MONCHERINI

(Racconto per il concorso "300 Parole Per Un Incubo", 2004 - edizione 3)

 

n mattino apro gli occhi e mi scopro senza mani. Due moncherini. Sento il cuore picchiare contro la gabbia toracica. Sto male. Scendo giù dal letto e mi precipito nel bagno e ficco la testa nel water.
Vomito il coniglio della sera prima, il formaggio, la frutta, il dolce, il vino. Smetto. Mi lascio cadere sul pavimento e osservo i miei moncherini. Lisci. Due insaccati chiusi con un nodo stretto. Con la mente ricostruisco i fatti della sera prima, prima cioè che mi addormentassi. Casa mia, Irene e me, seduti a tavola, il coniglio, il formaggio, la frutta, il dolce, il vino. La buona notte. Irene che va via mentre io lavo i piatti. Le mie mani. Come erano belle e lisce e curate le mie mani. Io faccio lo scrittore. Scrivo libri dell’orrore. Assassini, pervertiti, mostri, psicopatici, pazzi. Ora è tutto finito.
Non potrò scrivere più con i moncherini. Cosa ne sarà della mia vita senza i libri, le presentazioni, la fama, il successo? Irene mi pianterà, ne sono certo. E’ così un’amante del bello lei, che non sopporterebbe di stare con un mostro. Sì. Ecco cosa sono divenuto. Un mostro... Corro nella camera da letto a prendere la pistola, provo ad aprire il cassetto ma non riesco ad afferrare il pomello.
Ah, maledetti moncherini. Esco fuori al balcone e guardo giù. Un volo di dieci piani e la partita è chiusa.
Salgo sulla ringhiera, resto in equilibrio per qualche secondo, chiudo gli occhi e salto... Mi risveglio in un letto d’ospedale. Sono paralizzato dalla testa ai piedi. Irene mi prende le mani tra le sue e, piangendo, mi chiede perché l’ho fatto. Guardo le mie mani. Come sono belle e lisce e curate le mie mani. Ma quel mattino non le avevo. Ne sono certo. Avevo i moncherini.

Gennaro Chierchia