inquietudine che l'aveva pervasa. Dopotutto, non doveva trovarsi
molto lontana dalla casa di sua nonna. Anzi. I padroni di quello chalet potevano
addirittura conoscerne l'ubicazione.
I fiocchi di neve andavano velocemente diradandosi, tanto che la ragazza, giunta alla
recinzione della proprietà, poté abbassare il cappuccio sulle spalle e restare ad
ascoltare il silenzio che inzuppava il bosco. Nel biancore levigato ed infinito della
neve, Lisa sostava come una macchia di sangue su un lenzuolo.
La voce insisteva.
Non fermarti nel bosco, è pericoloso!
Ugualmente si avvicinò al cancello, poggiò l'indice sul pulsante del citofono e
premette, piano, forse timorosa di prendere una fatale scossa. Passarono dieci secondi.
Venti. Non una luce apparve ad illuminare l'interno della casa.
Silenzio d'abisso.
Stava quasi per allontanarsi alla ricerca di un altro luogo abitato quando, d'un tratto,
risuonò un: "Chi è?", strozzato e metallico, tanto simile ad un boato che a
Lisa scappò un grido acuto. Si stava facendo suggestionare. Cercò suo malgrado di
parlare in modo rassicurante, non voleva apparire vulnerabile, ma nemmeno aggressiva,
perciò disse d'un fiato:
"Buonasera, mi scusi, sono uscita di strada con la mia auto, proprio qui vicino, ho
visto la luce accesa e mi sono avvicinata, potrebbe cortesemente indicarmi un posto dal
quale fare una telefonata per avvertire casa?".
Niente. Per qualche istante. Poi, brusco, esplose lo scatto di apertura del cancello.
Lisa strofinò e batté i piedi sulla stuoia, con lo sguardo fisso alla porta, che si
aprì un poco lasciando intravedere il padrone di quella casa, il viso del quale restò in
penombra: occhi piccoli e luminosi, folti baffi neri e sopracciglia cispose, nere come la
notte.
"Salve". Lisa non riuscì a nascondere dietro il timido sorriso la propria
diffidenza. Per tutta risposta ricevette un grugnito.
"Le stavo dicendo che...". L'uomo la interruppe, a bassa voce: "Può
telefonare da qui". E, detto questo, l'energumeno le offrì spazio a sufficienza per
entrare.
L'interno dell'abitazione era caldo e secco come un forno, la neve che si era accumulata
sul soprabito della ragazza cominciò a sciogliersi in piccole pozze sul pavimento di
linoleum. Il padrone di casa le indicò con un cenno l'apparecchio telefonico, posato lì
vicino sulla mensola dell'ingresso.
"La ringrazio molto, mi dispiace disturbarla". Cercò di reggere lo sguardo
dell'uomo mantenendo un sorriso credibile.
"Prego". Lisa interpretò la risposta come un invito a sbrigarsi. L'individuo la
lasciò al telefono ed entrò in una delle stanze che si affacciavano sullo stretto
corridoio. E Lisa vide, dietro di lui.
Appesi ai muri di quello che doveva essere il soggiorno semibuio della casa, decine di
animali impagliati sembrarono girare i neri occhi di vetro verso di lei, intenti a
fissarla: scoiattoli, faine, anatre, la testa di un cinghiale, quella di un cervo, e poi
ghiri, due volpi, un candido ermellino e uno fulvo, e poi le sembrò che il mondo si fosse
messo a ballare sotto i suoi piedi perciò si avvicinò al telefono e sollevò in fretta
la cornetta.
Ma l'apparecchio non emise alcun suono.
Provò a girare la ghiera dei numeri. Niente. Cominciò a sudare, sotto il pastrano rosso.
Fece per girarsi a chiamare l'uomo, ma il cacciatore era già lì, fermo dietro di lei, molto
vicino a lei. Gridò ancora, Lisa, e scattò istintivamente all'indietro, scivolando sul
pavimento bagnato e colpendo il muro perlinato con una tremenda spallata che sembrò far
tremare tutta la casa.
"La... Non c'è la linea..." cercò di dire la ragazza, con la voce rotta al
colmo dell'imbarazzo.
"Mmh.", mugugnò l'altro, "La neve, il vento, è già successo. Devo uscire
a controllare". L'uomo prese un giubbotto dall'appendiabiti e infilò la porta. Lisa,
nonostante tutto, non si poté trattenere:
"Potrei usare il bagno, intanto?"
"E' là in fondo", le rispose lui. Poi uscì, lasciandola in compagnia del
respiro corto e di un'espressione inebetita.
Non devi fermarti a parlare con nessuno, nel bosco!
Non riusciva a cacciare dalla mente la voce di suo padre.
Riagganciò il telefono, non prima di avere ascoltato se la linea fosse già tornata.
Muto. Chissà cosa stava combinando quel cacciatore là fuori! Si affrettò nella stanza
da bagno, si chiuse alle spalle la porta di legno smaltata e si concesse un sospiro, la
testa china. Quando riaprì gli occhi, notò subito che la finestra di fronte a lei, priva
di tende, non la riparava da inopportuni sguardi esterni. Le sorse immediato un fastidioso
sospetto e si avvicinò ai vetri. Ma non era preparata a ciò che vide al di là di essi.
La tempesta si stava allontanando e nel cielo nero si era aperto un varco, tra le nuvole
spazzate via dal vento gelido. Adesso ricambiava il suo sguardo l'umido occhio perlaceo
della luna piena.
Solo allora Lisa ricordò che in quei giorni si sarebbe dovuto ripetere il ciclo che,
insieme a quell'altro che l'aveva resa donna, ogni mese tornava a stravolgerle la vita.
Nelle orecchie le risuonò per un ultimo istante la voce di suo padre che le raccontava
una storia.
Non addentrarti nel bosco, non fermarti per alcuna ragione: potresti incontrare il lupo
cattivo!
Lisa venne piegata in due da un conato strozzato, negli occhi le pupille nere si
dilatarono coprendo le iridi azzurre e le sclere. Con un gemito soffocato, la schiena le
si inarcò innaturalmente all'indietro, e Lisa fu obbligata a spalancare la bocca
mostrando i denti, che si allungarono dalle gengive stridendo come un ormeggio teso allo
spasimo. Il suo bellissimo viso si allungò ad accompagnare le terribili zanne: Lisa non
poté trattenere un lamento straziante. Dalla levigata pelle orripilata spuntò una
finissima peluria bionda che le ricoprì ogni centimetro del corpo. Le vertebre,
schioccando come una fascina di legna secca calpestata malamente, si incurvarono in
avanti, strappando per la violenza del movimento i costosi vestiti. Zampe uncinate si
sostituirono alle mani, le orecchie si appuntirono irsute e una tremenda fame le riempì i
pensieri come una deflagrazione. La ghiandola stimolata dal plenilunio non smetteva di
secernere i suoi prodigiosi ormoni.
Lisa si sollevò davanti allo specchio e vide, nel riflesso appannato, il muso mostruoso e
digrignato della bestia. Quello dunque era il lupo cattivo che, come suo padre cercava di
spiegarle attraverso i suoi racconti, Lisa avrebbe infine incontrato per tutta la vita.
Era il destino terribile che condivideva con la bambina della favola, un fato che le
accomunava e al quale erano state entrambe condannate: incappare nel lupo, in mezzo ad
ogni bosco, o sotto qualsiasi cielo.
Fu un momento tanto orribile quanto travolgente e non poté fare a meno di ululare
rabbiosamente alle strette mura, con quanto fiato aveva in corpo.
Scosse il capo, percorsa da un brivido.
Poi, prepotente, il lupo cattivo iniziò a comandare.
L'animale si abbassò con il muso rasente il pavimento, gli occhi acuti fissi alla porta,
gli enormi denti affilati scoperti in una smorfia sinistra. Aveva odorato l'uomo ancora
prima che chiedesse, timidamente, da dietro l'uscio: "Va tutto bene,
signorina?".
Sbuffò, la belva, sollevando la zampa posteriore in una posa poco degna per una signora.
Poi il suo atteggiamento di attenzione si trasformò in un ghigno straordinariamente
simile ad un sorriso.
Infine scattò in avanti.
Il lupo scivolò un poco sulle piastrelle sdrucciolevoli, ma fece subito silenziosa presa
ticchettando con gli artigli.
Il cacciatore sentì come passi di topi nei muri. Certo non si aspettava che la porta gli
esplodesse addosso e che la causa della detonazione fosse un gigantesco lupo con addosso
brandelli di biancheria rossa. Venne travolto dalla bestia, la sua velocità era
impressionante, non fece nemmeno in tempo a chiedersi quale terribile fine avesse fatto la
bellissima ragazza che avrebbe dovuto trovarsi in bagno. Ebbe un unico, sorprendente
pensiero, prima di venire inghiottito dal buio.
Che bocca grande hai.
Lo schiocco delle ossa spezzate rintoccarono come applausi di scheletri. Il lupo
riaprì le gigantesche fauci per ululare ancora una volta alla luna tutto il suo sgomento
e la sua esaltazione. Leccò un poco del sangue disciolto nella neve che ancora bagnava il
pavimento dell'ingresso, per dissetarsi. Poi si avviò a compiere l'altra cosa che sentiva
di dover fare.
Si recò all'entrata, spalancò la porta e si lasciò investire dal gelido respiro del
vento e dalla morbida luce dei raggi lunari.
Ora gli era perfettamente chiaro dove si trovasse. E quale direzione avrebbe dovuto
prendere per scovare la casa della nonna.
Attraversò a grandi balzi la radura e gli alberi che lo separavano dall'auto affondata
nel cumulo ghiacciato. Si fermò un istante presso l'utilitaria, giusto il tempo di
lasciarvi impresso il segnale del proprio passaggio.
In breve giunse alla soglia della casetta in cui abitava la sua nonna materna. Grattò
l'uscio con gli affilati artigli.
Dall'interno la vecchina disse: "Entra, piccina, la porta è aperta!".
Ancora la voce di un uomo, dal profondo dei ricordi.
Ma il lupo volle aspettare lì davanti. E la sua attesa venne premiata.
Fu la nonna a venire alla porta: dopotutto era ancora in gamba, nonostante gli acciacchi
dell'età. Aprì.
Il lupo, già pronto al balzo, si scagliò al collo alla vecchia signora, che, sotto il
peso dell'animale, barcollò all'indietro.
Sorridendo.
E, cercando di parlare tra le sonore leccate che il lupo le spalmava sul volto, la nonna
disse: "Lisa, piccola mia! E' un po' che non vieni a trovarmi! Accomodati vicino al
caminetto, ho appena preparato dei pasticcini!".
Lisa entrò nella casa della nonna e andò ad accovacciarsi accanto al fuoco, in attesa di
mangiare qualcosa che saziasse quella sua insopportabile fame.
In mezzo al bosco, la nonna ed il lupo rimasero così insieme, per un poco, come sempre,
felici e contenti.
David Riva |