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UN FALSO RICORDO

(Racconto per il concorso "300 Parole Per Un Incubo", 2004 - edizione 3)

 

orse è solo un falso ricordo.
Era una notte buia e fredda. Stavamo tornando a casa, passando per le campagne, dopo una giornata dura e interminabile di lavoro nei campi. Mio padre guidava la fila, io e i miei fratelli lo seguivamo, stanchi e infreddoliti.
Non riuscivamo a vedere a pochi passi da noi talmente il buio era forte. La luna illuminava poco.
Ad un tratto vedemmo una forma bianca, imponente.
Avvicinandoci riconoscemmo la figura di un massiccio cavallo bianco. Era sul ciglio della strada che stavamo percorrendo. Ci guardava. I suoi occhi erano luminosi, rossi come il sangue. Potevamo vederlo chiaramente, circondato dal buio che lo avvolgeva.
Io e i miei fratelli fummo sul punto di avvicinarci a lui. Era bellissimo. Volevamo accarezzarlo.
"Fermi! - ordinò mio padre - Camminate dritti. Senza fermarvi!"
Così facemmo. E proseguimmo il nostro cammino verso casa.
Non so dopo quanta strada ma di nuovo, sul bordo del sentiero, rivedemmo il cavallo bianco, lo stesso, bellissimo e bianchissimo. Ci guardava.
"Andate avanti!" - disse ancora mio padre - E non guardatelo!"
Continuando il nostro cammino lo rivedemmo per altre tre o quattro volte. Sempre lì, sempre lo stesso. Ogni volta la nostra paura cresceva. Come poteva essere davanti a noi? Ogni volta mio padre ci fece proseguire dritti, senza fermarci.
Arrivati a casa fummo tutti sollevati e rinfrancati dalla luce e dal calore.
Io e i miei fratelli ci avvicinammo a mio padre, ansiosi di sapere e coi brividi lungo la schiena che non volevano saperne di andare via. Fui io, con un filo di voce, a parlare:
"Cos'era quel cavallo, papà?"
Mio padre ci guardò. Sul suo viso era dipinta ancora l'ansia.
"Quello era il diavolo, figli miei!"

 

Forse è solo un falso ricordo. Forse no.

Alessandro Mereu