IL SACCO
a nebbia
era calata come un sudario estinguendo ogni rumore, sprofondando le strade di Firenze in
una quiete da fare accapponare la pelle. In quella notte di metà novembre il mio padrone,
un anziano signore dalla fronte spaziosa e perennemente pensierosa, attendeva l'arrivo di
alcune persone e aveva preteso che all'appuntamento fossi presente pure io. Il motivo mi
era sconosciuto, ma di certo aveva a che fare con i segreti che custodiva gelosamente,
tanto che avevo dovuto promettere che non ne avrei fatto parola con nessuno.
Dietro di noi la mole incombente della residenza, simile a un grosso cubo rinforzato alla
base da un contrafforte, accresceva i miei dubbi.
Negromanzia? Socchiusi le palpebre. La mia mente, per quanto limitata, rifiutava quella
spiegazione. No, si trattava di qualcosa di diverso. E sentivo che mi sarei dovuto
preparare al peggio.
Da alcuni mesi ero al suo servizio, e di cose strane ne avevo viste parecchie, però
quella rischiava di batterle tutte. Se non fossi stato senza un tetto sotto cui stare,
l'avrei salutato con gioia. I suoi modi di fare lo rendevano un individuo a dir poco fuori
del comune, e la cosa inquietante era che tra quelli che conoscevo come suoi estimatori
figuravano personaggi importanti. Lo ritenevano uno spirito innovatore e spesso li avevo
uditi rivolgersi a lui con l'appellativo di maestro.
Mentre rimuginavo su queste cose, erano trascorse due ore dall'ultimo rintocco del
coprifuoco. L'attesa si prolungava e l'umidità, che saliva dalle sponde dell'Arno,
penetrava sotto i vestiti arrivando a gelare le ossa. Per mio maggiore sconforto il
maestro, che indossava una sobria veste di velluto verde, sembrava non accorgersene e ogni
tanto mi guardava con aria interrogativa. Di sicuro avrei preferito accucciarmi sotto le
coperte, anziché starmene impalato con una lanterna in mano.
Un cigolio sommesso preannunciò l'arrivo di un barroccio che arrancava sull'acciottolato,
seguito dal suono di passi pesanti che si materializzavano. Malgrado il buio pesto erano
riusciti a scovarci.
Per un attimo pensai che fossero come le civette. Poi, quando li vidi, mi parvero davvero
scaturiti dall'Inferno talmente incutevano terrore.
Dall'aspetto li credetti bracconieri, o qualcosa di peggio.
Il maestro attese che percorressero per intero la via disabitata, giungendo sino a noi, e
a quel punto si fece riconoscere.
"L'avete trovato?" chiese con una certa apprensione.
Il tizio più robusto che spingeva il carretto vi girò attorno snodando il telo che lo
copriva. "E' qui dentro" disse indicando il ruvido fagotto di canapa che giaceva
adagiato sul fondo.
"Mi garantite che non farà rumore?" chiese il mio padrone, portando con
diffidenza la mano alla borsa che teneva legata in cintura.
"Sicuro," disse il tizio di prima strizzando l'occhio al compare. "Sarà
muto come un pesce."
"Vi ha visti qualcuno?"
"Non si preoccupi messere," ribatté l'altro con voce aspra, "nei nostri
affari sappiamo essere più che discreti."
Non so come il maestro potesse conoscere gente del genere. Dire che apparissero poco
raccomandabili significava far loro un complimento. Personalmente non mi sarei fidato di
quei farabutti, e incontrandoli di giorno avrei fatto di tutto per schivarli. Figuriamoci
di notte.
Il più losco dei due figuri si fece più vicino, entrando nel cerchio di luce della
lampada che reggevo, e mostrò la faccia truce butterata dal vaiolo. Aveva una bella
scorza per essere sopravvissuto.
"Se non le sta bene come lavoriamo non ha che da dirlo. Può sempre cercare qualcun
altro che le procuri carne fresca per i suoi giochetti, non so se mi spiego."
Si era spiegato eccome, con quel suo ghigno tracotante e lascivo, tanto che il maestro si
spicciò a pagarlo, purché si togliesse dai piedi. Fece cadere nella sua mano protesa due
luccicanti fiorini d'oro e il bifolco soppesò il metallo con un'espressione soddisfatta.
"Dove vuole che glielo scarichiamo?" chiese.
Il mio padrone gli indicò le scale che scendevano al piano interrato.
"Trasportatelo di sotto. Troverete un tavolo con degli anelli di ferro; mettetelo
lì. Giacomo, il mio aiutante, vi farà strada."
I due compari sollevarono il misterioso sacco e qualcosa sembrò contorcersi all'interno.
Di qualunque bestia si trattasse, a giudicare dai loro sforzi doveva essere pesante.
"Ehi, ragazzino, cosa hai da guardare? Muovi quelle gambe!"
Intimorito, mi collocai alla testa di quella breve processione, illuminando il tragitto in
modo che vedessero dove appoggiare i piedi.
Li sentivo sbuffare alle mie spalle, ma a tratti mi sembrava di cogliere un suono più
cupo, come un ringhio soffocato, che faticavo a interpretare. Uno sciame di pensieri prese
a ronzarmi nella testa e mi mancò il coraggio di controllare. Magari si trattava di una
belva feroce; dal profilo poteva anche essere un grosso lupo.
Ormai ne erano rimasti pochi, ma non avevo nessuna voglia di incontrarne uno che mi
azzannasse alla gola. Una paura strisciante si impadronì di me. Provai a immaginare la
mia faccia in quel momento: dovevo avere l'espressione di un manzo condotto al macello.
Mentre avanzavamo nelle tenebre percepivo una presenza ostile. Irridente e minacciosa,
sembrava permeare la coltre fradicia che ci avvolgeva. Sì, sapevo di essere un vigliacco,
ma che ci potevo fare?
Quando giungemmo in fondo alle scale, il tremore m'impedì di girare la chiave. Il maestro
comprese subito che ero in difficoltà e mi fulminò con un'occhiataccia. Mi strappò
l'arnese di mano e aprì il pesante uscio di rovere. I due improvvisati facchini accolsero
quel gesto con un grugnito di sollievo ed io mi sentii sprofondare.
Entrammo in quell'antro silenzioso, le cui pareti scrostate odoravano di muffa. Una tana
perfetta. In pochi passi raggiungemmo il centro del seminterrato. Il mio padrone fece
posare l'ingombrante involucro dove aveva detto e si sbrigò a congedare quei pendagli da
forca, scortandoli alla porta.
"Se le serve altro sa dove trovarci," dissero con una risata.
"Certo, certo," tagliò corto il maestro avaro di convenevoli. E rimase in
attesa ad ascoltare, finché non udì i passi che s'allontanavano.
Rimasti soli, continuai a interrogarmi sul contenuto di quel sacco. Le idee più bizzarre
solcavano la mia mente, mentre osservavo il maestro infilare il vestiario che di solito
usava per i suoi lavori. Un abbondante grembiule, due lunghi guanti di pelle scura e una
curiosa bardatura che gli ricopriva la faccia. Legò la folta chioma bianca in una coda
dietro la schiena, quindi si diresse verso la madia che poggiava contro la parete di
fronte. Aprì il primo cassetto e ne trasse una serie di ferri bruniti dalle forme strane
e minacciose. Sapevo a cosa servivano per averglieli visti adoperare su alcuni animali,
nonostante il mio disappunto, chino a tagliare, a frugare tra le interiora, immerso
nell'olezzo dolciastro del sangue, nel fetore che si sprigionava dagli organi più
nascosti. In quelle circostanze volgevo lo sguardo altrove per non vomitare, ma questa
volta sentivo che non me la sarei cavata altrettanto facilmente.
"Avete intenzione di compiere i vostri studi proprio adesso?" Sebbene non
volessi irritarlo, dal tono di voce trasparì tutta la mia ansia.
"Sei per caso stanco?" mi rispose, mentre preparava delle cinghie di cuoio.
"Non vi è ora migliore della notte per sondare le meraviglie del Creato. La quiete
che si respira ha il potere di catalizzare l'attenzione necessaria. Vai a preparami lo
scrittoio."
Eseguii i suoi ordini e accesi un paio di candele sulla scrivania inclinata posta accanto
al tavolo da lavoro. Poi andai a prendere i suoi appunti, nella cassapanca dove erano
custoditi, insieme al necessario per scrivere. Il plico di pergamene era spesso due dita e
i fogli erano interamente coperti di schizzi tracciati con l'inchiostro. Pure sforzandomi
non ne avrei compreso il significato e forse, mi dissi, era meglio così.
All'improvviso avvertii un capogiro e credetti di svenire.
Per la prima volta da quando ci conoscevamo il maestro mi guardò in modo quasi benevolo.
"Stai bene? Sembri piuttosto pallido."
Lo rassicurai: "Sì, sto bene. Forse è stata la tensione." Poi, ripensandoci,
preferii cambiare discorso. "Quale tipo di animale intendete studiare? Dalla taglia
deve essere una bestia interessante."
"Oh certo, è un animale magnifico. Oltretutto, per ciò che ho in mente, serviva
vivo e quei signori sono stati capaci di procuramelo."
Mentre era preso in altre faccende mi indicò un coltello. "Per favore, apri il
sacco, ma presta attenzione a non ferirlo."
Ferirlo? Avrei voluto fuggire! Dovetti obbligare le mani, che di nuovo tremavano, a
ubbidire, mentre già immaginavo le conseguenze.
Quando recisi la tela, con estremo stupore mi trovai di fronte un giovane, i capelli ricci
e il corpo spoglio, fatta eccezione per uno straccio legato intorno ai fianchi. Costui
ricambiò il mio sguardo con occhi terrorizzati. Vidi che aveva i polsi e le caviglie
legati saldamente tra loro, in modo da immobilizzarlo, e gli sforzi disperati per
liberarsi avevano aggravato le sue condizioni. Un rantolo muto gli uscì dalle labbra.
"Ma, messer Leonardo... è una persona!"
Il maestro si voltò con una smorfia seccata agli angoli della bocca.
"Acuta osservazione, figliolo. E ora, se non ti spiace, abbiamo un lavoro da
svolgere. Se ci sbrighiamo a scuoiarlo, finché il cuore palpita ancora, forse riuscirò a
comprendere il funzionamento dei tessuti che muovono il corpo umano e terminerò il mio
trattato d'anatomia. Cerca di tenerlo fermo, mentre lo fisso al tavolo..."
Francesco Grimandi |